martedì 19 febbraio 2013

#IlSalotto - Intervista a Federico Baccomo


Federico Baccomo è nato a Milano nel 1978. Nel 2009 ha pubblicato Studio illegale, ispirato all’omonimo blog aperto nel 2007. Nel 2011 è uscito La gente che sta bene. Entrambi i romanzi sono stati pubblicati da Marsilio Editore e hanno riscosso grande successo di pubblico. Dal primo è stato tratto un film intitolato Studio illegale, diretto da Carteni e che ha per protagonista Fabio Volo. Anche da Gente che sta bene è in preparazione un film che vedrà Claudio Bisio nei panni del personaggio principale.


Dal blog ai libri. Cambiano le strutture narrative, le modalità di comunicazione. Com’è stato il passaggio dalla forma breve del post a quella più strutturata del libro? Il pubblico di riferimento è rimasto lo stesso?
È un passaggio meno scontato di quanto sospettassi quando ho deciso di affrontarlo. Un blog è composto di brevi pezzi, più o meno slegati l’uno dall’altro, da offrire gratis, per essere letti principalmente durante le ore di lavoro. Un romanzo si posa in un’altra collocazione: è una lunga storia che ha bisogno di una struttura solida, coerente, che un lettore compra per dedicargli il suo tempo libero. In questo senso, un romanzo chiede molto di più sia a chi lo scrive, sia a chi lo legge. Ci vogliono una dedizione, un impegno, una passione maggiori, da parte di entrambi. La speranza è che, se lo scrittore si è sentito di affrontare questa piccola impresa, possa sentirsi di seguirlo anche il lettore.

In un’intervista hai dichiarato: “Non ho paura di far ridere, non voglio che il lettore possa annoiarsi”. Credo questa sia la cifra più caratteristica della tua scrittura, che prende corpo soprattutto nei dialoghi brillanti. Da quale esigenza nasce? Ci sono dei testi o degli scrittori che hanno, in questo senso, segnato il tuo percorso e che fungono da punto di riferimento?
Più che un’esigenza è una sorta di attitudine, vien fuori così, senza che mi sia chiara la ragione. Mi piace che quello che scrivo possa strappare il classico sorriso, persino una vera e propria risata, e mi piace che possa farlo su argomenti e situazioni che generalmente non danno motivi per ridere. In questo senso, mi viene in mente una definizione di umorismo di uno scrittore comico americano, premio Pulitzer, Dave Barry, che sostiene che l’umorismo sia la misura del nostro renderci conto di essere intrappolati in un mondo quasi totalmente privo di ragione, e la risata è il modo in cui esprimiamo la nostra ansia di fronte a questa consapevolezza. Non so se sia davvero così, ma mi sembra ci sia più di un fondo di verità. E in qualche modo mi pare spieghi l’opera di diversi dei miei autori per così dire di riferimento, uno per tutti Woody Allen.


Giuseppe Sobreroni, uno dei personaggi più riusciti di Studio illegale, è il protagonista di La gente che sta bene. Se nel primo romanzo hai adottato la prospettiva del giovane Andrea Campi - figura che sembrerebbe più vicina a te – nel secondo guardi il mondo con gli occhi di Giuseppe, “un uomo che ce l’ha fatta” e che, in molti casi, il lettore troverà odioso. Credo sia stato un bel cambio di punto di vista.
Quello è stato un capovolgimento che m’ha divertito parecchio. Giuseppe sta agli antipodi rispetto ad Andrea. Di fronte all’empatia che offriva quest’ultimo, alla sua disillusione, allo sguardo ironico e più o meno lucido, all’atteggiamento un po’ arrendevole, Giuseppe è un personaggio che non cerca simpatia, è un illuso, un ingenuo, uno che non cessa mai di darsi da fare. E in più è arrogante, infantile, vanesio, a tratti razzista, omofobo, qualche volta stupido. Tutte caratteristiche che si cerca di non infilare nella descrizione in un sito di appuntamenti, ma che, per quanto mi riguarda, rendevano affascinante il mettermi nei suoi panni. Da un lato, un po’ per sfida, dall’altro un po’ per la curiosità di andare a scoprire chi era, indagare tutto quello che si liquida dietro un cliché come “la gente che sta bene”. E mi vien da dire, paradossalmente, che sia proprio Giuseppe, tra tutti i personaggi di cui ho scritto, il più vicino alla mia sensibilità. Come si dice, quando guardi nell’abisso, ecc..

Hai collaborato con Francesco Bruni, Alfredo Covelli e Umberto Carteni alla sceneggiatura del film Studio illegale, attualmente nelle sale. Come hai vissuto il contatto con quest’altra forma di scrittura?
Uno non se lo aspetta, ma è un tipo di scrittura spiazzante all’inizio, molto codificata, piena di rigidità strutturali e narrative. C’è di buono che, per me che amo in particolare i dialoghi, alla fine s’è trattato fondamentalmente di studiare la cornice, di adattarsi a quei canoni. È stato un approccio da turista, di quelli che si guardano in giro, studiano, cercano di capire. E piano piano, l’orientamento si fa un poco più solido.

Nel film sono stati introdotti dei cambiamenti rispetto al libro, scelta che ritengo assolutamente giustificata dalla diversità di strategia comunicativa del cinema rispetto al testo scritto. Com’è stato trovarti di fronte a un film che parte dalle tue idee e le reinterpreta? C’è stata quella sorta di “straniamento” che molti scrittori provano nel vedere le proprie creazioni adattate a nuovi linguaggi?
Più dello straniamento, in me prevale la curiosità di vedere che cosa verrà fatto del mio materiale. Il cosiddetto “tradimento” è un rischio implicito nel passaggio da una forma di rappresentazione a un’altra. Se poi si tratta di un libro in prima persona, in cui la sua piccola forza viene dalla voce dell’io narrante, quel tradimento non è solo da mettere in conto, ma quasi da augurarselo. A me, poi, manca quel tipo di gelosia per i miei personaggi o le mie storie. La sensazione è quella di avergli già dato la forma che volevo, tutte le declinazioni che possono seguirne mi pare che finiscano solo per arricchire quel mondo, ma, anche nel caso in cui dovessero   fraintenderlo, non gli possono togliere nulla.

Milano, città in cui vivi, gioca quasi un ruolo da protagonista all’interno dei romanzi, con i suoi affari, le vetrine, gli aperitivi, i mezzi pubblici affollati. Quanto ha influenzato la genesi dei testi? Sembra che i tuoi personaggi siano indissolubilmente legati alla città, al punto da rendere difficile immaginarli altrove.
Ogni tanto, semplificando, mi piace raccontarmi che Milano è la vera protagonista di quello che scrivo, gli spunti nascono tutti dalla gente, dalle situazioni che incrocio ogni giorno, e che credo trovino il proprio posto solo in questa città. C’è un episodio che può dire qualcosa su questo punto. Il primo paese ad aver tradotto Studio illegale è stata la Corea. Tralasciando le ragioni imperscrutabili di questa scelta, quando mi è arrivata la copia staffetta ho visto che i singoli capitoli erano stati titolati, cosa che non c’era nell’originale. Così, me li sono tradotti (male) con il traduttore di Google ed è uscita una serie di bizzarrie, fino a un titolo che suona così: Milano è solo l’inizio della notte. Ecco, da allora questo titolo m’è entrato in testa e non si sposta, è il genere di titolo sotto cui potrei raccogliere tutto quello che ho scritto.

I tuoi libri sono stati pubblicati da Marsilio, casa editrice che sta sempre più dando prova, attraverso le sue scelte editoriali, di saper scommettere su autori giovani e su testi di qualità che incontrano il favore del pubblico. Che tipo di scambio si è creato con il tuo editore?
Marsilio ha fatto una scommessa non da poco nel provare a tirarmi dentro i suoi progetti. In fondo, quello che di concreto avevo da proporre erano qualche battuta più o meno divertente e un seguito di lettori affezionato ma comunque non tale da garantire un successo. Ho cercato di ripagare al meglio quella fiducia. Devo riconoscergli anche un altro merito: io temo di non avere un gran bel carattere, nelle cose che faccio ci metto molta presunzione, un po’ – mi dico – perché ci credo, in realtà molto spesso è solo una faccenda di indole. Per cui basta che mi si dica che ci sarebbe da aggiungere una virgola o da cambiare un aggettivo, e finisce che mi incupisco. Anche in questo, m’è parso di trovare un editore rispettoso, capace al momento giusto di dirmi: “sai che c’è, fai un po’ come cazzo ti pare”. Un atteggiamento che apprezzo.

Hai dichiarato che stai lavorando a un nuovo romanzo. Esiste un rapporto con i due precedenti? Se si, come pensi siano collegati?
Non c’è un vero legame, non nel senso che tiene insieme i primi due romanzi. Stavolta sto cercando di muovermi in un altro ambiente, con personaggi molto diversi, anche se poi l’approccio resta lo stesso, forse un pochino più cattivo. La sensazione è quella di essere sulla strada buona, poi manca ancora un bel po’ alla fine, ma intanto provo ad adagiarmi su questi piccoli allori.

Parliamo di Federico Baccomo lettore. Cosa ami leggere? Sei un fan della lettura digitale o preferisci la tradizionale su carta?
Dico la banalità: non ho generi che amo più di altri, che sia alta letteratura o basso intrattenimento, mi piace leggere i libri buoni, quelli che mi divertono, che mi fan pensare, che mi commuovono, che mi fanno desiderare di girare un’altra pagina. Ho scoperto da qualche anno la gioia di abbandonare i libri che, molto semplicemente, non mi piacciono, ed è una gioia che tendo a negarmi sempre meno spesso, di dieci che ne comincio ne finisco tre o quattro. Quanto allo scontro tra digitale e cartaceo, la mia sensazione è che sia un discorso un po’ teorico, il gioco della conservazione delle tradizioni. Nessuno ha mai discusso della scomparsa del fax: quando sono arrivate le e-mail e i pdf, s’è andati avanti senza pensiero, e oggi vien da ridere quando qualcuno dice: “me lo mandi via fax”. Io ho un e-reader che uso spesso ma, quando dico che sto leggendo un libro, con tutte le sue belle pagine di carta, ancora non vedo gente che ride. C’è un senso che mi sembra resistere.

Dallo studio (il)legale ai libri. Vivi la scrittura come un mestiere a tempo pieno? So che le etichette non sono sempre efficaci, però ti piace definirti “scrittore di professione”?
Diciamo che, oggi, mi guadagno la vita con quello che scrivo. La speranza è di continuare a farlo ancora per un po’, ma scrittore continua a sembrarmi una parola talmente grossa che, se proprio devo definire quello che faccio, può essere sufficiente limitarsi all’azione: scrivo di professione. Poi, ecco, se qualcuno si ostina a dirmi “scrittore” non mi offendo, ma che si prenda la responsabilità di quel che dice.



intervista a cura di Claudia Consoli

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