giovedì 3 dicembre 2009

Quel bellissimo "Pasticciaccio" di Carlo Emilio Gadda

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
di Carlo Emilio Gadda
Garzanti, 2007

Il Pasticciaccio è forse l’opera più nota di Carlo Emilio Gadda: un autore catalogato come “difficile”, spesso noto ai soli cultori della letteratura novecentesca. Eppure, alla sua pubblicazione (era il 1957), Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana divenne, dopo qualche diffidenza, un vero bestseller, la consacrazione finale del “caso Gadda”.
“Sono diventato una specie di Lollobrigido, di Sofio Loren, senza avere i doni delle due impareggiabili campionesse”
, disse lo scrittore ad un amico. Questa frase mostra tutto il disagio che un nevrotico come Gadda dovette provare di fronte al successo. Eppure, il successo del Pasticciaccio fu meritatissimo. Nessuno meglio di Gadda, infatti, avrebbe potuto rinchiudere l’universo in un romanzo: meglio ancora, in un romanzo giallo. Nelle pagine del Pasticciaccio ritroviamo tutta la sofferta materialità di un mondo che è “nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Tutto, nel mondo gaddiano, è corpo che grida di dolore: un grido che spesso scivola in un borbottio risentito, un violento ringhiare, oppure ancora in un falsetto, una risata a denti stretti, o nel più lirico dei canti. E tutto questo nel giro di poche righe, nello stesso paragrafo: leggere Gadda significa essere risucchiati in un vortice irrefrenabile, dove tutto assume una sostanza materica, vivida fino all’orrore (da parte dell’autore, s’intende): dalla porchetta del mercato, “la porca d’oro, la porca!”, all’inattingibile mistero della vita, da un escremento di gallina “intorcolato alla Borromini” a quelll’irrisolvibile, odiosamato caos che è l’unica vera essenza del reale. E lo specchio perfetto del caos è, soprattutto, nel linguaggio: il “pasticciaccio” è anche linguistico, sia nei dialoghi che nella voce del narratore si mescolano romanesco, napoletano, molisano, ma anche francese, tedesco, inglese, greco, latino… una cifra prettamente gaddiana, questa, che giunge qui alla sua più studiata elaborazione.
Il giallo, di per sé, non ha una trama complessa: un furto in una casa nel “Palazzo degli ori” di Via Merulana, seguito dall’omicidio della malinconica Liliana Balducci, padrona dell’appartamento vicino e esemplare della donna-angelo, tutta utero, che non avendo avuto figli si circonda di avvenenti ragazze sottratte alla povertà delle periferie. Ma il segreto della bellezza del Pasticciaccio sta tutto in questo terribile carnevale di morte e vita, contemplato da un protagonista che è insieme commissario e filosofo: Ciccio Ingravallo, che porta sulla testa un “riccioluto parruccone”, aggrovigliato come il mondo che i suoi occhi osservano con un misto di freddezza e risentimento. Una figura autobiografica quel tanto da permettere a Gadda di dargli il suo punto di vista sul mondo:
“Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia.”
Chi ha rubato i gioielli della svampita signora Menegazzi? E chi ha ucciso la bella Liliana Balducci? Le indagini si svolgono nella Roma del Ventennio (frequenti le violente invettive contro il “Mascellone Autarchico”, il “buce”), dagli appartamenti della borghesia arricchita fino alla misera periferia delle campagne romane: una ricerca “che non conclude”, visto che il romanzo è incompiuto, ma che termina con una domanda, e lo sguardo di chi crede di aver svelato il mistero. Come avrebbe potuto concludersi, d’altronde, un romanzo per chi sa che il mondo è il regno del caos?
Le “causali” si rincorrono, si intrecciano, si completano a vicenda (e c’è sempre quel “quanto di erotia” a complicare le cose). Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana incanta proprio per questo: è l’istantanea, più materica che mai, che racconta di universo esploso, nella titanica impresa di raccogliere tutto, l’essere e il non essere, l’oscena energia della vita e la grottesca immobilità della morte, nel sottile confine della pagina scritta.

Laura Ingallinella