domenica 24 luglio 2011

Pillole d'autore - Giovanni Giudici

Giovanni Giudici, da poco scomparso, è poeta di indubitabile vaglia. Ha attraversato da protagonista tutta la ricca stagione poetica del secondo Novecento italiano. Uno dei suoi tratti inconfondibili è la costante ricerca di una poesia comunicativa e la capacità di estrarre succhi poetici dalla quotidianità più comune: Una sera come tante e Le ore migliori da La vita in versi (1965) sono forse i componimenti che meglio rappresentano questa vena. Citiamo da Giovanni Giudici, Poesie 1953-1990, 2 voll. Garzanti 1991.
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Una sera come tante
Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, e i suoi guaiti commenti.


Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.


Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni


siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?


Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene


qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi di un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?


Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani…pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.



Le ore migliori
I
Le tue ore migliori…ma non sono per me:
sono le ore del lavoro domestico,
che è troppo trascurabile realtà
per essere degno di storia. Progredisce
la storia, infatti, ma il tuo lavoro
semplicemente ricomincia e finisce.


Le tue ore migliori sono della mattina,
quando ti lascio e tento per vie diverse
variare l’obbligato itinerario
che sempre da un punto parte e ad uno arriva.
Batte il sole al balcone di cucina,
prima di cominciare tu guardi in strada.


Io guardo invece nel fondo del mio cortile,
mentalmente bisbiglio Dirigere
et sanctificare , la breve preghiera,
mia virtuosa abitudine prima di lavorare:
lucida è la mente al quotidiano servizio
e la stanchezza impossibile appare.


Intanto passano le tue ore migliori,
quando potresti parlarmi e sorridere.
Tali bruciavano gli anni di gioventù
nell’aspettare più sereni giorni:
e tu riassetti, rigoverni, spolveri, sola
(i figli sono a scuola) e aspetti che torni.


II
Dice decoro la tavola apparecchiata,
possiamo avere tutto quel che vogliamo:
all’opulenza mancano forse i fiori.
Il buon cibo conforta dopo l’onesta fatica.
Ma già si ammucchiano stoviglie mentre mangiamo
troppo avidamente, per fare presto.


E ricominci: i necessari rifiuti
in un sol piatto raccogli, riempi
il lavandino ove galleggiano sughi,
affondano fili di pasta, bucce. Adempi
la tua virtù necessaria, riordini
ancora una volta la casa. Io ad altro


lavoro attendo, al mio ufficio, sperando
di fornir l’opra e non me, anzi che giunga la sera,
per godermi la luce residua e, di me
stesso padrone, qualche ora d’avanzo.
Ma non sarà quella la vita vera:
sono queste ore migliori e non ci appartengono.


Eccoci ancora intorno alla mensa serale,
tra le risse dei figli allegramente spietate:
e nuovamente si guasta la linda cucina,
la tovaglia è chiazzata di vino. “Lascia
così – suggerisco – penserai domattina
a tutto. Adesso resta un poco con me”.


III
Nessuno ci corre dietro. Ma tu
macchinalmente solitaria persisti
nel ritmo ordinario in cui ogni ora
ha la sua norma: sai già che il mattino avrà stanze
disfatte e l’odore del sonno e l’aria
che un brivido nebbioso vi porta o il sole


nella bella stagione. Bisogna dunque concludere
tutto perché tutto ricominci,
dopo un riposo di affrante bestiole,
col primo atto del domani:
vivrà la vita per chi non ha tempo
di vivere. Così anche ora da me ti allontani,


spingi cassetti, fai scattare sportelli,
ammaìni l’avvolgibile con fragore:
e siamo soli con tutte le storie
dei libri che promettevano
in cambio di virtù felicità.
Così finiscono le tue ore migliori,


quando da un capo all’altro della città
si chiudono i portoni dei casamenti:
e in buie menti un comune pensiero
apre un barlume del meglio a venire…
così non riconosci l’inganno
di chi ci ha fatti a servire.