venerdì 24 gennaio 2014

#CriticaNera. Bacci Pagano, la genesi di un personaggio come esercizio geo-letterario

L'uomo delle Affissioni Comunali sputa per terra e si forbisce con l'avambraccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. […] Io assomiglio a un pappagallo sul trespolo mentre lo osservo appollaiato sulla mia Vespa.

Così esordisce sulla scena del noir italiano l'investigatore privato Bacci Pagano, personaggio creato dallo scrittore genovese Bruno Morchio, che in questi mesi è tornato in libreria con una nuova avventura, Lo Spaventapasseri (Garzanti). Ma non è di quest'ultimo romanzo che voglio parlare oggi. Fuggendo un po' dall'ansia dello “stare sul pezzo”, preferisco riavvolgere il nastro di una decina d'anni e otto romanzi, tornando al 2004 quando nelle librerie usciva Bacci Pagano. Una storia da carruggi, edito dai Fratelli Frilli.
L'esordio letterario di Bruno Morchio è il terreno in cui il personaggio conosce la sua genesi, dove iniziano ad emergere alcuni tratti caratteristici della sua personalità che poi negli anni si consolideranno. Questi si articolano attraverso le due inchieste a cui l'investigatore privato sta lavorando: la prima per una famiglia borghese di Genova, gli armatori Pellegrini; la seconda per una vecchia conoscenza di Pagano, Lagrange, un comunista sessantottino con cui ha condiviso parte della sua militanza politica.
Le due indagini viaggiano parallele e mettono in evidenza per lo meno tre aspetti che poi saranno centrali nell'evoluzione successiva del personaggio: la genovesità, la letterarietà e l'impegno politico.

La genovesità. Bacci Pagano, all'anagrafe Giovanni Battista, è un uomo dal carattere duro, schivo e diretto. Un «analfabeta dei sentimenti» appassionato di Mozart che non ama perdersi in inutili discussioni ed è estremamente pratico. Il nome che porta è tutto dentro i confini della città vecchia di Genova, dove è nato, cresciuto e dove vive. Lo Stradone Sant'Agostino, a due passi dal nucleo originario della città pre-romana, è il punto di partenza e d'arrivo di tutte le sue indagini. Il capoluogo ligure ha un'importanza di primo piano nel romanzo, non solo come sfondo ambientale in cui si svolge l'azione. I suoi vicoli (lo Stradone, ma anche via San Bernardo, Canneto il lungo, Piazza Matteotti), la sua periferia (San Gottardo, Staglieno, la Val Bisagno), i suoi quartieri borghesi (Castelletto e Albaro) e i suoi caffè (primo fra tutti il Caffè degli Specchi) fanno da contraltare alla presenza ingombrante di un “io” narrativo che domina, dall'interno, l'intero romanzo quasi a prendersi lo spazio di onnipotenza che di solito è destinato al narratore onnisciente.
Genova ha tutta l'aria di essere una controparte femminile (come lo era per Caproni, del resto), quasi che le donne presenti nel romanzo (la prostituta Jasmine, la colf Zainab, la mamma padrona Assunta, l'amante adultera Alma Montello, ecc.) non siano altro che piccole frazioni, parti di un tutto che altro non è che la città ligure. Luogo in cui Bacci Pagano si muove con estrema disinvoltura, a piedi, in Vespa o con un vecchio Maggiolone. Il lettore deve familiarizzare con questi spazi perché conoscere Genova diventa imprenscindibile per conoscere il personaggio. Si tratta di una città un po' bagascia, che deresponsabilizza l'uomo, che non lo impegna, ma lo tiene legato a sé senza opportunità di fuga. Allo stesso tempo, però, è una città struggente, decadente, misteriosa e mediterranea: una città che nella sua immobilità non sta un attimo ferma. Una città tagliata dal maestrale, antitesi delle città del nord i cui centri storici sembrano un salotto tirato a lucido:

Genova e il vento. Due monelli capricciosi che non vogliono mai smettere di giocare. Capricciosi e molesti. […] Sto accostando al muraglione che da corso Carbonara guarda Genova dall'alto. Un gran bel colpo d'occhio sul porto e sul Bigo, il tratto di centro storico compreso tra Banchi e la porta dei Vacca. Un grigio rebigo di tetti obliqui sotto i quali si spàntega la fitta ragnatela dei carruggi dove il sole fa capolino in punta di piedi, a mezzogiorno. […] Eccola lì, Genova lustrata dal maestrale.

Genova è una città noir per eccellenza, dove il bello e il brutto non solo convivono, ma sono la stessa
Genova dall'alto - Foto di Laura Torre
cosa. Un luogo popolato dalla feccia della terra, un esercito di miserabili che tira a campare tra droga e prostituzione. Ma anche una città che al buio delle sue viscere contrappone la luce dei suoi tetti e delle sue alture, l'orizzonte infinito del suo mare. Soffermarsi e capire questi aspetti permette di entrare dentro il personaggio di Bacci Pagano, «ratto dei carruggi» e «analfabeta dei sentimenti». Una figura umana, sì, anzi umanizzata, ma allo stesso tempo, come mi ha confermato lo stesso Bruno Morchio, «squisitamente letteraria».

La letterarietà. Bacci Pagano è quindi un personaggio che nasce, cresce e morirà entro i confini della letteratura. I suoi modelli non sono uomini veri, ma immaginari, con nomi e cognomi precisi: Pepe Carvalho, Philip Marlowe, Fabio Montale, tra gli altri. Inutile fare l'elenco di tutti i tratti che accomunano l'investigatore genovese ai suoi predecessori. Basti sapere che col tempo Bacci Pagano da discepolo potrebbe trasformarsi a sua volta in modello: quello che lo rende interessante è infatti la capacità di diventare autonomo e indipendente, di emanciparsi dai suoi maestri e camminare con le proprie gambe. Non sono tanto le similitudini, quindi, a darne la cifra, quanto le differenze, cioè quelle piccole cose che lo rendono unico. Particolari a volte comici, come il fatto che non indossi le mutande, altri più seri e profondi, come il riaffiorare del ricordo commuovente dell'infanzia, che lo caratterizzano e che permettono un'identificazione con il lettore.
Data questa forte letterarietà non devono sorprendere citazioni e piccoli omaggi dispersi qua e là nel romanzo:

Un amministratore delegato è un dirigente che sulla sua azienda esercita un potere pressoché assoluto e, per il tempo in cui gode della fiducia degli azionisti, tocca a lui fare il bello e il cattivo tempo. Tutte le scelte importanti sono nelle sue mani, ed egli ne porta in solitudine tutta la responsabilità. La solitudine del manager.

L'ultima frase, “La solitudine del manager”, è un chiaro rimando alla seconda indagine di Pepe Carvalho, il celebre personaggio di Manuel Vázquez Montalbán. Nel romanzo, dal titolo La soledad del manager, l'investigatore galiziano-catalano si trova a indagare sulla morte di un amministratore delegato barcellonese, Jaumá, nella Spagna appena uscita dalla dittatura. La vittima, oltre ad essere una vecchia conoscenza di Carvalho, era anche un ex militante comunista catalano. Durante l'indagine il personaggio montalbaniano si ritroverà a fare i conti con un pezzo della sua storia, ritrovando vecchi compagni che hanno intrapreso ognuno la propria strada, tra i quali c'è anche chi continua a vivere un sogno politico irrealizzabile. Questi caratteri che nel romanzo spagnolo ritroviamo dispersi in più figure, in Bacci Pagano. Una storia da carruggi sono concentrati nel personaggio di Lagrange, per il quale Pagano deve indagare circa la scomparsa di una carabina. Su questo fronte Morchio inonda il romanzo di una componente politica e ideologica del tutto simile a quella riscontrabile nel romanzi di Montalbán.

L'impegno politico. L'azione del romanzo si svolge diciotto mesi dopo il G8 di Genova, intorno a Natale del 2002. Le conseguenze degli scontri del luglio 2001 sono lontane dall'essere assimilate e sembrano aver risvegliato in Bacci Pagano il ricordo di un passato fatto di militanza politica e una detenzione che, per quanto ingiusta (anche Carvalho finì in carcere quando era un giovane militante del Partito Comunista di Spagna), lo macchierà per sempre come “rosso”.
È ovviamente presente l'antagonismo tra il corpo di polizia, in modo particolare la celere, e il detective. Ciononostante, il vicequestore Pertusiello, della omicidi, fa da giusto contraltare al suo omologo della DIGOS: il primo comunista, tollerante e ben consapevole dell'importanza istituzionale del suo ruolo; il secondo, invece, trasposizione letteraria del peggior nostalgico fascista che è riuscito a far carriera nelle forze dell'ordine. Semplificando all'estremo queste due figure si potrebbero interpretare come la più classica opposizione poliziotto buono/poliziotto cattivo.
L'aspetto più interessante del dibattito polittico in questo primo Bacci Pagano è il disincanto che avvolge il protagonista, ormai consapevole che gli ideali, per quanto giusti e di alto profilo, non servono, da soli, a portare nel mondo una maggiore giustizia. Quindi è necessario sporcarsi le mani. Questo è forse l'aspetto più interessante dei numerosi momenti in cui i personaggi si lasciano andare a conversazioni sulla politica, rimbalzando tra passato e presente, in una specie di ping pong dei ricordi. Ricordi che si infrangono sul muro degli scontri che hanno reso famoso nel mondo il G8 di Genova, portando personaggi come Pagano e Pertusiello al definitivo disincanto. Ciononostante, l'investigatore dei carruggi non cede al nichislismo e al disfattismo, ma cerca di mantenere una condotta che sia il più eticamente accettabile, consapevole del fatto che il suo mestiere lo porta ogni giorno a dover scendere a compromessi.

Da questa prima analisi del personaggio, è naturale inserirlo in un filone letterario ben preciso che ha come “capostipite” ideale Pepe Carvalho e come “fratelli maggiori” Fabio Montale, personaggio nato dalla penna del francese Jean-Claude Izzo, e Kostas Charitos, frutto della fantasia dello scrittore greco Petros Markaris.
Ognuno di questi personaggi, e Bacci Pagano non fa eccezione, riesce col tempo a crearsi il suo spazio, ad evolvere fino a diventare completamente indipendente dal modello di partenza. Sarebbe opportuno anche evidenziare le differenze, soprattutto sull'asse Pagano-Carvalho, ma questo è un lavoro che lascio ad una futura occasione.
Tornando al disincanto, sono dell'idea che sia più questo aspetto che non l'ambientazione mediterranea a contraddistinguere questo tipo di letteratura e di personaggio. Come sottolineato dal critico spagnolo Javier Sánchez Zapatero, ideatore del Congreso de la novela y del cine negro, ormai giunto alla X edizione, non può essere un criterio geografico (il bacino del Mediterraneo) a definire un'affinità estetica. Anche perché, continua lo spagnolo, Montalbán ha seminato le sue tracce ben lontano dal mare nostrum, in America Latina, soprattutto con l'investigatore privato di Città del Messico (dove non c'è neanche il mare) Hector Belascoarán Shayne, invenzione di Paco Ignacio Taibo II.

Quello che forse davvero manca a Bacci Pagano è una risonanza internazionale all'altezza della sua buona qualità letteraria. Ma qui entriamo nei meccanismi contorti e a volte inspiegabili dell'industria editoriale. Ed usciamo inesorabilmente dal campo della letteratura. Rimane il fatto che, letto nel 2004 (anno della sua pubblicazione), Bacci Pagano. Una storia da carruggi aveva in sé l'eco di un passaggio di testimone, che risuonava in modo suggestivo nella citazione montalbaniana riportata poco fa: solo un anno prima se ne era andato per sempre Manuel Vázquez Montalbán e con lui Pepe Carvalho, la cui ultima avventura (Millenio Carvalho) inizia casualmente proprio a Genova.

3 commenti:

Francesco Torre

Trovo interessante il riferimento al "disincanto" quale elemento caratterizzante di personaggi come Bacci Pagano, al posto di una banale, e superficiale, "mediterraneità"

Alessio Piras

Come fa giustamente notare Javier Sánchez, la "mediterraneità" ha, in questo momento, un grande richiamo commerciale. Di fatto è un'etichetta che utilizzano soprattutto gli editori.

Nicola Campostori

Ho appena finito questo libro. Le considerazioni che hai fatto sono tutte pertinenti ed interessanti. Mi ha colpito l'immagine di una Genova "Spuer-donna" che raccoglie in sé tutte le protagoniste femminili. Per ignoranza, poi, non avevo colto i riferimenti precisi a Carvalho. Spunti su cui riflettere.

Letto nel 2014, credo che il libro paghi un pò in ingenuità per quanto riguarda le riflessioni politiche sull'Italia di quei tempi. Non perchè non sono condivisibili, ma perchè esposte in maniera un pò troppo didascalica. E' come se il passare del tempo abbia fatto sedimentare quelle riflessioni, modificandole, approfondendole, aggiustandole. Riproposte oggi nel modo in cui erano espresse allora appaiono un pò semplicistiche, un pò troppo "facili". Che ne dici?