lunedì 8 novembre 2010

Invito alla lettura: La luna e il falò

La luna e i falò
di Cesare Pavese
Einaudi, 2005

1^ edizione: 1950

C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere».
Questo l’incipit dell’ultimo grande capolavoro scritto da Cesare Pavese, scritto in poco più di due mesi e che sia lo stesso Pavese, che lo definisce «il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere», sia buona parte della critica definiscono come l’opera massima dello scrittore piemontese. Un incipit che introduce il tema portante del romanzo che, a dispetto del brevissimo tempo nel quale è stato scritto, rivela una scrittura profonda, capace di penetrare il cuore delle cose e dei paesaggi che Pavese ci descrive nel suo stile ben noto, in bilico tra realismo e poesia. L’intera narrazione si costruisce attorno al tema del ritorno alle radici, delle radici di un personaggio, quello di Anguilla, che appartiene al paese di Santo Stefano Belbo (paese natio di Pavese), teatro della narrazione, soltanto per adozione.

Egli è infatti un cosiddetto “bastardo”, un ragazzino preso dall’ospedale dietro sovvenzione del comune per lavorare nei campi. Stanco della vita al paese, Anguilla parte per l’America, dove si costruisce una vita e fa numerose esperienze. Desideroso di tornare a Santo Stefano Belbo, ma soltanto perché
un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Anguilla, sotto la guida del suo amico d’infanzia Nuto, compie un ritorno alle origini che ricorda da vicino il viaggio nelle profondità infernali compiuto nella Divina Commedia, dove a far da Virgilio c’è Nuto, amico d’infanzia del protagonista. Il ritorno al paese è venato di cupezza, di disincanto e di contemplazione di quello che fu il luogo dell’infanzia del protagonista, e che si rivela come il luogo della “non-storicità”, dove tutto è rimasto immutato nel tempo, dove le cose continuano a valere per Anguilla come simboli della fanciullezza e del passato che si fonde con il presente, marchiato profondamente dalle ferite della guerra civile e dalle morti di alcuni degli abitanti del villaggio, comprese quelle di coloro che una volta erano le sue tre padroncine.

La disillusione si mescola finemente con la magia del passato, in un intreccio linguistico che tramite la contemplazione del protagonista presenta scorci di paesaggi tratteggiati con un delicato quanto amaro resoconto. Il tema politico passa in secondo piano di fronte all’intento di Pavese di trasmettere il senso di ciclicità, di ripetizione, di atavismo e anche di immutabilità delle cose e dei simboli che in esse vincolano la dimensione del mito con quella della realtà e che, a differenza dell’effimera esistenza umana (che nella descrizione accurata delle morti viene rappresentata nella sua debolezza in relazione all’iterazione dell’Eternità), resiste al tempo e alla Storia. E la luna, così come i falò, diventano metro e simbolo proprio di questo susseguirsi di memorie e avvenimenti: il falò che nel passato aveva una connotazione magica, ora sono l’incendio della casa del padre di Cinto o il significativo rogo che si legge alla fine del romanzo.

Il romanzo, frammentato in trentadue capitoli di brevissima lunghezza ciascuno, è scandito freneticamente nonostante lo stile dilatato e poetico della narrazione. I luoghi sono tratteggiati in maniera scarna, e le descrizioni sono sempre velate da una malinconia di fondo che riflette lo stato d’animo del protagonista. Il canto del cigno dell’opera pavesiana, una vera e propria gemma della letteratura italiana che riesce in maniera magistrale a ritrarre uno scorcio di Italia del dopoguerra senza fermarsi al resoconto degli eventi, ma vincolando sulla carta tutta la forza espressiva di quel “quid” intangibile che costituisce il punto di incontro tra la dimensione del reale e quella astratta eppure così viva della magia del passato.

Giuseppe Novella