sabato 11 giugno 2011

L'apocalisse dei lavoratori



L’apocalisse dei lavoratori
di Valter Hugo Mãe
Cavallo di ferro, Roma 2010.

trad. Antonietta Tessaro (ed. orig. 2008)

pp. 171
€ 15,00


Oltre alle interessanti vicende narrate, alla plausibilità e alla consistenza reale e psicologica dei personaggi e degli eventi, al radicamento in uno spazio e in un tempo determinati e caratterizzati (la nostra contemporaneità europea), alle rare, sobrie ed efficaci incursioni nel dominio sapienziale, oltre, insomma, a tutto ciò che farebbe di un romanzo un buon romanzo, Mãe aggiunge una modalità espressiva grosso modo originale che proietta la sua opera nell’ambito dei romanzi ottimi. Lo stile (lessico, sintassi e composizione) è quello che ci si aspetta da un buon romanzo, il di più è affidato a quella che potremmo definire la veste tipografica del testo. Dei segni convenzionali del linguaggio scritto, l’autore mantiene solo la partizione in capitoli, a loro volta distribuiti in paragrafi, la virgola e il punto fermo. Tutto il resto, numerazioni, lettere maiuscole per i nomi propri o dopo il punto fermo, virgolette, punti esclamativi, interrogativi, parentesi, ecc. ecc. è abolito. In questo modo il paragrafo si presenta come un blocco unitario nel quale le azioni (narrate in terza persona), i sogni, i pensieri, i deliri, i dialoghi dei personaggi fluiscono pressoché indistinti e tutti amalgamati in uno stesso livello lessicale e sintattico. Con il risultato, tra l’altro, di negare alla terza persona narrante l’onniscienza e lo sguardo dall’alto. In linea di massima, la voce dei personaggi scorre in una forma che è un po’ di più dell’indiretto libero e un po’ di meno del flusso di coscienza. La brevità dei paragrafi, le dislocazioni spazio-temporali, i frequenti cambi di scena, le diverse voci dei personaggi (sogni, pensieri, deliri, dialoghi) danno alla narrazione un ritmo serrato, nervoso, scattante e invitano il lettore a rimanere all’erta.

Il romanzo ha un’ambientazione popolare, si svolge prevalentemente a Bragança (Portogallo), con vivide puntate a Korosten (Ucraina). Ne sono protagonisti una donna delle pulizie a ore (préfica a tempo perso e contro voglia), maria de graça, la sua amica e collega, quitéria, suo marito, marinaio mercantile, augusto, un immigrato ucraino, andrij, i disperati genitori di quest’ultimo, sasha ed ekaterina, altri immigrati dall’est europeo ed altri personaggi di bassa estrazione popolare, un cane, portogallo, e il signor pereira “padrone” e sfruttatore dei servizi di maria de graça (ho mantenuto anche in sede di recensione le iniziali minuscole per i nomi propri per dare un'idea dell'effeto straniante di questa pratica). 
È un romanzo fondato sulle relazioni tra i personaggi, sui sentimenti che ne nascono, spesso senza che gli stessi ne abbiano coscienza: ognuno di loro è il punto di partenza di centri concentrici che vanno a “catturare” altri personaggi, altri tempi, altri luoghi. Il tema del romanzo non è la condizione del sottoproletariato senza diritti e senza difese (di cui pure se ne rappresenta l’attuale condizione d’impietosa difficoltà), i temi del romanzo sono la vita e la morte, la felicità e la disperazione, il puro istinto vitale e l’autocoscienza, dio e gli uomini, l’amore e l’odio, l’amore e il sesso. È un romanzo di dittologie forti, irriducibili, invalicabili, la cui prossimità può dare talvolta l’illusione di un incontro fecondo, che, viceversa, si rivela per lo più straziante, perché impossibile, a cominciare dalla prima, quella che è all’origine del romanzo: il popolo e quei temi che a lui non sembrano poter appartenere: 
“la vita è difficile quanto basta per esigere responsabilità per quello che ne facciamo”. 
Quella modalità espressiva a cui si è fatto riferimento all’inizio è dunque un modo per lasciar fluire senza aggredirle, senza forzatamente ridurle ad una ragione unica, senza organizzarle secondo un piano ideologico prestabilito, le strazianti, ma, anche, talvolta, consolanti, euforiche, vitali, e comunque ineludibili per tutti, dittologie del nostro essere nel mondo. Un romanzo nel quale l’amore può essere all’origine dei più disinteressati atti di generosità ma anche di quelli più egoistici; nel quale il sesso esclude l’amore e viceversa; nel quale si cade dall’alto e si muore (più o meno volontariamente); nel quale il basso da cui si vorrebbe partire è così vischioso da richiamare sempre a sé e così pesante da non poter essere innalzato; nel quale il giudizio morale sui personaggi e sulle loro azioni è sospeso.

Un romanzo di tante cose, insomma, che è dotato di una specificità letteraria alla quale è demandato non solo di rappresentare, ma anche di cercare, di radicarsi nelle cose, nelle persone, nello spazio e nel tempo (quasi tutti i paragrafi cominciano con un nome proprio o un’indicazione di spazio o di tempo), un invito a guardare al mondo senza preconcetti e senza l’illusione di soluzioni facili, un invito a stare all’erta e a guardare fuori.
 
Paolo Mantioni