sabato 4 dicembre 2010

L'ultimo racconto di Katherine Mansfield

Coraggioso amore
di Katherine Mansfield
a cura di Marco Sonzogni
Manni editore, Lecce 2009

pp. 91
€ 10,00

La scrittrice neozelandese e inglese d'adozione , prematuramente scomparsa, (1888-1923), ricorre tra i titoli di tutti i maggiori editori italiani, in traduzioni celebri (si veda almeno il lavoro di Elsa Morante sulle pagine diaristiche del Libro degli appunti di Katherine Mansfield, Rizzoli, Milano 1945). 
Come scrive nell'introduzione Marco Sonzogni, curatore di questo racconto, le qualità che hanno segnato e garantiscono ancora il successo della Mansfield sono 
l'accuratezza di descrizione e la leggerezza di narrazione con cui ha documentato tutta la gamma espressiva della psiche e dell'animo femminile (p. 9).
Il racconto Coraggioso amore, proposto per la prima volta in traduzione, è stato scritto poco prima della morte; il manoscritto è stato affidato dalla stessa Katherine a un'amica di vecchia data, Ida Baker, che l'ha fotocopiato negli anni '50 prima che venisse venduto. Solo grazie a questo salvataggio in extremis è possibile oggi leggere il testo. Ma che testo leggiamo? Sonzogni avverte dello stato d'incompletezza dell'opera, della sua diversità dalla produzione precedente, come dei dubbi dell'autrice confessati alle pagine del diario:
Ho finito il racconto Brave love ma nemmeno adesso so cosa pensarne.
Non è un mistero, dunque, lo stato di work in progress dell'opera, ma come è noto anche ai non addetti ai lavori, un testo può raggiungere diversi gradi di rifinitura. Ai filologi sorge spontanea la domanda: a quale redazione dell'opera è giunta Katherine? A una semplice prima stesura con qualche variante? Sull'aspetto del manoscritto nell'introduzione non si fa quasi cenno: si parla solo della grafia difficile, a tratti incomprensibile, dell'autrice, e dei conseguenti problemi di trascrizione. Tuttavia, il racconto parla da solo: basta una lettura per accorgersi dello stato piuttosto incerto del testo, delle caterve di congiuntivi da inserire (ma sarebbe molto utile sapere come hanno agito i traduttori, dal momento che in inglese i congiuntivi in senso stretto non esistono...), dei dialoghi ancora piuttosto zoppicanti e di qualche contraddizione interna. Non concordo quindi con il curatore quando afferma che 
le imperfezioni, mantenute anche in traduzione, vanno però diminuendo con l'evolversi della storia fino a sparire del tutto (p. 11).
Non del tutto, no. Invece, l'ossatura della narrazione sembra compiuta nella sua interezza: il giovane Mitka raggiunge il fratello e la cognata Mildred, durante una temporanea vacanza dal suo lavoro di marinaio. Il ragazzo porta la sua gioia di vivere, quasi stucchevole per troppa ingenuità, nel salotto polveroso e inamidato di Mildred. Tra i presenti, l'avvenente Valerie non lascia affatto indifferente Mitka, che offre il fianco al gioco meschino di lei. Valerie, infatti, approfitta totalmente della bontà e della sciocca fiducia di Mitka, più giovane e sprovveduto, che non si accorge quanto freddo calcolo si nasconda dietro gli incoraggiamenti della ragazza. 
A un primo momento, in cui Valerie chiede a Mitka di essere il suo "amico segreto", seguono confessioni ben pilotate, in cui la ragazza si dice disperata ma rassegnata alla sua relazione con un uomo maturo e ricco, Evershed, fantasma che resta sempre solo sullo sfondo (in realtà più vittima che carnefice). Da qui, l'indignazione di Mitka e la sua sincera preoccupazione per l'infelicità dell'amica, per cui si strugge fino all'innamoramento. Spietata poi la decisione di Valerie, di appoggiare il sentimento di Mitka con promesse che non manterrà mai. 
Persino le lettere che il ragazzo le manda durante i suoi viaggi diventano oggetto di scherno; Mildred, a conoscenza del trastullo di Valerie, non accetta però di diventarne complice, anche se non fa nulla per svelare l'inganno. Ecco uno stralcio del dialogo tra Mildred e Valerie, quando i giochi di quest'ultima sono ormai palesi anche per il lettore:
"[...] Cos'è che ti fa ridere?".
"Tu. Ti dai tanta pena a recitare per me. So benissimo che con Mitka stai facendo una specie di gioco. Vorrei tanto sapere qual è. Lui è una creaturina bizzarra. Sono sicura che se gli avessi detto di smettere di scrivere non avrebbe scritto. E' troppo orgoglioso e troppo sensibile per farlo. Be', non credo che tu glielo abbia detto. E poi non sei innamorata di lui, quindi perché tenerlo sulla corda?".
Valerie si allungò nel letto, lanciò la busta in aria e la riprese. "Maledizione - disse con leggerezza, - non lo so. Ma una volta che ho toccato una cosa non riesco a lasciarla andare finché non ho cercato di distruggerla o di vedere se può distruggere me. E' il mio unico principio, ricavato da un mondo stancante...". Poi si tirò su e aprì la lettera con uno strappo. La busta scivolò giù dal lenzuolo e finì sul pavimento. Vi erano pagine e pagine di scrittura minuta e attenta. "Ti va di leggere?" disse lei facendo una smorfia a Mildred. Ma Mildred si allontanò dal letto.
"No, no. Detesto sentire uccidere qualcosa... e i bambini gridano più forte dei maiali. Bon appétit, piccola canaglia". Scivolò via dalla camera.
(pp. 65-66)
A questo punto, il lettore non sospetta ancora il finale, imprevedibile e ben costruito, perla rara in un'architettura ancora pericolante. Ciò che sconvolge è anche pensare al ruolo anticonvenzionale della donna, Valerie, che non è catalogabile come femme fatale, ma che contraddice lo stereotipo della signora della buona società inglese. L'arguzia della Mansfield è rompere lo schema dall'interno, partendo da una situazione iniziale diffusa nella letteratura dell'epoca, in cui però niente è sano come sembra, e il virus si nasconde antinomicamente nel più angelico visino della casa. Valerie è una donna nuova, stratega egoista e narcisista, che fa del proprio ego il fulcro dell'universo sociale.
Per queste e altre ragioni, che si possono scoprire solo nel testo, il racconto merita una lettura attenta; non si creda, però, di trovare qui la Mansfield dei racconti più famosi. Ma una Mansfield diversa, che propone un titolo polisemantico, per una narrazione che, se ultimata, avrebbe senza dubbio lasciato un segno.

GMG