domenica 1 febbraio 2009

P.G. Wodehouse



La prima volta che ho letto uno dei romanzi di Wodehouse, avevo appena terminato "Mrs Dalloway". La seconda, subito dopo "Espiazione" di Ian McEwan. In entrambi i casi, ciò di cui avevo bisogno era qualcosa di non violento, non drammatico, non introspettivo, non difficile. E ovviamente non stupido. In una parola, Wodehouse.

I detrattori di Sir Pelham Grenville Wodehouse sono stati tanti. Nato nel 1881, era di due anni più giovane di Einstein, Trotsky e E. M. Forster, coetaneo di Picasso e Bartok e soltanto di un anno più vecchio di Virginia Woolf e James Joyce. Forse da uno di quella generazione ci si aspettava qualcosa di più. Soprannominato English Literature's performing flea, la scimmia ammaestrata della letteratura inglese, è autore di un corpus di circa 96 libri, in larga parte romanzi, alcune commedie e canzoni per il palcoscenico. E' uno di quegli autori che o si amano o si odiano. Chi lo odia, sostiene che letto un libro, li hai letti tutti, e che le trame sono fatte con lo stampino. Effettivamente qualcosa di vero nell'ultima affermazione c'è. La maggior parte dei suoi romanzi sono ambientati tra la upper-class inglese dei primi anni del Novecento, e hanno per protagonisti eccentrici Barons/Earls/Lords che beatamente e innocentemente causano complicazioni nelle vite di nipoti e nipotine e relative conoscenze, interponendosi fra loro e un desiderio, solitamente matrimoniale e/o finanziario. I segretari sono o snobbati o idolatrati, ma comunque tutti antipatici e pignoli. I maggiordomi sono tutti precisi, impassibili, e raddrizzano con la loro rettitudine parrebbe quasi istintiva le pericolose curvature dei loro superiori. Dopo rocambolesche avventure tra ville immerse nella campagna e raffinati quartieri londinesi, tutto si aggiusta. I soldi vengono trovati (o ritrovati), le antiche amicizie si rinsaldano, il matrimonio ha la strada spianata. 

Lo scrittore deve aver avuto qualcosa in comune con i suoi personaggi più bizzarri. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, si trovava in Francia. Già dalla precedente Guerra Mondiale, aveva comprato casa negli Stati Uniti, ma per evitare la doppia tassazione, inglese e statunitense, aveva tagliato la testa al toro e si era trasferito in una casa in riva al mare a Le Touquet. Per niente convinto della serietà della guerra che ormai era scoppiata, non ritenne necessario fare le valigie e tornare di corsa in patria, o riparare negli Stati Uniti. I tedeschi, nel 1940, lo fecero prigioniero per un anno. Venuti a conoscenza diretta della sua capacità di intrattenitore comico, e avendo accertato la completa mancanza in lui di cognizione e partecipazione politica, gli proposero di condurre alcune trasmissioni radio da Berlino. Gli inglesi, nell'anno in cui la loro capitale e altre importanti città venivano bombardate e un esercito in disfatta ritirava dalla Francia, non erano esattamente in vena. Venne accusato di tradimento e i servizi segreti fecero le loro indagini. Ma, concordando con i difensori George Orwell ed Evelyn Waugh, Wodehouse venne classificato come "naive and foolish, but not a traitor".

P.G. Wodehouse è per la satira inglese quello che Agatha Christie è per il giallo. Sì, i personaggi e le trame si assomigliano. Eppure, inizi a leggere uno dei suoi romanzi, e sai come finirà, ma non cosa ci troverai in mezzo. Come in un cubo di Rubik, pian piano tutti i tasselli si agganciano, si sistemano, guidati da un orecchio raffinato per i suoni della lingua inglese, da una mano che sgancia colpi di scena con una tempistica da Olimpiade e da una pervadente, sottile, fulminea, magistrale e secolare struttura ironica. Leggere uno dei suoi romanzi è l'equivalente del ficcare la testa sotto la sabbia. E' la cura (temporanea e comunque illusoria) ai mali del mondo, ai cambiamenti, ai telegiornali, alle veline.