domenica 12 giugno 2011

Elisabeth Auerbacher, Babette handicappata cattiva

Babette handicappata cattiva
di Elizabeth Auerbacher
Edizioni Dehoniane, Bologna, 1991

pp. 110

Libro provocatorio nei confronti di una società che pietisticamente vorrebbe far vivere i disabili ai margini della società senza porre le condizioni di una vera e propria integrazione.
Sicuramente molti progressi sono stati fatti dai tempi della pubblicazione di questo libro, basti pensare ad esempio alla tecnologia, ci sono automobili che un certo tipo di disabilità consentono di guidare, ci sono attività sportive per disabili, si è notato che in particolar modo i down, sono adatti a lavorare nel mondo della ristorazione.
In Italia attualmente risiede in Parlamento una deputata disabile anche se, qualche tempo fa è stata oggetto di qualche apprezzamento non corretto.

Il libro fa capire efficacemente la voglia della protagonista di vivere una vita come gli altri descrivendo una handicappata "arrabbiata" come ce ne sono tuttoggi, magari come l'autrice con un livello di istruzione elevato.
Ma la battaglia contro l'emarginazione dei disabili è soprattutto una battaglia culturale che parte dall'integrazione nella scuola, in particolar modo creando delle classi miste, a quella nel mondo del lavoro, uscendo da una logica assistenzialista.
Soprattutto non vanno lasciati soli i genitori con figli disabili, i quali vivono con angoscia l'idea della loro morte perché preoccupati per il destino dei loro figli e soprattutto vivono una vita sacrificata portando tutto il peso dell'aiuto verso un disabile.
Durante la gravidanza molte mamme si sottopongono all'amniocentesi per scongiurare la nascita di un figlio down e purtroppo molte disabilità non sono neanche diagnosticabili durante il periodo di gestazione perché si presentano per il nascituro dopo la nascita per complicazioni sorte durante il parto.
Inoltre non bisogna dimenticare che in qualunque momento della propria vita si può diventare disabili per malattia o per incidente e non per questo la vita non ha più diritto ad essere vissuta.
In questi casi quindi il poter lavorare, praticare sport, il condurre una vita il più possibile normale, ma soprattutto essere circondati dall'affetto delle persone aiuta a gustare appieno il dono più grande che si possiede che è la propria vita.

Lucia Salvati