mercoledì 10 agosto 2016

Se ci ascoltiamo, vinciamo. Viceversa, no. Le infinite chances del dialogo empatico

Quando io parlo tu mi ascolti?
I segreti per una relazione vincente
di Stefano Di Carlo e Luigi Meani
Effatà Editrice, 2016

pp. 108
Euro 9,50

«Il rumore è ciò che disturba la comunicazione».

Questa recensione inizia con un doveroso mea culpa: chi scrive, per quanto la incuriosisse, aveva certamente sottovalutato la lettura del libricino di Stefano Di Carlo e Luigi Meani. In un certo senso si tende sempre a sottostimare ciò che si crede di conoscere al meglio, ciò che magari si è addirittura studiato e che è stato oggetto di approfondimento in sede accademica. A riprova non solo del fatto che, eduardianamente, “gli esami non finiscono mai”, ma anche della boria con cui tutti noi prima o poi macchiamo le nostre rispettabili scartoffie, immersi (quali siamo) come ortaggi sott’olio nell’unto pervasivo della celebrata “era della comunicazione”. Perché Quando io parlo tu mi ascolti? è certamente un volumetto sui temi dell’ascolto e del dialogo – ed è fatto noto (se non notorio) come di ciò vi sia un bisogno palmare – ma nella sua modalità di esplicazione, talmente basica da risultare a tratti quasi elementare, ha la potenza disarmante delle riflessioni degli infanti e dei folli, tanto più colossali quanto più tacciate di assenza di malizia o, peggio, di pericoloso e sovversivo autismo.

Abbiamo davvero bisogno di ripassare le strutture fondamentali della comunicazione? È proprio il caso che uno psicologo-psicoterapeuta (Di Carlo) e un sociologo, formatore, orientatore familiare, giornalista pubblicista e cultore della materia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Meani) compongano a quattro mani una guida che ci ricordi l’importanza dell’ascolto e del dialogo (e relative componenti) suggerendoci in coda anche qualche esercizio per migliorare le nostre personali capacità? Il mercato rigurgita di pubblicazioni similari, con tutte le gradazioni che vanno dallo specialismo/accademismo più compiaciuto di se stesso all’ammiccante manuale How To con carattere 20 e considerevole ampiezza di margine e interlinea. A che livello, quindi, collocare un libretto di un centinaio di pagine che nel sottotitolo enuncia con positività I segreti per una relazione vincente? Non nel cestone degli “Eureka”, e nemmeno in quello dei “Tarocchi”. Bensì – e a chi scrive non pare di esagerare – in quello dei “Fondamentali” (Basics, direbbero i patiti dell’inglese). Meglio: dei “Trasversali”.

Oltre ogni possibile relativismo comportamentale compreso entro i termini della legalità e del buon senso, i punti chiave della comunicazione interpersonale (ma anche intrapersonale) dovrebbero godere del fregio della necessità. Molto – molto – di più dei diabolici aggeggi elettronici dei quali un’umanità costantemente connessa si serve per dare sfogo a ciò che spesso, con maggiore discrezione e modestia, si avvantaggerebbe di un’igienica repressione. Ma fuor di metafora e fuor di “social”, i drammi della comunicazione animano già la fase precedente i vari Facebook, Twitter & Co, di cui, significativamente, Di Carlo e Meani fanno una menzione non esclusiva o di comoda espiazione. Al contrario. Il problema è tutto anteriore: il motivo per cui non ci si capisce, non ci si parla, è, banalmente, perché non ci si ascolta. Parrà a molti, ironicamente, un’autentica verità rivelata, ma all’origine di tutto non sembra esserci un’inquietante “suono del silenzio” tale da annichilire le coscienze più impressionabili, bensì un fastidioso rumore di fondo, un brusio come di fauna molesta, un chiasso che siamo noi stessi ad alimentare. Parliamo e straparliamo, ma non comunichiamo. Abbiamo un’opinione su tutto e la sbertuliamo ai mille venti, ma raramente ci facciamo davvero sfiorare dai pareri altrui. Spesso, più spesso di quanto crediamo, quelle volte in cui non siamo dietro gli schermi dei nostri computer, tablet, smartphone (e così via), squalifichiamo i nostri potenziali interlocutori già con il nostro corpo, “chiuso” e ammalato di una malintesa sindrome dello Speaker’s Corner presa un po’ troppo alla lettera, quasi fosse un virus dal quale ci si salva solo in virtù del contagio.

Lo sforzo di Di Carlo e Meani, dunque, è tanto più apprezzabile perché in tempi di cagnara e di deficit cronico di attenzione ci ricorda quali e quanti benefici verrebbero all’uomo, inteso aristotelicamente come “animale politico”, se solo abbaiasse un po’ di meno e intraprendesse la crociata dell’empatia, della risonanza emotiva e del rispetto reciproco e non giudicante dei vissuti soggettivi. Così adesso, anche chi ha scritto questa recensione, molto opportunamente, tacerà. Non prima di avere invitato tutti – anche i più sordi – alla lettura di questo prezioso vademecum in miniatura. L’avvio del circolo virtuoso, a questo punto, sarà una sua certezza, tanto fideistica quanto ragionevole.

Cecilia Mariani

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