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Invito alla lettura - Raffaello Baldini: La nàiva, Furistìr, Ciacri

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La nàiva Furistìr Ciacri
di Raffaello Baldini
Torino, Einaudi, 2000

pp. 355
€ 18.00

La raccolta riunisce nel 2000 opere einaudiane del sorprendente Raffaello Baldini: La nàiva (nell’edizione del 1982 era già stato incluso il precedente E’ solitèri), Furistìr (1988) e la nuova Ciacri, comparsa per la prima volta in questo volume.

I CONTENUTI - Raffaello Baldini (1924-2005) è il più innovativo dei poeti santarcangiolesi, soprattutto per tematica. Nelle sue poesie in dialetto entra sempre più il mondo della contemporaneità, osservato da un occhio critico e quasi veggente, amaro quando è ironico, grottesco e disincantato nella sua essenzialità. Fin dalle prime prove di E’ solitèri, a brevissimi quadri descrittivi, sentimentali, nostalgici, si alternano composizioni più lunghe, che preparano alla forma del poemetto narrativo, vero e proprio capolavoro baldiniano (nella raccolta Furistìr, arriverà con l’immaginosa e surreale Aqua a ben 435 versi!). Ecco un esempio del Baldini sentimentale, in una delle prove più amate dalla critica. Con 1938 siamo in presenza di quella vena nostalgica che molto spesso accompagna il tema d’amore in Baldini, un sentimento mai vissuto felicemente o in modo spensierato, ma sempre frustrato, passato, finito, amaro:

1938
La mèstra ad Sant’Armàid
Dal vólti, e’ dopmezdè.
La s céud tla cambra e la zénd una Giubek.
La n fómma.
Stuglèda sòura e’ lèt
La guèrda ch’la s cumsómma.
U i pis l’udòur.
Dal vólti u i vén da pianz.


(La maestra di Sant’Ermete | delle volte, il pomeriggio, | si chiude in camera e accende una Giubek. | Non fuma. | Sdraiata sul letto | la guarda consumarsi. | Le piace l’odore. | Delle volte le viene da piangere.)

Narrazione in versi (soprattutto endecasillabi, settenari e quinari, mai rimati), dunque, e quasi sempre narrazione polifonica: molte sono le voci che si succedono, talvolta disordinatamente, attraverso spezzoni di dialogo, punti di vista che s’alternano, senza la prudenza di avvertire il lettore. Perché? Perché il narratore è nella maggioranza dei casi un io-lirico monologante (diverso dall’autore), di solito piccolo borghese e di scarsa cultura, pronto a dar voce alla propria esperienza disordinatamente o a storie di altri personaggi del paese. Molto spesso, emerge con straordinaria mimesi la mentalità del paese, pieno di benpensanti, di frasi fatte, di ipocrisie, di chiacchiere senza senso (da qui forse il titolo Ciacri, anche se Dante Isella vi ravvisava una possibile allusione alla poesia in minore dei primi anni del Novecento). Il paradosso è frequentemente smentito dall’explicit delle poesie, talvolta nell’ultimissimo verso, disorientando il lettore, lasciando un potente e duraturo turbamento, come nella tagliente Agli analisi, in cui si elencano i vari esami clinici sostenuti dal personaggio, morto poi all’improvviso: «léu l’è mórt sèn cmè un pèss», si legge nell’ultimo verso.

Altre volte, da situazioni inizialmente verosimili si giunge a brani surreali, immaginosi e ambigui, come il fantasioso I lèdar, in cui il protagonista, dopo aver scoperto di avere i ladri in casa, si interroga ossessivamente su cosa abbiano rubato e, non trovando risposta, pensa di chiederlo direttamente ai ladri, scrivendo loro una lettera. O ancora nel Solitèri, il testo eponimo vede un giocatore di carte che fa ogni giorno il solitario senza mai riuscire a vincere, e solo alla fine il protagonista sostiene che i proprietari del bar, per dispetto, hanno sottratto al mazzo una carta: resta quindi in dubbio quale sia la verità e, se davvero manca la carta, per quale ragione il personaggio si ostini a riprovare il solitario. O ancora, nella già citata Aqua, il protagonista partecipa con alcuni amici a uno spettacolo di illusionismo, convinto di restare insensibile ai poteri del mago: inizia invece una surreale inondazione, che vede il protagonista (chiaramente ipnotizzato) alle prese con una fuga affannosa per i luoghi del paese, ormai confusi, invasi tutti dall’acqua del titolo.
Con Ciacri, al bisogno compulsivo di parlare (spesso senza che si realizzi una vera comunicazione), si aggiunge un tema sempre più presente nel tardo Baldini, ovvero il sentimento della morte. Così la stessa poesia incipitaria, che è tra l’altro stata scelta per la copertina del volume, tradisce questo malinconico senso di solitudine, accresciuto anche dalla recente scomparsa della moglie del poeta (1):

Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva.
A sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.


(Ma così, delle volte, quando torno a casa, | la sera, prima d’infilare la chiave, | suono, drin, drin – non risponde mai nessuno.)

LA RISATA – Spesso con Baldini si ride, e si rideva quando era la sua voce a recitare trafelata i suoi monologhi poetici (o i monologhi teatrali). Non è mai una risata fine a sé stessa, ma è una risata dal retrogusto amaro, sfogo per quella realtà asprigna che non sappiamo facilmente accettare.

LA SCELTA LINGUISTICA - Dialetto santarcangiolese, abbiamo detto. La scelta è per Baldini obbligata, non solo per una fuga dall’omologazione dell’italiano (o, almeno, non solo), ma soprattutto «uno s’accorge che quel che vuoi raccontare succede in dialetto e che tradurlo significa in fondo raccontarlo non come è realmente successo», che «l’italiano è sull’attenti, il dialetto è in posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita» e «in italiano puoi dire tutto, in dialetto no, non puoi dire tutto, ma alcune cose puoi dirle meglio che in italiano». (2)

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(1) per un approfondimento sulla poesia di Baldini consigliamo l’incisivo ed esauriente monografia di Clelia Martignoni, Per non finire. Sulla poesia di Raffaello Baldini, Udine, Campanotto Editore, 2004

(2) dall’intervista di Manuela Ricci a Raffaello Baldini, “Prima le cose delle parole”, in «IBC», IV, n. 4, luglio-settembre 1996, pp. 68-71