Era gremita la sala Jaime Torres Bodet lo scorso giovedì 2 luglio, nel Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, dove Elena Rui, Michele Mari e Matteo Nucci, tre dei sei finalisti del Premio Strega, hanno partecipato a un incontro con un pubblico di più di quattrocento persone.
Le domande poste a Petrocchi confermano ancora una volta come lo sguardo esterno – in questo caso, del pubblico messicano – ci permetta di notare quello che diamo per scontato: viene infatti sottolineata dall'intervistatore l’assenza del genere del racconto, fondamentale nella tradizione letteraria latino-americana, tra i libri candidati; un fenomeno che Petrocchi adduce al cambiamento nel gusto del pubblico italiano, che dagli anni Sessanta preferisce il romanzo. Viene anche aperta una parentesi sullo sforzo per rendere il premio più aperto alla nomina di libri di case editrici indipendenti, fomentato da un cambio di regolamento:
Abbiamo verificato intorno al 2010-2011 che i libri delle case editrici indipendenti faticavano a varcare la soglia della prima votazione. Sostanzialmente, si arrestavano prima dell’elezione dei finalisti. Abbiamo introdotto un paio di innovazioni di regolamento e questo ha fatto sì che, negli anni successivi, siamo riusciti a recuperare libri importanti, come quello di Elena Rui, che è presente alla seconda fase del premio. Questo perché, per fortuna, le case editrici indipendenti in Italia svolgono un lavoro capillare di scouting di nuove voci in tutti i campi, non solo nella narrativa italiana, ed è davvero un peccato, come dire, perderli per strada nella vita del Premio. Questa facilitazione del percorso dei libri di editori indipendenti al Premio ha poi portato anche ad avere delle vittorie, che prima potevano essere abbastanza inattese, di autori pubblicati da editori indipendenti. È avvenuto nel 2020 con Sandro Veronesi [Il Colibrì, La nave di Teseo] e nel 2023 con Anna D’Adamo [Come d’aria, Elliot].
Curzio Gutiérrez si rivolge quindi a Rui, Mari e Nucci, che presentano brevemente le vicende principali dei loro tre romanzi – rispettivamente, Le vedove di Camus, Platone. Una storia d’amore e I convitati di pietra –, per poi commentare il ruolo dello scrittore e della letteratura nel presente, che appare dominato dai tempi brevi ed istantanei a cui ci abituano i social. A questo proposito, Nucci riflette sulla lettura come un momento di necessario sforzo interpretativo:
Platone ti dice sempre che sei tu che ti devi mettere in gioco e devi fare un passo avanti, e devi trovare il modo di venire a capo degli enigmi che lui sparge nella sua opera. Sei tu che ti devi mettere in crisi. Questo tornando al ruolo della dell'intellettuale, dello scrittore è sempre quello: la grande letteratura ci mette in crisi, ci chiede di fare uno sforzo, ci chiede di affrontare la difficoltà. Io detesto la letteratura di intrattenimento, magari alcuni piace per carità, grande rispetto, ma a me no […]. Mi piace la letteratura che mi mette in crisi, che mi mette in difficoltà, che mi chiede quindi di fare un passo avanti, di cambiare.
La conversazione resta incentrata sulla diffusione della lettura e sulla complessità, ormai per molti, di mantenere la concentrazione su un libro. I tre autori si allontanano in modo unanime dal catastrofismo, riflettendo soprattutto sul fatto che i giovani, come sottolinea Rui, leggono molto più di quello che pensiamo. Mari, nonostante confessi di essere di indole pessimista, sottoscrive l’osservazione della scrittrice, riportando la sua sorpresa di scoprire che ha molti lettori giovani:
Devo riconoscere che mi capita sovente di essere smentito, di avere delle belle sorprese: di scoprire, per esempio, di avere dei lettori molto giovani. Per questo libro, probabilmente avrà giocato [a favore] l'età dei protagonisti, che hanno all'inizio della narrazione 18-19 anni; quindi, il fatto che il mio libro sia piaciuto agli adolescenti o ai giovani può avere questa spiegazione. Però mi è capitato anche con altri libri più complessi, più solipsistici, libri in cui io ero convinto di parlare a me stesso o parlare allo specchio e di avere quindi pochissimi lettori ideali sparsi nel mondo. Invece ho scoperto che questi lettori sono molti di più e questa cosa al momento mi spiazza, perché mi fa sentire, come dire meno speciale, meno unico, però subito dopo mi riappacifico con me stesso e penso che sia molto meglio così.
La chiusura dell’incontro è stata riservata alle domande da parte del pubblico, che hanno fatto emergere due “debiti” – così li definisce, giustamente, Petrocchi – del Premio Strega: con le scrittrici italiane (13 vincitrici su 79 edizioni) e, più in generale, con scrittrici e scrittori del Sud Italia.
.png)
Social Network