mercoledì 15 maggio 2013

Un libro-esperienza: Conversazione in Sicilia




Conversazione in Sicilia
di Elio Vittorini
BUR, Milano, 2008.



Mi ritrovai allora un momento come davanti a due strade, l’una rivolta a rincasare, nell’astrazione di quelle folle massacrate, e sempre nella quiete, nella non speranza, l’altra rivolta alla Sicilia, alle montagne, nel lamento del mio piffero interno e in qualcosa che poteva anche non essere una così scura quiete e una così sorda non speranza.
Il narratore protagonista di Conversazione in Sicilia è Sebastiano Ferrauto, di origine siciliana che vive in una città del Nord; in una giornata d’inverno e di pioggia, fu colto dalla consapevolezza della “quiete, nella non speranza”, nell’assoluta perdita d’identità e di coscienza della felicità, era come se mai in tutti i suoi anni avesse mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne  e,  nel momento in cui pensa che il genere umano sia ormai perduto, ecco che riceve il richiamo del piffero della sua terra, nella quale può ritrovare quello che sembra aver dimenticato.
Il romanzo si colloca a metà strada tra Realismo, Lirismo ed Ermetismo, un connubio di forze che lo rendono un libro-esperienza che sa di umanità.
Inizia-come iniziazione-il viaggio di Sebastiano dal Nord al Sud, tra gente che chiacchiera mentre viaggia e, inizia la sua conversazione, che non è con un uomo solo, ma con tanti, con l’umanità tutta, con il genere umano perduto. Il tema dell'offesa al mondo, dell'ingiustizia, della violenza dell'uomo sull'uomo che nella sofferenza è più uomo, era presente già nel Garofano rosso in cui  Alessio scopre il "fossato di offesa" che lo divide dagli operai che lavorano per suo padre, in Sardegna come un’ infanzia nelle condizioni dei minatori,  in Erica e i suoi fratelli nella miseria della protagonista, in Uomini e no, nei morti di Largo Augusto.
 In Conversazione in Sicilia le immagini dell’ingiustizia si rivelano nel povero siciliano che offre disperato le sue arance, nei malati visitati da Concezione-madre di Silvestro, durante il giro delle iniezioni, nei discorsi di Ezechiele e Calogero, nel soldato ucciso. 
Conversazione in Sicilia fu scritta tra 1937 e 1939, subito dopo la Guerra di Spagna (1936), che vedeva lo scontro, oltre che fisico, ideologico, tra Democrazia e Fascismo; la delusione che ne scaturì confluisce in questo straordinario romanzo, che non è solo annichilimento per la guerra di Spagna, ma anche  per la violenza della tirannide, per l’ irrigidimento dei regimi totalitari europei. Le stragi.

SERENA MAFFIA, Elio Vittorini- olio su tela
Conversazione in Sicilia è un romanzo realistico-simbolico, un’esperienza sensibile portatrice di  significati ermetici; è possibile infatti, ricercare nei singoli personaggi la semantica dissimulata: Concezione, oltre ad essere madre di Silvestro, è madre di nuove idee, colei che genera nuovi pensieri, “Concezione” nel significato di concepire con la mente (il termine nasce sicuramente come religioso, riferito alla Vergine Maria, e anche qui ha il carattere del sovrannaturale); Coi baffi e Senza baffi rappresentano la repressione poliziesca nella sua meschinità e violenza; Il Gran Lombardo (figura centrale del racconto), è colui che va alla ricerca di “Altri Doveri”, è un uomo imponente nella sua barba bionda, l’uomo del riscatto degli uomini, la Morale, evidentemente, il nonno, il padre Ferrauto (ferro acuto), Sebastiano-Vittorini stesso; lo “gnomo Colombo” è il mescitore di vino della cantina, rappresenta il corruttore, spiritello assoggettato al regime, un pirata con una bandana gialla in testa, l’intellettuale idolatore del fascismo; il vino versato è il sangue sparso, l’uomo che soffre e l’uomo ucciso; Calogero è l’arrotino, -“Se ci fossero coltelli e forbici” dice- che simboleggia la rivoluzione violenta, l’unica possibile in quegli anni e cerca proseliti, ma, come scrive Sergio Pautasso,“Calogero evidentemente ragiona materialisticamente, ma non ha né memoria né fantasia”(forse una vera rivoluzione in Italia non c’è mai stata!).
J. H. Potter, studioso attento di Conversazione in Sicilia, identifica nella figura di Ezechiele la cultura consolatrice, con i suoi fronzoli, “fiocchi, campanelle, pennacchi”, esso racconta del mondo offeso, ma non ha né coltelli né forbici; e ancora, il Potter individua in Porfirio “la religione come forza attiva nel prolungare le offese del mondo predicando la rassegnazione”[3], il predicatore cattolico cambia bandiera, oggi rossa, domani turchina.
 E  infine, il soldato-fratello Liborio, morto non come un Gracco per difendere la Patria, ma come  un morto ucciso, esso è il simbolo di tutti i morti uccisi, ma anche dell’impossibilità all’azione, del silenzio delle lettere, di un “ehm” spezzato, è l’impossibilità a dire del poeta. È la censura fascista.
In Conversazione ogni singolo personaggio è stato creato per identificare un’idea condivisibile, ognuno è un’allegoria dell’umanità.
Vittorini nella nota al testo di Conversazione in Sicilia scriveva:

Ad evitare equivoci e fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti manoscritti vengano trovati in una bottiglia.

Pur nella indeterminatezza dei confini geografici dei valori rappresentati, Conversazione ha comunque il sapore della gente e della terra del Sud, del particolare e del viaggio nei luoghi della memoria, nei quali cercare la conoscenza. La tendenza di Vittorini, oltre a quella di universalizzare i valori-nonostante una prima fase strapaesana- è anche quella di universalizzare la cultura. Il linguaggio che è di chiaro influsso americano, le frasi sono brevi, strozzate, costante è l’uso del dialogo intessuto di iterazioni.




[2] Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, BUR, Milano, 2008. Nota al testo di Sergio Pautasso.
[3] J.H. Potter, in “Forum Italicum “, vol. IX, n.1, marzo 1975.

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