domenica 2 luglio 2017

#CritiComics – Il Kintsugi occidentale per i nostri, inevitabili, momenti di dolore

Frantumi
Frantumi,
di Giovanni Masi e Rita Petruccioli
Bao Publishing, 2017

pp. 122, cartonato
18,00€


Mattia è seduto al tavolino di un bar della stazione Termini di Roma. Mentre sorseggia un espresso gli arriva un messaggio di Sofia che gli dice, senza lasciar spazio al fraintendimento, che le sue ultime analisi non sono affatto buone. Quasi, non lasciano presagire alcuna speranza. Mattia interrompe, allora, il suo legame con la realtà e si imbarca (letteralmente) in un viaggio verso lidi lontani e inaspettati, incontra Laila che gli spiega che ci sono domande che non devono essere poste e va alla ricerca di una risposta alle sensazioni provate durante la lettura del messaggio di Sofia.

Non so se Giovanni Masi e Rita Petruccioli amino il Giappone quanto me; forse è proprio questo mio amore smisurato per la terra nipponica a farmi riconoscere spunti della sua cultura in tutto quello che mi circonda. Eppure Frantumi è perfettamente accostabile alla tradizione giapponese del kintsugi. In Giappone, quando un oggetto in ceramica si rompe, lo si ripara con l’oro, poiché si è convinti che un vaso rotto possa divenire ancora più bello di quanto già non lo fosse in origine. In effetti il risultato finale di quest’operazione di riparazione è sorprendente (il manufatto diventa striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso, bellissimo, dove la casualità della rottura rende gli oggetti redivivi). Più che il risultato fisico, tuttavia, è l’idea alla base accomuna il kintsugi al graphic novel dei due giovani autori.  Il dolore, per i giapponesi, non incarna un sentimento vergognoso, da estirpare o da occultare; le crepe dell’oggetto rotto non vanno nascoste né mimetizzate ma valorizzate, esattamente come le cicatrici, i difetti fisici e le ferite dell’anima non vanno celate ma esibite senza imbarazzo, essendo le stesse parte dell’uomo e della sua storia.
Frantumi

Così come il kintsugi, attraverso, l’arte, ci dimostra che da una ferita risanata può rinascere una forma di bellezza e di perfezione superiore, e che dai segni impressi dalla vita sulla nostra pelle prendono il via i processi di rigenerazione e di rinascita interiore che ci rendono delle persone nuove e risolte, così la storia di Mattia ci fa capire che ogni momento di dolore ha una sua durata, diversa per ogni individuo e che non si concluderà, necessariamente, con una soluzione. La parentesi vissuta dal protagonista quando un fulmine si è abbattuto nel cielo parzialmente sereno della sua vita è un viaggio onirico nel corso del quale il tempo nel mondo reale si ferma, mentre nell'isola deserta su cui approda dura per l’eternità.

Lì Mattia incontra altre persone come lui, tutte mancanti di uno o più pezzi della loro persona e per le motivazioni più disparate; la loro storia non viene raccontata con tristezza o compianto, ma Giovanni Masi imbastisce una sceneggiatura delicata e discreta, in cui tutte le metafore legate al dolore diventano concrete e trasformano la sofferenza in un’esperienza profondamente umana e vicina a chiunque. Così gli abitanti di quest’isola lontana sono letteralmente a pezzi, ognuno privo in quantità diversa di parti del corpo e alcuni addirittura rimasti acefali; le ferite si ricuciono così come si farebbe come un abito e la nave che riporta Mattia a casa e con cui lui e Laila avevano raggiunto altri luoghi dell’isola alla ricerca dei loro preziosi pezzi mancanti solca le acque di un mare sanguigno (con un effetto grafico molto forte e suggestivo) in cui scorrono e si sentono le voci delle banalità, le frasi fatte e i cliché con cui si prova a lenire banalmente la sofferenza di un altro, senza capire che chi soffre avrebbe solo bisogno di navigare su quanto viene detto ed essere curato con i gesti.  
Frantumi
Frantumi è un inno all’uguaglianza del dolore, dato che Mattia, Laila e tutti quelli che il protagonista incontra sul suo cammino possiedono l’ugual diritto di superare, indugiare o sottovalutare i propri sentimenti. Nessun giudizio viene espresso né sull’accanimento con cui Mattia prova a trovare un soluzione (impossibile) alla propria condizione né sulla rassegnazione che Laila ha messo nella sua esistenza: tutte le fasi di superamento del dolore hanno il medesimo diritto di cittadinanza nel cuore umano. Rita Petruccioli riesce a bilanciare la densità emotiva del testo con disegni essenziali e lineari, che non vuol dire inefficaci o superficiali. I contorni delle figure e della sono puliti, definiti e semplici. Poco realistici ma coerenti con la dimensione onirica dell’esperienza vissuta da Mattia. E proprio come in un sogno, non tutte le tonalità trovano spazio tra le campiture ma a ogni personaggio viene assegnato un unico e riconoscibile colore: Sofia il giallo, Mattia il rosso, Leila il blu. E ancora come in una dimensione fantastica lo spazio ha una sua relatività e per questo se tavole sono tagliate in maniera asimmetrica e disordinata.

Una frazione di secondo (come per Mattia), un mese, un anno, un’eternità. Il dolore ha i suoi tempi che devono essere rispettati. Il dolore ha la forza di rendere importante il significato della nostra vita.



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