sabato 12 maggio 2012

CriticaLibera - La critica annega nella troppa democrazia

Da Parliamo dell'elefante di L. Longanesi
Ci ho pensato tanto, perché in fondo questo intervento potrebbe farmi passare per un'accademica un po' snob o per una critica da turris eburnea. Ma non ne posso più. Non ne posso più di passare su Google, affidarmi al motore di ricerca per scoprire qualcosa su un libro di cui ho sentito parlare e trovare in vetta ai risultati patetici tentativi di recensione, arrivati al top solo perché coronati da decine di commenti a lodare una scialacquatura e sciacquatura di neuroni. 

Scusate, ma è arrivato il momento di dire la mia. E inizierò con una premessa. Il lavoro della critica è uno dei più grandi esercizi della democrazia, perché si ha modo, diversamente dalle scienze matematiche e fisiche, di sostenere tesi anche contrarie tra loro, o di ribaltare la concezione di un'opera, affossandola o recuperandola dai meandri del dimenticatoio. Come? Argomentando. Se ammettiamo il giudizio di valore (che non è comunque da preferirsi), è persino legittimo dire se un libro è bello e brutto, ma dobbiamo andare oltre. Armati degli unici strumenti del critico - un po' di acribia, un po' di cattiveria e pignoleria, ma soprattutto cultura di base, cultura letteraria (la più vasta possibile), e tanta capacità argomentativa -, ecco che per ipotesi potremmo con la giusta scaltrezza convincere i lettori a considerare Moccia un grande scrittore (e Dio non voglia!), o ritenere anacronistico il capolavoro di Manzoni. Non fate così, niente brividi, vi prego: ho scritto "potremmo", nell'iperuranio, non nella realtà (anche se, ahimé, se ne sentono...)!
Comunissima scrivania (semivuota) al lavoro

Se vogliamo, in questa premessa c'è già il nocciolo del problema: ho citato il background culturale e letterario, nonché le argomentazioni. Non sono optional, ma i presupposti, e non è detto che con questi elementi si diventi facilmente critici. Anzi, se vogliamo, il critico militante ha una spada di Damocle in più rispetto all'accademico: non solo deve conoscere tutta la storia della letteratura, ma ha il dovere di tenersi aggiornato sulle ultime uscite, compresi i trend di gusto e di mercato. Può prenderne le distanze, certo, e magari alternare nei suoi interventi plausi e botte, ma non può sottrarsi al suo presente e, anzi, proiettarsi un po' con lungimiranza verso il futuro. E allora via a conoscere gli ultimi candidati ai premi principali (anche se li schifa), a leggersi il tomone fuorimisura e fuoritempo che scala le classifiche (anche se lo userebbe volentieri come sottobicchiere), a capire che cosa dicono i suoi colleghi sui principali quotidiani e online (anche se mediamente c'è poco dialogo e tanta competizione, ammettiamolo), a rispondere a eventuali questioni aperte e leggersi anche la critica accademica dell'ultima ora,... Insomma, diciamocelo, fare il critico militante è un mestiere gramo: chi dice "beato te, che guadagni leggendo, pure a casa tua" non sa quante diottrie e quante maratone di concentrazione costi. A volte, ammettiamolo, si esercitano le leggi sacrosante del lettore di Pennac, o le case di cura per mental desease si riempirebbero di critici.  Tanto, si sa, il critico militante dopo un po' "si fa l'occhio"...

Ora, mi chiedo: perché c'è tanta ansia di spacciarsi per piccoli recensori in erba?
Poi trovi i testi di Raboni scritti sbagliati, o riferimenti pindarici a chissà quali realtà parallele... Ma perché? Vi giuro, ci ho pensato tanto, ho anche provato a condividere i miei (in)sani dubbi con colleghi e amici e le risposte sono sempre le stesse: "i lettori vogliono dire la loro". Ok, ci credo, è un diritto, vorrei vedere! Ma è ora di dare i giusti nomi alle cose. Non chiamerei blog letterari in senso stretto il 70% (e sono molto buona) dei blog che si spacciano come tali: parlerei di una chiacchierata sui libri, tra un pasticcino (o se proprio volete fare gli intellettualoidi, madeleine) e un caffè, dove è più che lecito raccontare agli amici la trama di quel romanzo che "sembra proprio scritto per me", o che "mi ha fatto piangere". Certo, lì darei il via al libero sfogo delle sensazioni di pancia, senza pretese; molto meglio di certi trafiletti che sembrano recensioni monche, vittime di pure sensazioni... intestinali. Diciamocelo: scrivere recensioni così, come se si compilasse la scheda sul plot dell'ultima puntata di soap opera, non è molto diverso dal passatempo nazionale di tanti vecchietti, che affiancano i lavori in corso e consigliano gli operai su come fare quel tombino o come trivellare meglio l'asfalto.  Loro che, probabilmente, ignorano quanto pesi la ghisa e quali conseguenze abbia il martello pneumatico sui muscoli delle braccia.

Come siamo arrivati fin qui? Non voglio tracciare una linea distopica tra un meraviglioso passato dove trovavamo Serra, Boine, Borgese, Contini, e un presente fatto di blog "letterari" che si autolegittimano dispensatori di sapere. Penso però che l'errore di base sia eccedere in democraticismo spicciolo. Mi spiego meglio, prima che si fraintenda: la libertà di parola non è, a mio parere, coincidente col diritto di ficcanasare ovunque, e solo - sia chiaro - in certi ambiti. Letteratura, cinema, musica, arte, ecco che tutti si improvvisano piccoli critici, armati di un televoto più o meno esibito. Perché nessuno si intromette a questionare sulla legittimità del tale assioma trigonometrico? Perché nessuno osa mettere in dubbio la specificità di una materia tecnica, ma le arti sì? Proverò a rispondere (e scusate la banalità): perché pare semplice. Pare. Pare perché si usa una lingua che tutti dovremmo (!) padroneggiare, e in nome di un esercizio della mente (spesso apparentemente) brillante ci si sente legittimati a dire che un Fontana fa schifo, o che quel quadro d'arte contemporanea "lo faceva meglio mio figlio all'asilo". Almeno, diciamocelo, questi interventi sono così sempliciotti che si commentano da soli. I più intriganti sono quelli costruiti ad hoc, da una mente che vuole aggiungere un terzo sapiens ai due che l'evoluzione ci ha dato più o meno meritatamente. Sono i nuovi Daverio (senza papillon, solo per studiatissima sobrietà e mancata necessità di emulazione), che a Roma settimana scorsa vessavano i poveri Dalì di sovrainterpretazioni tirate per i capelli ma elegantissime. Sono i più raffinati critici cinematografici, che ravvisano neorealismo ovunque e che al cinema, un mese fa, si raccontavano come Lynch tornasse di moda, con l'ultimo Woody Allen (?). Sono anche gli intrepidi Segre in erba, quelli che dedicano paginate di A4 a recensioni illeggibili di libri fantasy usando le stesse categorie critiche che meriterebbe Dostoevskij, con aggettivi pateticamente roboanti e proclamazioni di qualità irripetibile. 

Non credo che questo mio sfogo odierno (di pancia, se volete, spero non intestinale) cambierà le cose, ma vorrei che se ne parlasse di più, e che si iniziasse a distinguere tra blog di qualità e di mera esibizione di sé. Perché, dato lo stato delle cose, ancora oggi i Blog continuano a essere ritenuti la "palestra di un branco di sfigati" (cit. E. Brugnatelli, #LibrInnovando 2012). 

Gloria M. Ghioni



39 commenti:

Piero Fadda

Io penso che il fulcro del problema sia dato da una tendenza che ormai domina dappertutto, e che evidenzi alla fine: "mera esibizione di sé." Ormai c'è un'ansia di dire la propria su tutto e su tutti e in ogni occasione, è sufficiente vedere alcuni commenti agli articoli dei giornali: non è più importante cosa si dica, ma qualcosa bisogna dirlo. Guai a stare zitti, è un po' un crimine oggi :-)
Poi l'altro equivoco secondo me è dato appunto dall' "eccesso di democrazia": nella critica, nell'arte in genere (è banale, ma non scontato) non esiste democrazia, e non deve esistere: non tutti "devono" pubblicare o scrivere, e i mediatori come gli editori servono a quello (che sbaglino o meno, è poi un altro discorso). Ma questo è un altro tema ancora...

Giuseppe Lupo

Ti ho letto, non conosco il sito se non per qualche articolo.
Ma è da tempo che con alcuni amici ci accapigliamo su questo tema, uno dei preferiti dalla critica d'oggi, tra l'altro (e questo non è un bene).
Concordo in molta parte del tuo ragionamento, ma a un certo punto mi viene da pensare una cosa al contrario: sono troppi che ne riducono il valore, o sono pochi che fanno la differenza?

"Aiutiamoci a tenere lo sguardo su ciò che t'illumina la vita" diceva un mio amico dopo lungo dibattere.. E forse è lo stesso movimento che il buon Dante pensava quando scriveva di voler allontanare i viventi dallo stato di miseria e condurli a quello di felicità...

cordialmente,

Giuseppe

Lina Maria Ugolini

Ciò che la nostra società smarrisce giorno dopo giorno è il senso dell'Etica, radice, educazione al conoscere e al praticare il proprio mestiere. Etica come mezzo e traguardo da acquisire superando ogni approccio soggettivo in nome di una oggettività generosa e priva di vanità. Mi piace la domanda dialettica posta da Giuseppe alla quale accosto un pensiero di commiato: se la qualità porta distinzione si creda nel mestiere che fa di virtù un esercizio. A prescindere da tutto.

Paolo Paganetto

Inutile dire che concordo punto per punto, anche se l'interrogativo di Giuseppe Lupo (sopra: "sono troppi che ne riducono il valore, o sono pochi che fanno la differenza?") pone un problema reale. Ma non ti sembra che "La critica annega nella troppa democrazia" abbia una curiosa analogia con i problemi posti dal self-publishing e che, quindi, potremmo anche dire "Il self-publishing annega nella troppa democrazia"?

Rodolfo Monacelli

Sono assolutamente d'accordo con Gloria. L'eccesso di democraticismo (non di democrazia)porta come conseguenza che non si pongano più differenze qualitative e si crei un'omogeneità e una massificazione disarmante. Bisognerebbe, però, iniziare a domandarci: perchè? Perchè chiunque si sente in diritto di poter scrivere, criticare e pontificare su qualunque cosa? In ambito letterario, secondo me, ció è successo, da una parte, per la perdita dell'"aura" dell'artista edel critico di cui ha parlato Benjamin. Ma non solo. Ciò è successo anche per il conformismo dilagante della maggior parte della critica italiana. Voi vedete grandi differenza con una quarta di copertina? Vedete qualcuno che prende posizione, che apre un dibattito culturale come fece (solo per fare degli esempi) un Muscetta, un Lukàcs, un Gramsci? La conseguenza di questo, mancando una vera Critica, che ognuno pensa di farse ladra solo.

Anonimo

Certo un po' snob lo siete ... ! Non capisco cosa vi disturbi: mettiamo che io sia un giornalista sportivo, e che faccia il mio lavoro ad un alto livello (conosco bene le tecniche di gioco, ho una conoscenza della preparazione fisica dei calciatori, ho una vasta cultura storica dello sport di cui mi occupo), cioè che io sia una persona che abbia tutte le carte in regola per dare giudizi ragionati e pesati in ambito sportivo. Ora, perché dovrei essere disturbato se ci sono un sacco di persone che in rete millantano analisi della determinata squadra, o del determinato campionato? Certo, potrei lamentarmi che le persone non capiscono che lo sport, come d'altronde ogni aspetto dello scibile, necessita di disciplina per essere giudicato, ma non ne farei certo motivo di stizza! Semplicemente sarei ottimista, augurandomi che gli appassionati di sport siano in grado di distinguere analisi farlocche da analisi strutturate. Certo, sono d'accordo con voi che sia necessario in rete un qualche sistema per far capire ai naviganti che si stanno imbattendo, per esempio, in recensioni o critiche di persone altamente qualificate. Ma questo è un (seppur rilevantissimo) problema tecnico, non di principio.

Peter

Alessio Piras

Mi permetto di rispondere a Peter, ma non rispondo al posto di Gloria. Peter, perché tu facendo il giornalista sportivo hai una professione riconosciuta, con la quale sfami te e la tua famiglia (faticando e facendo sacrifici enormi). Nella "critica" invece non è così e una delle ragioni risiede in quello che scrive Gloria. Non sono solo i blog (il)letterari a fare una concorrenza sleale e incompetente, ma anche un mercato editoriale impazzito e autoreferenziale. Perché se fai il tuo lavoro di critico e cassi un testo che fa schifo, ma vende (e ce ne sono!) allora hai chiuso. Poi mettici che la letteratura è considerato un passatempo (!) mentre il calcio un lavoro (?).
Gloria, d'accordo su tutto tranne sulla vastità della cultura letteraria. A mio modo di vedere è necessario specializzarsi. Ne parleremo, magari. Qui sarebbe troppo lunga.

Giordano Boscolo

La questione è molto semplice.
Da quando ci sono i cellulari la gente scrive milioni di messaggi assolutamente inutili, che prima non avrebbe potuto scrivere perché non c'era il mezzo.
Da quando ci sono le macchine fotografiche digitali la gente scatta milioni di foto assolutamente inutili, che prima non avrebbe scattato perché sarebbero costate troppo.
Da quando ci sono i computer con word la gente scrive milioni di romanzi assolutamente inutili, che prima non avrebbe scritto perché le macchine per scrivere non hanno mai avuto grande diffusione nelle case.
Da quando qualunque scimmia può configurate un blog la gente ha la possibilità di rendere pubbliche le proprie assolutamente inutili opinioni, cosa che prima non avrebbe potuto fare perché nessun giornale o rivista gliel'avrebbe mai permesso.
E' la tecnica, bellezza, che cosa ti aspettavi?

Cristiano Abbadessa

Credo ci sia molto di vero in quanto dice Gloria, così come ci sono altre parti di verità in molti degli interventi. Che tanti blog letterari siano discutibili è fatto certo, ed è vero che buona parte della critica sul web si risolve in esercizi inutili, per un motivo o per l'altro. Possiamo, tuttavia, accordare un po' di fiducia alla specifica alfabetizzazione del lettore-navigatore, immaginando che proprio la diffusione della critica fai-da-te abbia creato gli anticorpi e sviluppato la capacità di distinguere il commento e il consiglio utile dall'inutile esibizione di sé. Mi intriga invece quel che butta lì Alessio su "passatempo e lavoro", e magari ci rifletto dalle mie parti.

Anonimo

Grazie ad Alessio per il chiarimento su alcuni aspetti degradanti collegati al mercato del lavoro del critico che non avevo considerato (i.e.: il critico che è out perché cassa il libro che vende molto): ovviamente questi aspetti devono essere valutati con grande attenzione.

Peter

Gloria Ghioni

Tutti spunti veramente molto interessanti... Ci sto riflettendo molto... Grazie a tutti

Giuseppe Savarino

Il problema che Gloria pone qui sulla letteratura, in realtà è molto più vasto, e include praticamente tutti gli aspetti riguardanti la cultura intesa in senso ampio.
Un dibattito simile, ad esempio (iniziato negli USA e poi man mano nelle altre nazioni) c’è già da alcuni anni sul “giornalismo”, a livello mondiale, e certamente, per ritornare sulla letteratura, esploderà con il self-publishing, come già ha accennato Paola nel suo commento.
Tuttavia, ci sono alcune (molte!) precisazioni da fare.
Intanto c’è il punto di vista opposto: perché la critica di qualità o accademica o quant’altro si voglia, debba essere visibile (anche) sul web?
Se il lavoro di critica letteraria vuole essere di tipo accademico, segua e continui a seguire la via accademica classica, rivolgendosi a un pubblico di specialisti: non vada su internet e troverà la qualità che cerca o che vuole mantenere.
Oppure ci vada esponendosi al confronto e alla concorrenza, anche indiretta, di un “pubblico” generalista.
Nessuno obbliga l’esperto a rivolgersi alla massa, se non la stessa dose di narcisismo che lo lega all’inesperto.
Se decido di andarci, non posso pensare viceversa che la democrazia di cui ci si fa vanto, non sia anche egualitaria: se tutti hanno accesso, tutti conseguentemente (tutti...anche chi non possiede la competenza necessaria a comprendere appieno quanto legge o scrive) acquisiscono il diritto di rispondere e partecipare: la tecnica oggi non solo lo permette, ma lo impone.
La libertà include anche questo aspetto spiacevole, come già evidenziato a metà Ottocento da John Stuart Mill nel suo libro “Sulla libertà” (come già scritto sul mio blog, Letture Critiche).
Capisco tuttavia la questione di fondo del contrapporsi- in uno stesso spazio “virtuale”- tra chi scrive con dedizione, fatica, competenza e serietà e chi appare solo per divertissement o per semplice passione, con tutte le buone o sincere intenzioni di questo mondo, ma senza possedere la competenza necessaria per comprendere bene i meccanismi che ci stanno dietro.
Il rischio dell’annegamento nel mare sfuggente di internet è reale, così come è reale che il problema nel futuro non sia più l’accesso alle informazioni (come lo è in buona parte anche attualmente), ma la selezione delle stesse.
Per fortuna una certa selezione si crea in maniera naturale per affinità di interesse- dovrei dire per “affinità elettive”: è dunque molto probabile che si creino gruppi o comunità (purtroppo con interessi già comuni e quindi autoreferenziali con poca possibilità di crescita trasversale) di intrinseca qualità, inquinati da un eccesso di mediocrità.
Diceva George C. Lichtenberg (1742-1799), riferendosi all’Illuminismo:
«A che cosa serve tutta questa luce, se la gente non ha gli occhi, mentre quelli che li hanno li chiudono deliberatamente?» (Lo scandaglio dell'anima, frammento "L 472", pag. 467).
Non è che il problema vero sia riuscire ad aprire gli occhi o evitare di chiuderli e non la "luce" di cui siamo avvolti?

Giuseppe Savarino

Dimenticavo i due link, per chi volesse approfondire:

http://letturecritiche.wordpress.com/2011/01/15/liberalismo_john_stuart_mill/

http://samgha.wordpress.com/2012/05/10/lo-specchio-di-lichtenberg/

Alessio Piras

Giuseppe, semplificherò, ma annovero la sintesi tra i miei pochi pregi. A me non disturba la proliferazione di blog letterari; il problema è di "autorità": il giornalista sportivo è più autorevole del tifoso che si apre un blog dove commenta le partite della sua squadra del cuore. Allo stesso modo dovrebbe ritornare il mestiere del critico, anche fuori dall'accademia.
L'accademia: deve aprirsi a internet e lo sta facendo con decine di pubblicazioni che ormai vanno solo on-line. E parlo di riviste con "referee", quindi molto molto autorevoli. Come membro, per ora, dell'accademia non mi infastidisce aprirmi alla "massa" (quale massa poi? Mio nonno che ha la quinta elementare e recita Dante a memoria?), non mi ritengo un illuminato e il mio stipendio -con soldi pubblici- trova giustificazione nella misura in cui divulgo, traduco, pubblico, insegno: in questo modo la mia ricerca dà il suo contributo alla crescita del Paese. Altrimenti è autoreferenziale, fine a se stessa.

Giuseppe Savarino

Caro Alessio,
il problema dell'autorità non esiste ovvero non metto in dubbio l'autorità e l'apertura dell'accademia a internet.
Può e a mio avviso deve farlo.
Il problema posto da Gloria, per come l'ho percepito, era: dato per scontata l'autorità e il modo in cui questa si determina, non c'è il rischio che si perde nel marasma generale di internet?
Non si tratta di "aprirsi alla massa" ma la massa di informazioni non rischia di annullare o meglio disperdere anche l'"autorità"?
La mia risposta è sì, il rischio c'è, ma è intrinseco al modo di essere del web stesso e quindi bisogna metterlo in conto se si sceglie di utilizzare questa via.

Gloria Ghioni

Scusate, devo puntualizzare sulla domanda di Giuseppe, quando scrive "la massa di informazioni non rischia di annullare o meglio di disperdere anche l'autorità": bene, la mia preoccupazione principale riguarda l'enorme spazio dato online alla massa di informazioni SBAGLIATE, inesatte, superficiali, o anche semplicemente copia-incollate (e quindi doppie, triple,...). Se non imbrigliate e riportate grazie al senso critico alla loro pochezza, rischia di esserci davvero un sovvertimento della qualità in nome della quantità (la prova è che nelle ricerche su google vince il più cliccato, non il più meritevole. PS - so bene che il SEO si sta modificando, in meglio, ma qui ho estremizzato un po' per spirito di sintesi).
Interessanti davvero, comunque, questi dibattiti. Ora ne penso un altro per un prossimo CriticaLibera...

Gloria Ghioni

Dimenticavo: Alessio, la penso come te praticamente in tutto.

Rodolfo Monacelli

Sono d'accordo con quanto detto da Gloria e Alessio e che, secondo me, riguarda proprio la natura della Rete. In molti ambienti (e ultimamente anche da parte di acluni movimenti che aspirano a rappresentare milioni di cittadini italiani) la Rete viene rappresentata come "sinonimo di libertà, democrazia e partecipazione".
La Rete è invece esattamente il contrario. La Rete non è per nulla democratica. Ricordiamo, non per fare il pedante, che Democrazia è l'attribuzione a tutti, senza distinzione di razza o censo, di eguali diritti e doveri uguali per tutti. E, come bene, affermò Jean Jacques Rousseau "La Democrazia esiste laddove non c'è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi".
Ebbene queste due definizioni io non le vedo presenti in rete. Da una parte, infatti, la Rete viene utilizzata come il poter dire qualunque scemenza: esempio emblematico è proprio Wikipedia in cui si può scrivere che Dante sarebbe nato a Milano, e se poi la maggioranza (e la dittatura della maggioranza non è democrazia)fosse d'accordo questa sarebbe una verità acclarata. D'altra parte questo esempio universale di democrazia non è certo a vantaggio di tutti, poiché i blog che stanno sui motori di ricerca, come bene scrive Gloria, non sono certo quelli più autorevoli, intelligenti, divertenti o quello che volete voi, ma quelli che non solo utilizzano gli strumenti del SEO ma anche operazioni di webmarketing e nulla più. Ed è ovvio che operazioni del genere se le potranno permettere blog/siti con alle spalle società di comunicazione (la Casaleggio Associati per esempio? :-D) e, dunque, chi ha maggiori possibilità econonomiche. Questo non vuol dire, per me, attaccare la rete (con cui lavoro e che utilizzo) ma non "mitizzarla" oltre misura e capirne i limiti antidemocratici.

Marta

Ciao Gloria,
ho letto l'articolo con interesse e devo ammettere di non essere affatto d'accordo, il discorso è piuttosto articolato però, spero di riuscire a rispondere a breve in maniera consona sul mio blog.

Arturo Robertazzi

Cara Gloria, non può essere la "troppa" democrazia il problema.

Ho scritto un articolo sul mio blog per risponderti in dettaglio.

Mi permetto di riportare qui il titolo e il link dell'articolo. :)

La logoinformatica: una scienza che verrà
( http://www.arturorobertazzi.it/2012/05/18/la-logoinformatica-una-scienza-che-verra/ )

Grazie, Critica Letteraria è sempre molto interessante!

Lina Maria Ugolini

L'articolo di Gloria ha creato molte effervescenze di pensiero. Bellissimo. La Critica ha sempre bisogno di parole che possano trovare crogiolo sulla pagina anche se questa pagina comunica attraverso un sistema complesso e capillare: lo spazio dell' altrove telematico...
Il problema però è sempre uno solo. Chi scrive per mestiere deve scovare chi legge o meglio ancora essere capace di formare Nuovi lettori.Più che di democrazia è necessario parlare di oggettività. Cominciare ad omettere l'uso eccessivo dell'aggettivo possessivo MIO. L'onestà di un giudizio deve poter attingere da una disponibilità partecipe.

queenseptienna

Mi permetto di non essere d'accordo.
Certo il web ha dato a tutte le scimmie dotate di tastiera la possibilità di aprirsi un blog e palesare la propria inutile opinione.
Ma chi decide cosa è inutile o meno?
Diciamo le cose come stanno, ovvero che il 69% di quel 70% che affermi è composto da blog creato da ragazzine che non fanno altro che recensire le ultime novità in ambito di paranormal romance o urban fantasy (e solo a pensarci muoio un po' dentro). Sono inutili? Forse, così come c'è gente che si crede scrittore e ritiene superflua l'arte del praticare la fanfiction (e Cthulhu solo sa quanto invece farebbe bene a alla banda di raffazzonati scrittori che si dichiara tale). Insomma, tutto è relativo.
Sai qual è il problema? Che questi blog sono seguitissimi, ma più che altro non per la recensione in sé (che alle ragazzine di cui sopra frega una beneamata mazza) sono social, sono punti di aggregazione. Una volta c'era il baretto sotto scuola e adesso c'è il blog che parla di libri, facciamocene una ragione. I tempi cambiano, i mestieri pure (se di mestieri si vuole proprio parlare).
Ovviamente parlo per mia esperienza personale, che ha tutto il contrario dell'ambito universitario :)

P.s. Anche io tengo uno dei blog letterari, lo faccio con impegno e passione, ma il fatto che le mie recensioni siano sincere, ma scevre di quel raffinato snobismo intellettuale che a tutti i costi si pare voler preservare, non le rende più inutili del critico che viene pagato dalla casa editrice per tessere lodi di un libro penoso.

Gloria Ghioni

Lina, sarà mai possibile rinunciare al "mio"? Solo in apparenza, lo si fa, ma l'io esce da una porta e trova il modo di esprimersi anche nell'apparente (solo apparente!) oggettività saggistica...

Queen, in realtà mi sembra che su molti punti potremmo convenire. Anch'io penso che i blog di tante ragazzine siano un nuovo punto di aggregazione. Anche per me lo sono stati, in passato, e non ci trovo proprio niente di male. Anzi! Semmai potrebbe preoccuparmi la mancanza di un rapporto diretto che c'era al baretto sotto casa, quel vedersi e toccarsi che ora è sparito, ma qui si andrebbe a parlare di altro...
In ogni caso, il fulcro del mio intervento è che parlare di libri non è fare critica. Detto e riconosciuto questo, ben vengano le diverse chiacchierate sui libri, ma sono chiacchierate, appunto.

Sul tuo PS concordo: il critico pagato per un marchettone letterario non è migliore. Non parlerei di utilità o inutilità, magari di etica.

ascissa

Non sono d'accordo.

Mi chiedo se Vissani, cuoco pluridecorato e riconosciuto, si risenta se nelle ricerche di google spunta la ricetta della parmigiana di melanzane del blog di una casalinga di Voghera che non frigge le melanzane, ma le fa grigliate (scellerata!).

La democrazia mi permette di scegliere, senza nulla togliere all'autorità di un cuoco celebre o alla competenza di una casalinga.

E forse la poca supponenza della casalinga mi permete di preferirla.

Ma la letteratura è una accademia più alta della materialità della cucina. Purtroppo. O è uguale?

Stefano Scattini

La democrazia non va mai bene quando si pensa di essere superiori.
Quando si pone un problema bisogna anche prospettare una soluzione, altrimenti si è parte del problema.
Amazon ha rivoluzionato la critica letteraria lasciando libere le recensioni, a dispetto delle lamentele degli editori, perché Amazon ritiene che i propri clienti siano i lettori. Fino ad allora gli editori consideravano clienti le librerie non i lettori. Il mercato si basava sulla scarsità di posto nelle librerie. La critica letteraria serve a convincere le librerie ad esporre il libro in vetrina. Come servono le classifiche, che vengono falsificate dall'acquisto da parte dell'editore stesso.
La domanda che vi faccio è: a cosa serve un critico letterario oggi, in un mondo dove l'editoria, grazie alla tecnologia digitale, non è più regolamentata dalla scarsità di spazio?
Dal mio punto di vista, mi fido di più della media delle recensioni di Amazon che di quelle di un autorevole critico letterario che per campare scrive quello che vuole l'editore. Se poi trovassi un critico libero, che mi recensisce libri gialli, lo seguirei volentieri, ma non so come farebbe a campare.
Se invece trovassi un librario che fosse anche critico letterario degli argomenti che m'interessano, allora i libri li prenderei da lui anche se me li fa pagare di più di Amazon.

Firmato
Una scimmia, che grazie alla tecnologia, legge libri su Kindle mentre viaggia per lavoro e, insieme ad altre scimmie che hanno imparato a scrivere grazie al correttore di word, ha messo su pure una casa editrice.
Benvenuti nel pianeta delle scimmie.

Lina Maria Ugolini

Gloria.. per il Mio... La porta si chiude ma la finestra resta aperta. A questa finestra una rete, un filtro o una garza, necessaria e protettiva.
La Critica deve poter setacciare la pagina e non essere uno specchio
in mano a qualunque lettore. Eppure lo specchio crea riflessi e riflette, avvia giochi di superficie che sono l' anima del nostro presente. Non è possibile oscurare gli specchi (che comunque restano tali). I setacci invece, hanno bisogno del fare, della cura e dell'attenzione, insomma sono attrezzi di un mestiere. Il punto è sempre quello. A ciascuno liberamente il proprio oggetto.

Grazie e buon lavoro.

Piero Fadda

@Stefano Scattini
il fulcro è quello: Amazon non ha rivoluzionato la critica letteraria, ha solo dato più spazio ai lettori.
E il problema non è sentirsi superiori, è il riconoscere la qualità anche nella critica. Riconoscere una professionalità non è sentirsi superiori, è onesta intellettuale. Posso mettermi a aggiustare tubi in casa, se però arriva l'idraulico non ho problemi a dire che è più bravo: è il suo lavoro! (perdona l'esempio forse non proprio centrato, ma non prendiamolo alla lettera :)

Alessio Piras

Cara Ascissa, ma l'autorità di Vissani è indiscussa (e le melEnzane nella parmigiana si friggono; sacrosanto come il fatto che il "Don Quijote" è di Cervantes). Tu puoi scegliere di grigliare le melEnzane ma sai che Vissani rimane un grande cuoco. Con la critica non succede; la Rete ha dato grandi opportunità di visibilità, ma ha anche appiattito, reso tutti uguali agli occhi di un "profano". E soprattutto Vissani vive del suo mestiere nonostante il blog della casalinga di Voghera che griglia le melEnzane (anche perché a Voghera le melEnzane fanno schifo); mentre noi facciamo i salti mortali per pagarci l'affitto. Non che tutti i mali vengano da lì, ma una certa parte sì perché in questo momento l'idea è che TUTTI possano fare critica.

ascissa

@AlessioPiras il problema è nella definizione.

La mia recensione su anobii o amazon o un blog non è critica letteraria, è uno spazio che la piattaforma o il world wide web danno al lettore.
Uno spazio che per altro favorisce la diffusione di contenuti di tipo culturale sul web stesso.

In nome di questa azione, il recensire su anobi, il lettore non si sente critico. Non si sente investito di una qualifica, esprime solo una opinione.

Se la critica letteraria accademica si sente minacciata dalla recensione di un lettore, allora la critica letteraria è al livello del lettore. Ed il suo prodotto, evidentemente, non è di qualità.

ascissa

Un'altra cosa. Chi ha stabilito che il web sia ad uso e consumo unico dell'accademica critica letteraria? E se il posto della critica fosse nell'inserto culturale di una testata giornalistica?
Allora non ci sarebbe conflitto. Questo è il posto del volgo, e l'accademia se ne stia a casa sua.

Alessio Piras

L'ho già detto altrove. Fare click sulla pagina della redazione di questo sito e vedere quanti "accademici" ci sono: ZERO.
Fino a prova contraria il dottorando è uno studente e la scrittura accademica segue regole completamente diverse, che sono le stesse che regolano la vita scientifica di ogni disciplina. La recensione su a-nobii non è certo un problema, come non lo è il blog letterario del sedicenne. Il problema sta nel fatto che la critica non è considerata anche un mestiere ed è sparito il concetto di autorità. Mentre la cucina sì: e anzi, il tuo paragone con Vissani è molto attinente.

Gloria Ghioni

Per l'ennesima volta: non si parla di accademia ma di CRITICA MILITANTE!
La differenza è MOLTA. Per piacere non travisiamo continuamente....

Piero Fadda

ascissa ma qua nessuno si sente minacciato dai commenti su ibs o su amazon dei lettori: chi l'ha mai detto? mi sembra che stia travisando un poco le cose.

Antonio Demontis

Alessio, mi permetto un appunto formale: per indicare il frutto di colore viola scuro della pianta appartenente alla famiglia delle Solanacee, sono ammesse le forme "melanzana" e "melenzana".

Alessio Piras

Caro Antonio, lo so bene! Ma quanta soddisfazione dà "melenzana": non se ne sente già il sapore? ;)

ascissa

Perfetto, non siete accademici. A quanto pare però siete giudici di chi come voi parla su un blog di letteratura.

Non giudicate la parola blog, ma l'attributo che si assegna il blogger con l'utilizzo della parola "letterario". Concessione che può essere fatta a quanto pare rispondendo a determinati canoni qualitativi.

Forse, quindi, occorrerebbe creare l'ordine dei blog letterari? O il sistema di gestione qualità dei blog? Una apposita norma ISO che determini le regole? Come sarebbe opportuno risolvere?

Occorrerebbe creare un ordine elitario di blog che possano avere attribuita la spilletta di appartenenza all'ordine dei meritevoli?

Credo che l'autorevolezza vada conquistata dal basso, democraticamente, emergendo. E se i click non vi aiutano, c'è la search angine organization.

ascissa

Perdonatemi il refuso: search Engine organization

Alessio Piras

No Ascissa. Si tratta di vedersi riconosciuta una professionalità. Non per tutti la letteratura è un hobby, per alcuni è un mestiere.
Per me la cucina è un hobby, per Vissani un mestiere. Tutto qui.
Personalmente, i blog letterari non mi danno fastidio: alcuni sono fatti molto bene -e con competenza secondo me-, altri meno bene. Ma non è certo quello il problema. Il problema sorge nel momento in cui tu non riesci a vivere di quello che sarebbe il tuo mestiere (perché hai studiato per farlo esattamente come ha studiato un cuoco) perché ti viene risposto che "tanto ci sono centinaia di blogger che lo fanno gratis". Ma spesso la professionalità è diversa. Se anche così non riesco a spiegarmi allora getto la spugna.

柯云

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