giovedì 28 maggio 2015

Cortocircuiti identitari e spazio-temporali per viaggiare attraverso la morte

Gli increati
di Antonio Moresco
Mondadori, 2015

pp. 1013
€ 30 cartaceo 

Quando ci si approccia per la prima volta a Gli Increati di Antonio Moresco, si rimane a bocca aperta. Soprattutto se, come nel mio caso, si conoscevano i precedenti Gli Esordi e i Canti del Caos solo attraverso la critica. Basta la copertina al contrario, stimolante e originalissima, poco appariscente (non ci sono fascette pubblicitarie e il titolo è solo nel retrocopertina e sul dorsino!) per capire che tutto il potere della comunicazione è affidato alle parole. Provate a leggere il paragrafo incipitario, scavato in rosso sulla copertina bianca, e già avrete la misura della penna di Moresco: la semplicità dello stile e la forza del contenuto. 

Lettura in corso con Milla Nespola testimone silenziosa
Poi, certo, non è detto che il contenuto sia facile o che schiacci l'occhio al lettore. Anzi, talvolta si fa decisamente ostico. Ci si avventura in questo turbinoso e contraddittorio viaggio nel tempo e nello spazio della morte che, tuttavia, non è un aldilà cristiano. Anzi, è una sorta di mondo parallelo, che si configura come una Milano distrutta e continuamente scossa da terremoti che terrorizzano i presenti. Tutto, sembra suggerire Moresco, 'nasce dal non-essere', è la morte che origina la vita, per poi tornare alla morte, in una ripetizione pedissequa che porta l'uomo a compiere perennemente lo stesso cammino. Ma cosa succederebbe, se Lazzaro si rifiutasse di "alzarsi e camminare", o se Gesù non risorgesse? Ipotesi dirompenti che stupiscono il lettore nelle prime pagine. L'io-narrate, poi, è questo scrittore dubbioso, alter-ego di Moresco, angosciato da domande sempre più incalzanti sulla realtà e sul destino, nonché sul valore della letteratura e sulla concezione di tempo e spazio. Sul suo cammino, accanto a personaggi ben noti, come i genitori, molti incontri dal sapore dantesco: una Musa, la Pesca, che appare e scompare rivelandosi più al tatto che alla vista; ma anche personaggi già presenti nei due volumi precedenti, come il Gatto (affine al demonio) e il Matto.

Più il protagonista incede e più scopre di sé e della morte? Non proprio. A cominciare dalla tripartizione del viaggio (Premio dei morti - Proemio dei vivi - Proemio degli increati), si evince che il libro è più complesso del previsto, e all'uomo non è dato di spiegare tutto e, soprattutto, non è detto che sappia comunicarlo. D'altra parte, anche il tema dell'ineffabilità, sposato a una vena metaletteraria circa la spendibilità della propria opera, è gustosamente dantesco. E tuttavia è rinnovato secondo la visione a tratti lucidissima, talora allucinatoria, di Moresco: immaginate di scoprire che la morte non è la cessazione di tutto, ma che anzi i morti copulano provocando terremoti e dall'unione dei loro gameti si origini la vita. O pensate a come sarebbe rivivere episodi della propria vita alla luce della morte, nonché reincontrare l'amore della vostra vita e riconoscerlo sempre e solo quando lui/lei si rivela per "incernierarsi" (altro verbo denominale che fa pensare al padre della Commedia), mai a prima vista! Il tutto si riduce a déjà-vu sfocati: ogni incontro è già stato, sarà. Perché tutto accade, accadrà. Lo sdoppiamento temporale si traduce continuamente a livello verbale, in questa continua replicazione tra presente/futuro, per aprire la mente ad alternative rispetto la nostra concezione.

Angoscia, impotenza e inadeguatezza ma anche grande curiosità sono costanti nelle oltre mille pagine di questo coraggioso romanzo che mette in crisi anche l'identità personale. Altra parola d'ordine è senza dubbio infrazione: con una formularità sapienziale, a tratti dal sapore biblico (e si vedano le fonti citate in coda al libro), Moresco itera i concetti con un lessico rintoccante, a tratti decisamente insistito fino a risultare ossessivo. Se non si riesce a superare la prima sbalorditiva sorpresa per questo stile che pare ripetersi e contorcersi in continui ribaltamenti di senso e giochi linguistici, allora sarà ben difficile portare a termine tutta la lettura. 

Molto meglio, invece, accettare che Gli Increati scardina molte delle nostre idee di letteratura, l'idea stessa della forma chiusa o dell'azione, nonché la pretesa che anche per il percorso narrativo segua un dipanarsi lineare. Solo accettando il punto di vista di Moresco, si sconfigge il rischio di restare impantanati in dialoghi a tratti ripetitivi all'inverosimile (certo, tutto ha una ragione, ma solo tenendo ben fissa l'intentio operis davanti a noi si riesce a proseguire). Ci sono scene di rara bellezza, come gli incontri d'amore con la Pesca, che fanno pensare a una predestinazione: il donarsi erotico è sempre conseguenza e causa dell'amore. Questi e altri quadretti resteranno allora significativamente impressi nella mente del lettore più libero dai preconcetti.

GMGhioni


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