sabato 12 maggio 2012

CriticaLibera - La critica annega nella troppa democrazia

Da Parliamo dell'elefante di L. Longanesi
Ci ho pensato tanto, perché in fondo questo intervento potrebbe farmi passare per un'accademica un po' snob o per una critica da turris eburnea. Ma non ne posso più. Non ne posso più di passare su Google, affidarmi al motore di ricerca per scoprire qualcosa su un libro di cui ho sentito parlare e trovare in vetta ai risultati patetici tentativi di recensione, arrivati al top solo perché coronati da decine di commenti a lodare una scialacquatura e sciacquatura di neuroni. 

Scusate, ma è arrivato il momento di dire la mia. E inizierò con una premessa. Il lavoro della critica è uno dei più grandi esercizi della democrazia, perché si ha modo, diversamente dalle scienze matematiche e fisiche, di sostenere tesi anche contrarie tra loro, o di ribaltare la concezione di un'opera, affossandola o recuperandola dai meandri del dimenticatoio. Come? Argomentando. Se ammettiamo il giudizio di valore (che non è comunque da preferirsi), è persino legittimo dire se un libro è bello e brutto, ma dobbiamo andare oltre. Armati degli unici strumenti del critico - un po' di acribia, un po' di cattiveria e pignoleria, ma soprattutto cultura di base, cultura letteraria (la più vasta possibile), e tanta capacità argomentativa -, ecco che per ipotesi potremmo con la giusta scaltrezza convincere i lettori a considerare Moccia un grande scrittore (e Dio non voglia!), o ritenere anacronistico il capolavoro di Manzoni. Non fate così, niente brividi, vi prego: ho scritto "potremmo", nell'iperuranio, non nella realtà (anche se, ahimé, se ne sentono...)!
Comunissima scrivania (semivuota) al lavoro

Se vogliamo, in questa premessa c'è già il nocciolo del problema: ho citato il background culturale e letterario, nonché le argomentazioni. Non sono optional, ma i presupposti, e non è detto che con questi elementi si diventi facilmente critici. Anzi, se vogliamo, il critico militante ha una spada di Damocle in più rispetto all'accademico: non solo deve conoscere tutta la storia della letteratura, ma ha il dovere di tenersi aggiornato sulle ultime uscite, compresi i trend di gusto e di mercato. Può prenderne le distanze, certo, e magari alternare nei suoi interventi plausi e botte, ma non può sottrarsi al suo presente e, anzi, proiettarsi un po' con lungimiranza verso il futuro. E allora via a conoscere gli ultimi candidati ai premi principali (anche se li schifa), a leggersi il tomone fuorimisura e fuoritempo che scala le classifiche (anche se lo userebbe volentieri come sottobicchiere), a capire che cosa dicono i suoi colleghi sui principali quotidiani e online (anche se mediamente c'è poco dialogo e tanta competizione, ammettiamolo), a rispondere a eventuali questioni aperte e leggersi anche la critica accademica dell'ultima ora,... Insomma, diciamocelo, fare il critico militante è un mestiere gramo: chi dice "beato te, che guadagni leggendo, pure a casa tua" non sa quante diottrie e quante maratone di concentrazione costi. A volte, ammettiamolo, si esercitano le leggi sacrosante del lettore di Pennac, o le case di cura per mental desease si riempirebbero di critici.  Tanto, si sa, il critico militante dopo un po' "si fa l'occhio"...

Ora, mi chiedo: perché c'è tanta ansia di spacciarsi per piccoli recensori in erba?
Poi trovi i testi di Raboni scritti sbagliati, o riferimenti pindarici a chissà quali realtà parallele... Ma perché? Vi giuro, ci ho pensato tanto, ho anche provato a condividere i miei (in)sani dubbi con colleghi e amici e le risposte sono sempre le stesse: "i lettori vogliono dire la loro". Ok, ci credo, è un diritto, vorrei vedere! Ma è ora di dare i giusti nomi alle cose. Non chiamerei blog letterari in senso stretto il 70% (e sono molto buona) dei blog che si spacciano come tali: parlerei di una chiacchierata sui libri, tra un pasticcino (o se proprio volete fare gli intellettualoidi, madeleine) e un caffè, dove è più che lecito raccontare agli amici la trama di quel romanzo che "sembra proprio scritto per me", o che "mi ha fatto piangere". Certo, lì darei il via al libero sfogo delle sensazioni di pancia, senza pretese; molto meglio di certi trafiletti che sembrano recensioni monche, vittime di pure sensazioni... intestinali. Diciamocelo: scrivere recensioni così, come se si compilasse la scheda sul plot dell'ultima puntata di soap opera, non è molto diverso dal passatempo nazionale di tanti vecchietti, che affiancano i lavori in corso e consigliano gli operai su come fare quel tombino o come trivellare meglio l'asfalto.  Loro che, probabilmente, ignorano quanto pesi la ghisa e quali conseguenze abbia il martello pneumatico sui muscoli delle braccia.

Come siamo arrivati fin qui? Non voglio tracciare una linea distopica tra un meraviglioso passato dove trovavamo Serra, Boine, Borgese, Contini, e un presente fatto di blog "letterari" che si autolegittimano dispensatori di sapere. Penso però che l'errore di base sia eccedere in democraticismo spicciolo. Mi spiego meglio, prima che si fraintenda: la libertà di parola non è, a mio parere, coincidente col diritto di ficcanasare ovunque, e solo - sia chiaro - in certi ambiti. Letteratura, cinema, musica, arte, ecco che tutti si improvvisano piccoli critici, armati di un televoto più o meno esibito. Perché nessuno si intromette a questionare sulla legittimità del tale assioma trigonometrico? Perché nessuno osa mettere in dubbio la specificità di una materia tecnica, ma le arti sì? Proverò a rispondere (e scusate la banalità): perché pare semplice. Pare. Pare perché si usa una lingua che tutti dovremmo (!) padroneggiare, e in nome di un esercizio della mente (spesso apparentemente) brillante ci si sente legittimati a dire che un Fontana fa schifo, o che quel quadro d'arte contemporanea "lo faceva meglio mio figlio all'asilo". Almeno, diciamocelo, questi interventi sono così sempliciotti che si commentano da soli. I più intriganti sono quelli costruiti ad hoc, da una mente che vuole aggiungere un terzo sapiens ai due che l'evoluzione ci ha dato più o meno meritatamente. Sono i nuovi Daverio (senza papillon, solo per studiatissima sobrietà e mancata necessità di emulazione), che a Roma settimana scorsa vessavano i poveri Dalì di sovrainterpretazioni tirate per i capelli ma elegantissime. Sono i più raffinati critici cinematografici, che ravvisano neorealismo ovunque e che al cinema, un mese fa, si raccontavano come Lynch tornasse di moda, con l'ultimo Woody Allen (?). Sono anche gli intrepidi Segre in erba, quelli che dedicano paginate di A4 a recensioni illeggibili di libri fantasy usando le stesse categorie critiche che meriterebbe Dostoevskij, con aggettivi pateticamente roboanti e proclamazioni di qualità irripetibile. 

Non credo che questo mio sfogo odierno (di pancia, se volete, spero non intestinale) cambierà le cose, ma vorrei che se ne parlasse di più, e che si iniziasse a distinguere tra blog di qualità e di mera esibizione di sé. Perché, dato lo stato delle cose, ancora oggi i Blog continuano a essere ritenuti la "palestra di un branco di sfigati" (cit. E. Brugnatelli, #LibrInnovando 2012). 

Gloria M. Ghioni