domenica 5 giugno 2011

Confidenze da un luogo familiare

Confidenze da un luogo familiare
di Giuseppe Grattacaso
Campanotto Editore, Udine 2010

pp.91
€ 10

Scrivo a settembre, poi per tutto l’anno
resto in silenzio, non dico più parola,
solo a settembre a piene mani spargo
versi su versi, poi vado in letargo.


Questi versi, ironici e affabili, vanno presi anche alla lettera: scorrendo la bibliografia di Giuseppe Grattacaso infatti, notiamo che le sue quattro raccolte poetiche sono scaglionate con molta discrezione nell’arco di un trentennio, dall’esordio di Devozioni (1982) all’ultimo Confidenze da un luogo familiare (2010). Quel che può sorprendere, se teniamo in considerazione questo dato, è il trovarsi di fronte a una poesia di impressionante freschezza e leggibilità, attributi che sembrano alquanto estranei all’idea di una vena severa e necessaria. 
Per confessione dell’autore, Confidenze da un luogo familiare è stato scritto tutto fra il 2008 e il 2009; un anno che equivale al settembre da cui i versi sono scaturiti con un’urgenza affabulatoria uguale e contraria al silenzio precedente. La stessa lettura, continuata e brillante, che il poeta ha dato dei suoi versi in una presentazione a Crema, conferma questa vocazione all’accumulo, questa apparente riduzione della poesia a intrattenimento. C’è il recupero di una comunicazione anche giocosa e leggera – ma sempre intensa e pregna, legata com’è agli umori e alle riflessioni di un io poetico indissolubilmente mischiato alla realtà, alla quale cerca di imporre simbolicamente un ordine con una versificazione assai classica: prevalenza dell’endecasillabo canonico e frequenza di rime, con un ritmo reso vivace e frizzante da una paratassi con coordinazione per asindeto tesa all’accumulo. 
La colloquialità cantabile ci immette nella ripresa di un antinovecentismo (penso a Penna e Saba, soprattutto), immesso però in una modernità frenetica dove gli oggetti crescono impetuosamente («Intorno tutto a me sale il disordine, / pile di libri, giornali accatastati, / bollette del telefono, del gas, / inviti a conferenze, cartoline / però di anni prima», p. 25), emblema di una “vita” a cui il poeta risponde opponendo la tentazione costante di un letargo, dell’ozio («vola il piccione e io non lo so fare, / meglio restare col pelo nella polvere», p. 79). L’effetto è amaro e comico al tempo stesso, perché l’agognata attitudine crepuscolare mostra tutta la sua inadeguatezza pratica che – a pensarci bene – è tragica, in quanto riassume la condizione di esclusione e marginalità dell’uomo di cultura, e forse dell’uomo tout-court, nel mondo di oggi («in questo carnevale mi addormento», p. 27; «dico assente / all’appello, non ci sono, così non mi confondo», p. 30, solo per citare due esempi).

Queste opposte forze in campo portano a una scissione – di matrice squisitamente novecentesca ma con importanti propaggini anche nel nuovo millennio – del soggetto: «meglio sostare con l’anima divisa / che averne mezza / sempre a battagliare» (p. 14), recitano sentenziosamente i versi di una delle prime poesie del libro; si riprende e rovescia anche lo stato di stallo inquieto del celebre sonetto (Canzoniere, CXXXIV) di Petrarca: «Pace non trovo e non ho da far guerra» viene cambiato in «Ma io non voglio pace, niente guerra» (p. 29). Uno dei pochi esempi positivi viene dal merlo (la prima sezione del libro si intitola infatti Uomini e merli), dal piccolo volo che lo vede già soddisfatto.

Abbiamo aperto con la poesia sulla scrittura e i mesi dell’anno: e infatti in quest’opera il senso del tempo è ciclico, mesi e stagioni compaiono spesso nei testi. Tale ciclicità è comunque “in minore”, interna alla percezione del soggetto: non indica un’alternativa al tempo lineare, ma segnala il venir meno della storia, di una storia che si possa partecipare, al punto che «chi lo sa, magari è una fortuna / trovarsi disperato senza storia», p. 24. L’io poetico si descrive perciò meteoropatico, e le previsioni del tempo invadono interamente due poesie con le loro espressioni e lessico, solo appena adattati alla griglia metrica e alla musicalità richiesta dai versi.

Se il presente è instabile, indecidibile, più fermo e concreto è il passato, che il poeta omaggia – e sul quale riflette – nella seconda sezione, Perché non era proprio sofferenza: così la quartina che apre la sezione, e in cui si trova il verso eponimo della sezione, ricorda il gioco del “dire fare baciare”; o il corridoio della casa che diventa, nel ricordo, spazio mitico, facendosi «alberato viale», «ponte sospeso» e molto altro ancora nei giochi dei bambini: «luogo di disimpegno», dice il poeta, con un pun arguto e assolutamente azzeccato. Se le cose sono cambiate, e le case di oggi non dispongono più di corridoio «perché spazio sprecato», in un’epoca in cui non solo il tempo ma anche lo spazio sembra denaro, nelle trattorie a Trieste ancora si «friggono alici e il cameriere in bianco / ha il passo stento e stenta a ricordare / se sono sarde o alici, è in alto mare», p. 42. Si tratta di una delle poesie più riuscite del libro, limpida ma anche assai ricca di richiami, che omaggia Saba («la poesia onesta / ha casa solo qui») ed è sospesa in un realismo magico di toccante sensibilità:

Parla la sposa al tavolo sul fondo
con un fantasma in veste da marito,
abita un mondo schivo ed infinito,
la cipria copre il tempo in qualche ruga,
da sé distante, da se stessa in fuga,
la sposa è nella rete, pesce, acciuga.

Anche il poeta è «prigioniero in rete senza trame», e più volte si autodefinisce «pesce all’abbocco», «merluzzo che boccheggia», «alice nel destino marinata / in troppo agro» (p. 47), con un’ironia culinaria che vela appena il male di vivere. L’autoritratto più completo e riuscito mi sembra però quello affidato al cavalluccio (p. 73), che «testa di cavallo / e ricciolo di viola, dentro il mare / si sente perso, troppo aristocratico» e che balla in un suo «ritmo banale endecasillabo». Siamo già nella terza e ultima sezione del libro, eponima dell’intera raccolta, dove la prima persona grammaticale si defila, e prevalgono chiari correlativi oggettivi – o, meglio, allegorie – del poeta, o di altre possibilità della vita: come la «rapa che non conosce rapità» (p. 76), con un esergo dell’amata Szymborska («la cipolla è un’altra cosa»), ma anche un gusto per il neologismo ironico (rapità) che riporta all’ultimo Montale. Tutti gli attori, animali o meno, incarnano comportamenti umani e sono colti nell’immobilità o nello spostamento: così i pinguini che «sulla pancia atterrano nel sonno, / chiudono gli occhi celesti, addormentati» (p. 77) o il camion che cerca «bottiglie, avanzi, rifiuti organizzati» (p. 78), e le tartarughe che «pensano all’ombra delle buganvillee» (p. 84); o ancora la gatta, presente in diverse poesie (molto toccante quella sulla morte della gatta Stella nel suo «muto e fermo esilio da se stessa», p. 63), compresa l’ultima, in cui «d’improvviso la prende un suo pensiero / o soltanto si stufa e se ne va»: e col suo andarsene si chiude il sipario anche del libro, ma senza scordare che oggi, stando così le cose, «il bello della commedia resta l’intervallo». 

Davide Castiglione