lunedì 26 ottobre 2009

Oltre la mera erudizione


Lezioni americane
Italo Calvino
Oscar mondadori
pp. 148

Italo Calvino, ad oltre 24 anni dalla morte, continua ad essere una voce importante ed autorevole nel panorama composito e variopinto della Letteratura Italiana. E' stato sicuramente un autore difficilmente imbrigliabile alle redini di qualsiasi corrente particolare, tanto da rappresentare spesso, con le sue opere, punte di sperimentalismo sui generis rimaste lì come caso isolato nella propria specificità ma capaci di allargare notevolmente gli orizzonti letterari di un'Italia appena uscita dalle due guerre mondiali. Proprio a ridosso della sua esperienza da partigiano (1946) scrive il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, in cui un'influenza neorealista affiora come sfondo naturale della narrazione della resistenza, in simbiosi con la verve fantastica di Calvino espressa dalla figura quasi dickensiana del bambino Pin. Quasi quarant'anni dopo questo esordio, passato inosservato e come partecipazione ad un concorso indetto dalla casa editrice Mondadori, Italo Calvino è uno scrittore affermato e competente, che ha sperimentato con la sua penna diversi stili e sfaccettature, essendosi divertito a creare i più bizzarri origami piegando in mille modi il tessuto narrativo. Bene, adesso, primo italiano nella storia, viene invitato dalla prestigiosa università di Harvard nel Massachusetts a tenere un ciclo di sei conferenze nel corso dell'anno accademico 1985 - 1986, le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. Il povero Italo, però, non riuscì mai a tenerle, ultima necessitate cogente direbbe Seneca. Ciò che adesso abbiamo tra le mani è, come nel migliore dei topoi letterari, l'opera che, su richiesta, doveva spiegare, al pari della Volontà di potenza di Nietzsche, il sistema di pensiero calviniano; l'opera didascalico-programmatica frutto di un viaggio letterario e metaletterario durato una vita. Italo Calvino era, prima di tutto, un grande pensatore prima che un sofista artigiano della parola: basti pensare alla scarsa spontaneità di tutte le sue interviste rimaste (un giro su Youtube è consigliabilissimo al riguardo), aveva la necessità impellente di passare al vaglio ogni singola parola del suo discorso, ogni singola idea, fin quasi ad apparire nella scrittura continua un ché di lustrato ad eccedenza. Non potremo mai sapere, dunque, quante altre fini opere di labor limae avrebbero atteso i "Six memos for the next millennium", titolo inglese appunto di una serie di conferenze da tenere in area anglofona. Il titolo italiano viene dalla consuetudine di un caro amico dell'autore, Pietro Citati, di alludere al lavoro in fieri del collega come alle "Lezioni americane". Dei six memos, Calvino ne ha sviluppati 5 (Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità), programmando di redarre un sesto in terra statunitense, Consistency. Queste 5 lezioni sono così pervenute a noi lettori in una scrittura chiara e comprensibile, molto prossime a quella che sarebbe stata l'edizione finale. In esse l'autore afferma, data la notevole ed angosciante libertà concessagli dal "committente", di essersi attenuto allo sviluppo di quei valori proiettati verso il terzo millennio (che malauguratamente non vedrà mai), scelti e preferiti ai loro contrari secondo un criterio prima di tutto soggettivo, in un'ottica di presa di coscienza personale riguardo alle proprie scelte stilistiche. Così si profilano, i 5 argomenti delle Lezioni americane, importanti prima che in sé per sé per i contenuti espressi, per la grande passione che è possibile leggere tra le linee, in quest'autore. Con Calvino, non abbiamo più il redattore otiosus della latinità, ritirato dalla vita pubblica, né il cortigiano o l'ecclesiasta medioevo-rinascimentale, o ancora il romantico sentinella del mondo, il risorgimentale animato da eroici furori di bruniana memoria, il primo-novecentesco blanditore e blandito di masse e di duci; niente di tutto questo. La figura intellettuale di Italo Calvino è integerrima, dedita all'attività lettereraria ed alla sua recherche per pura passione, limpido desiderio di scrivere e perfezionarsi, senza nessun'altra contingenza esterna alla propria persona. Come afferma Guido Morselli «La cultura dell'individuo è sempre sul farsi o non è. L'uomo colto non è chi sa, ma chi apprende...colto e non puramente erudito è l'uomo che sente il dovere di alimentare il proprio spirito assiduamente, quotidianamente, qualsiasi siano le circostanze in cui si trova a vivere». Ed è in questa visuale di estremo dovere/piacere personale che prendono corpo le innumerevoli citazioni a suffragio delle splendide argomentazioni di questo testo. Senza troppe forzature, si potrebbe affermare che questa sia, come opera, il corrispondente teorico di Se una notte d'inverno un viaggiatore in quanto esplorazione oltre che di generi letterari diversi (sono presenti riprese da prosa, saggi e versi), di lingue e valori stilistici differenti senza che si profili una propria specifica compiutezza e meta raggiunta, di fronte ad un numero di speculazioni infinite nel tempo. Emblematico nella sua casualità, il fatto che si tratti di un'opera incompiuta anche nel suo aspetto formale. Il lettore è guidato efficacemente attraverso estratti ed excursus in lingue straniere, senza che però si perda l'unità strutturale dell'opera e che ogni episodio possa apparire fine a se stesso, ma raggiungendo un'armonia interna e complessiva frutto di una mente cosmica, nell'accezione greca ed italiana del termine. Infatti lo scrittore nato nel 1923 in Santiago de Las Vegas a Cuba, riesce a comprendere nel suo pensiero, polytropòn come Odisseo, una serie di riflessioni autonome ed allogene molteplici (come l'ultima lezione conservatasi) ed organizzate coerentemente tra di loro. L'immagine d'insieme, per qualsiasi utente, è quella di un viaggio passo passo nei meandri di una biblioteca borgesiana, infinita e periodica; un concetto di letteratura che vive uno stato di crescita perpetua e di cui l'unico principio ordinatore, capace di scandirne il ritmo nella sua evoluzione, è il semplice e sublime piacere della parola scritta.

Adriano Morea