lunedì 14 maggio 2012

Il Salotto: Una passeggiata a Palermo con Piero Carbone

UNA PASSEGGIATA A PALERMO CON PIERO CARBONE
a cura di Serena Alessi



Il giardino della discordia

Racalmuto nella Sicilia dei Whitaker
di Piero Carbone

Coppola Editore 2006 

€18.00
pp. 174



Piero Carbone è un amico già familiare a CriticaLetteraria: i suoi Venti di Sicilinconia avevano già soffiato tra le pagine del nostro sito, e ci avevano trasportato nella Sicilia lirica e personale dello scrittore.

Questa volta l’abbiamo incontrato dal vivo, a Palermo. Non si è trattato propriamente di un’intervista, ma piuttosto di una passeggiata per le strade del capoluogo siciliano. L’abbiamo incontrato per parlare di una storia avvenuta a Racalmuto (Agrigento), città natale di Carbone. E il fatto che ne abbiamo parlato a Palermo, dove Carbone vive e insegna, è significativo: queste, infatti, non solo sono le due città dello scrittore, ma fanno anche da trait d’union con la storia raccontata da Carbone stesso, quella della famiglia Whitaker in Sicilia.

Incontriamo Piero Carbone a Corso dei Mille e, proseguendo per via Garibaldi, iniziamo a parlare del Giardino della discordia, il libro “galeotto” che ci ha spinto a incontrarlo, e che narra le avventure e le imprese economiche della famiglia inglese nella cittadina agrigentina.
Agli studiosi della presenza inglese nella Sicilia del XIX secolo, questo dato appare sicuramente come nuovo. È nota, infatti, la permanenza dei Whitaker, e prima ancora dei loro avi – gli Ingham – a Palermo e nel trapanese, dove intrapresero con successo il commercio del vino Marsala. Ma niente si sapeva della loro presenza a Racalmuto. Niente prima che Piero Carbone non ritrovasse dei documenti autentici in una discarica a cielo aperto. E in seguito a questa scoperta, che sembra uscir fuori da un racconto di Borges, Piero Carbone si mette a studiare quelle carte e, come scrive Rosario Lentini nella prefazione al libro, scopre disavventure di varia natura che, nel caso specifico, diventano pretesto per riflettere sulla microstoria di uno dei tanti paesi dell’Isola le cui origini si perdono nel tempo e la cui ricchezza di memorie sepolte o rimosse imporrebbe più attenzione e rispetto.

Passiamo dalla Chiesa della Magione e dallo “lo spasimo”, antico lazzaretto palermitano, e continuiamo a parlare di questa miracolata raccolta di lettere, stampe e “pittàzzi” (cioè contratti matrimoniali) che racconta di un orto, chiamato il giardino della fontana, e delle sue sorti, sineddoche dell’esperienza inglese e dei suoi mancati (o lenti) frutti nel territorio siciliano. Il giardino in questione è quello ceduto nel 1826 dal Principe di Pantelleria a Benjamin Ingham, capostipite della famiglia, e successivamente dato a gabelloti locali che non lo seppero far fruttare. Il giardino venne venduto nel 1926 e da lì a poco si chiuse la parentesi racalmutese dei Whitaker. Potrebbe finire così quella che per i Whitaker fu una speculazione sbagliata e per i racalmutesi un sogno vanificato, come scrive Carbone stesso. Ma rimane l’amaro stupore di contestare ancora una volta l’incuria o, peggio, il totale disinteresse verso la conservazione di documenti storici. Tra le pagine del Giardino della discordia si nascondono nuove chiavi di interpretazione di una storia già dimenticata. Ad esempio è interessante vedere come dai documenti ritrovati pare che la fillossera, malattia della vite, sia comparsa in Sicilia prima di quanto attestato dai botanici. E magari, come commenta Carbone “se si fosse scoperta prima il corso economico della Sicilia avrebbe avuto una storia diversa”.


Entriamo a Santa Maria della Catena e poi ci fermiamo sul portico, un tempo bagnato dal mare. Carbone continua dicendo: “I risultati positivi, come ad esempio una meritata valorizzazione del vino, si sono visti dopo 200 anni. Gli inglesi si sono inventati la Sicilia. Ma poi non si sono limitati al vino, hanno commerciato tutto, anche lo zolfo”. Come scirve Francesco Brancato in Gli inglesi in Sicilia: i Whitaker, e come riporta Carbone in epigrafe a un capitolo, gli inglesi venuti nel corso del Sette-Ottocento a stabilirsi in Sicilia sono, fra gli immigrati, quelli che si sono maggiormente assimilati all’ambiente siciliano, per cui vi hanno operato anche positivamente, traendone, dal punto di vista economico, notevoli vantaggi. “Ma”, aggiunge Carbone, “gli inglesi non sono mai stati assimilati ai siciliani: sono stati troppo metodici, troppo organizzati, troppo ‘inglesi’. I racalmutesi non hanno saputo trarre vantaggio dall’intelligenza di queste piccole individualità. Come scriveva Vico, è vero che “il fiume più è potente di portata, più nel mare mantiene la stessa dolcezza”.

Entriamo al Loggiato san Bartolomeo e visitiamo un’ esposizione fotografica di Mario Virga sui diversi riti della Pasqua in Sicilia. Camminiamo lungo il Foro Italico mentre il sole è ancora alto, per poi andare a fare una sosta sulle panchine di Villa Giulia.
Rosario Lentini scrive nella prefazione al libro che Carbone ha un prerequisito importante per questo libro: è racalmutese, di quella particolare specie di racalmutesi, capaci di autentica indignazione, che non si rassegna ad assistere allo scempio e all’incuria umana verso tutto ciò che testimonia la vita e la cultura materiale degli antenati di quella comunità. Chiedere a Carbone di parlare della sua città natale e dell’ovvia filiazione scisciana è una tentazione difficile da evitare, ma la risposta di Carbone ci stupisce: “Mi sono accostato a Sciascia solo da adulto. La sua scoperta è venuta dopo alcuni esercizi di scrittura e di lettura. Essere racalmutese è uno sforzo doppio, ma Sciascia è solo la punta dell’iceberg. Racalmuto ha dato i natali anche a Piero D’Asaro, pittore seicentesco detto ‘monoculus racalmutensis’; a Marco Antonio Alaimo, protomedico delle Due Sicilie che ha combattuto per evitare il peste – un concorrente di Santa Rosalia insomma! Ho sempre avuto l’esigenza di una gerarchia interiore per i miei riferimenti letterari, non mi sono trovato a sciascieggiare! Sciascia è uno specchio deformante con cui però devi fare i conti. Ma c’è l’esigenza di altri autori, come ad esempio per me Curzio Malaparte”.

Casa Professa con la sua immensa ricchezza barocca ci abbaglia. “Quindi è ancora possibile scrivere della Sicilia oggi?” chiediamo a Carbone con finta ingenuità: in realtà la risposta la conoscevamo già dopo aver letto i suoi Venti di Sicilinconia. “Si può e si potrà sempre perché la Sicilia passa dall’esperienza personale. Essere siciliani è una base di partenza. Dopo la morte di Sciascia, ad esempio, c’è stata una fioritura di scritture. Chi non può scrivere dopo è perché si ferma al modello”.
Il mercato di Ballarò al tramonto conclude la nostra chiacchierata, ricordandoci con i suoi odori di cibo cucinato per strada un’altra dominazione siciliana: quella araba, così visibile nei colori di Palermo.

Complice un giovedì Santo che sembra avere aperto per noi le chiese palermitane di sera, questa luminosa giornata ha segnato senza dubbio una sintonia tra Piero Carbone e quelli che sono gli interessi di CriticaLetteraria: la pari serietà (e umiltà) nell’affrontare e studiare classici ed emergenti, la possibilità di dare voce a chi spesso è tagliato fuori dai grandi circuiti editoriali e alle scelte coraggiose, nonchè spesso le più interessanti, delle piccole case editrici.

Salutiamo il nostro impeccabile e gioviale cicerone di fronte al teatro Massimo, certi di rivederlo di nuovo per continuare a parlare delle tante Sicilie che si nascondono tra dominazioni subite e documenti maltrattati, magari la prossima volta proprio nella sua Racalmuto.

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