lunedì 27 luglio 2009

I limoni d'oro


I limoni d'oro
di Giovanni Trovato
Milano, Mondadori, 1976

pp. 286

“Un istante prima di morire si può ricominciare tutto”: l’ aforisma di Papa Giovanni XXIII è l’ epigrafe, da interpretare non solo con un senso di speranza ma quasi di sfida, dell’ autobiografia di Giovanni Trovato, Padre Bianco, missionario, poi marito e padre contro le pressioni di prelati e forze dell’ordine, della sua stessa famiglia e del paese natale, Acireale; infine “figliol prodigo” tornato alla Chiesa da teologo con una tesi su “Matrimonio e celibato” in cui, dopo aver sperimentato il duplice ruolo di sacerdote e laico, si pronuncia, da uomo felicemente sposato, (dunque destando ancora sorpresa e scandalo), in favore del secondo.
Un “uomo dalle mille metamorfosi” che fonda un impero industriale sul commercio dell’ essenza di limone partendo da una rilettura del mito edenico in cui la donna, nel giardino terrestre, non offre all’ uomo la mela come frutto della tentazione ma un limone d’oro, più rappresentativo di una terra inebriata dal fiore della zagara. Lo stesso uomo che, bistrattato da chi lo osannava ed acclamava come santo quando ancora portava l’ abito del marabutto e predicava in Siria tra i musulmani, riabilita poco alla volta la propria figura fino a diventare un “piccolo Onassis”, l’ introduttore della denominazione d’ origine per le essenze derivate dai frutti, un accorgimento non da poco se si pensa che “i grandi profumieri non possono fare come gli industriali dell’ acqua di colonia a buon mercato che cambiano fornitore con più facilità e a volte mescolano essenze di provenienza diversa. […] Chi mi perdonerebbe mai di aver compromesso la riuscita di “un’ opera d’arte” di Dior o di Chanel?”.
Il piacere della lettura è proprio in questa prospettiva da “backstage” che ci permette di osservare dall’ interno la meccanica delle trattative condotte con i grandi fornitori dell’industria profumiera mondiale. Affari intrapresi con trasparenza e con la consapevolezza di una crescente perfettibilità raggiungibile nel proprio campo, nel rispetto dei dipendenti, specie se in difficoltà (“continuo ad assumere chi ha bisogno e persino chi ha qualche difetto fisico, come Lucio, che è sordo. Naturalmente c’ è chi dice a mia moglie che andrò in rovina col mio esercito di invalidi”), ma anche col brivido del giocatore d’ azzardo che punti tutto in un’ unica mano: “Il mio socio mi accoglie con la faccia scura perché mi sono impegnato, a nome della Zagara, a consegnare ad un solo profumiere più di quanto possiamo produrre in un anno”.
Una vita sullo sfondo di un’ Italia divisa tra fascisti e comunisti, tra le accuse di collaborazionismo nei confronti dei partigiani al Nord e lo scontro con una “mentalità mafiosa” in una terra che confonde religione e superstizione, tra chi denuncia “l’ eresia” insita nel “mischiare fede e esportazione” e le maldicenze di chi grida: “il fraticello sta conquistandosi una clientela internazionale andando a dire in diciotto lingue che il suo olio è benedetto.”.
Ma ciò che tuttora sconvolge i fedeli ed esalta gli anticlericali è forse la rivelazione degli “estremi rimedi a mali estremi” che inducono alcuni alti prelati a far rinchiudere in “case d’ accoglienza”, (fuori da ogni eufemismo veri manicomi), personaggi scomodi e per nulla invasati. L’ esperienza drammatica e rocambolesca dell’ autore, (tra sonni obbligati dalle droghe somministrate ed incubi da “moralità play”), stupisce soprattutto per il fatto che la sofferenza e i patimenti, il trauma, non trovano alcuna censura da parte di un ex confessore che adesso a noi si confessa, non sfociano nell’ abiura totale, nel rigetto definitivo e fisiologico, ma, dopo il taglio cesareo che è il rifiuto dell’ ordinazione sacerdotale, la nostalgia per le missioni lo tiene ancora avvinto al passato mai passato, anzi fin troppo presente e vivo… e sarà proprio la visita ad un lebbrosario in Africa, di ritorno da un viaggio d’ affari, a salvare la vita del novello industriale permettendogli di scampare al disastro aereo che vide precipitare il mezzo su cui avrebbe dovuto far ritorno in Italia. Caso o destino che sia la famiglia è sempre presente accanto: Esther, (il nome biblico allude già ad un matrimonio illecito, “nomen omen”, come direbbero i latini) è l’ emblema della vocazione laica, dell’ amore proibito e ostacolato che richiama il “ questo matrimonio non s’ha da fare!” manzoniano.
Ancora un tema trovo attualissimo: la ricerca e la fede incrollabile nel dialogo tra le religioni monoteistiche. E nel bilancio finale della propria esperienza ritroviamo ancora quello spirito camaleontico e intraprendente che spinge “il testimone dell’ inquietudine” a chiedersi quale sarà la prossima trasformazione… forse una conversione all’ islamismo risulterebbe coerente rispetto allo status agiato che si è sostituito all’ ideale pauperistico della cristianità autentica. Ma la chiusura è ancora significativamente cristiana se “la via della salvezza passa dallo stato di abbandono più completo e tocca il fondo della disperazione solitaria”, se riecheggia cioè “l’ agonia del Golgota”: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”… e nel pronunciare l’ invocazione, l’ultimo tremendo appello, è già in atto una nuova resurrezione.