venerdì 4 dicembre 2009

Retablo

Retablo
di Vincenzo Consolo
Sellerio Editore Palermo, 2009


Un nome segna sin dal principio il racconto di Vincenzo Consolo imprimendo, attraverso una litania nel migliore stile barocco, (“scialo di aggettivi”, icasticità delle immagini, un ritmo dalla musicalità più lirica che prosastica), il suggello della patrona palermitana sull’opera dell’autore siciliano. E per chi non avesse mai sentito parlare del Monte Pellegrino, della sua grotta, della teca di vetro dentro la grotta, del corpo candido dentro la teca, insomma per chi non lo sapesse, questo nome è Rosalia. O, come dice l’ autore tramite l’ io narrante, è: “Rosa e Lia. Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso, rosa che ha sventato, rosa che ha roso, il mio cervello s’è mangiato. […] Lia che m’ ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’ inferno che credei divino”.
Come dice Sciascia in un suo commento, solo il titolo di Retablo poteva addirsi ad un’opera di tale complessità, quasi una miniatura cui fosse applicato un estenuante lavoro di cesello: “Per quel che vi si svolge e per come è scritto, questo racconto è come un miracolo […] i retablos in pittura rappresentando sequenze di fatti miracolosi”.
La struttura è organizzata tramite piani narrativi a incastro che si intersecano verticalmente ( il narratore, che è sempre uno dei personaggi principali, parla tramite una prima persona differente da quella dell’ autore) e orizzontale. Riguardo quest’ultimo punto, è utile rilevare che la storia si dipana attraverso i diari personali di due personaggi fittizi (un monaco spretatosi e la giovane Rosalia che lo ha “indotto in tentazione” ma che è anche, per paradosso, immagine della santa cui il poveretto si rivolge nelle sue preghiere), e un personaggio storico: il pittore settecentesco Fabrizio Clerici, giunto in Sicilia per effettuare schizzi di “monumenta” e anticaglie. Altri personaggi realmente esistiti appaiono nel narrato col ruolo di comparse, direi quasi “tangenzialmente”, basti citare Beccaria o il Serpotta. Ma le vicende, il cui svolgimento è spesso interrotto da pause descrittive che sembrano dipingere davvero sulla pagina paesaggi campestri e marini o scenari urbani, sono frutto dell’ invenzione di Consolo: la storia non è che il pretesto per creare tabloids vividi di palazzi e cappelle nobiliari colme di statue e stucchi, templi fatiscenti e cimiteri fenici dimenticati e divorati dalla vegetazione, capanne di pastori, botteghe di venditori di corallo, covi di briganti saraceni, feudi minacciati da terremoti…
Da alcuni aneddoti risalta tristemente un differente atteggiamento nei confronti dei beni storico-artistici che traccia una linea di demarcazione tra meridionali e settentrionali: il Clerici, alla ricerca di opere di valore, si scontra con l’ignoranza e la miopia, ma anche l’atteggiamento derisorio, dei contadini del sud, con ben altre esigenze e urgenze rispetto alla conservazione e preservazione delle ricchezze storiche della propria terra: “-Ecco, ecco l’antichitate- ci dissero i villani. -Le volete? Pigliatele, così ci liberate…- e risero, risero con gran divertimento.”
E ad arricchire il plot con una nota sentimentale subentra il coupe de théatre finale che svela le intenzioni della tanto bramata Rosalia nel capitoletto indicativamente intitolato “Veritas” con cui tra l’ altro si conclude il viaggio dei protagonisti. Il pellegrinaggio siciliano dell’ex frate e del pittore, le cui avventure si erano snodate attraverso brevissimi capitoli ognuno con una titolazione legata a una specifica località, sembra infine, simbolicamente, approdare all’alètheia. Ma ogni arrivo può essere check point per una nuova partenza e così il racconto più che concludersi riparte regalando al lettore un finale “in levare”.