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«Finché siamo investiti dalla meraviglia, non siamo morti»: il diritto di esistere in “Ninfee & Macaron”, esordio di Valentina Anacleria

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Ninfee & Macaron
di Valentina Anacleria
Inknot edizioni, 5 giugno 2026 

pp. 224
€ 18,00 (cartaceo)

Trasformare e osservare. Attendere che il seme diventasse frutto, che il frutto diventasse altro. Era il mio automatismo inconscio per cui, non potendo modificare tutto quello che avrei voluto cambiare intorno a me, adottavo l’arte della trasformazione per rendere meno imperfetta la realtà. Ricercavo, nel profumo delle albicocche cotte, il sapore innocente dell’infanzia, del bagnetto con lo shampoo alla pesca, degli occhietti pieni di schiuma protetti da un asciugamano di spugna, del terreno, dello sguardo gentile del nonno, di un viaggio con mio fratello Lorenzo, delle cose belle cui aggrapparmi per restare a galla come una ninfea in uno stagno (pp. 68-69)

Che cosa resta di noi quando trascorriamo una vita intera a cercare l’approvazione degli altri? La risposta si può trovare tra le pagine di Ninfee & Macaron, romanzo d’esordio di Valentina Anacleria, una scrittrice che prima d’ora si era misurata con la narrativa breve. Nella citazione la trasformazione non indica solo gesto creativo della cucina o dell’arte in genere, ma una necessità per riuscire a sopravvivere ai contraccolpi della vita. La protagonista è Michela Sorrentino, una giovane donna della periferia di Napoli che impara fin da bambina a misurare il proprio valore attraverso lo sguardo altrui. È ultima di quattro figli, cresce in una famiglia numerosa segnata dall’affetto protettivo della madre Rosaria e dalla presenza ingombrante di un padre burbero e distante, don Luigi, proprietario di una ferramenta, incapace di esprimere amore e tenerezza.

Sin da piccola, Michela comprende che la madre tenta costantemente di ricucire gli strappi provocati dal marito, di attutirne le parole e le assenze. 

Il lavoro era la sua unica ragione di vita. Una vera e propria dipendenza affettiva verso i suoi clienti. Scaltro e matematico impeccabile. Il registratore di cassa c’era perché doveva esserci, ma riusciva a fare di conto a mente con la stessa lucidità di quando, all’età di sette anni, mi sedeva sullo sgabellino dietro al bancone e mi obbligava a ripetere le tabelline. Guai a sbagliarne una, come punizione avrei dovuto sistemare sui ripiani le scatoline di chiodi in base alla loro misura. Finii con l’odiare non solo la maestra ma anche la matematica, al contrario adoravo passare i pomeriggi a leggere o a inventarmi storie, tranne quando andavo dai nonni in campagna dove mischiavo acqua e terreno per fare fine torte al cioccolato. (p. 30)

In questo equilibrio precario, il fratello Lorenzo rappresenta per lei un punto di riferimento imprescindibile, un rifugio sicuro a cui aggrapparsi. Per conquistare attenzione e riconoscimento, Michela impara a mettere a tacere i propri desideri, sacrificando se stessa alle aspettative degli altri. Le ferite dell’infanzia e dell’adolescenza si trasformano così, negli anni della giovinezza, in notti attraversate dall’ansia e da paralisi nel letto, fino alla decisione di lasciare Napoli per inseguire il sogno di diventare maestra pasticcera.

Il trasferimento in Francia segna per la protagonista l’inizio di una rinascita: nuove amicizie, l’incontro con madame Dubois, la maestra pasticcera, una figura carismatica che diventa per lei una guida le offrono la possibilità di immaginare un’esistenza diversa.
Sentivo di essere parte di un tutto nel caos nel mondo. Il senso di inadeguatezza e frustrazione era svanito nell’eco della sala conferenze. Partire era stata una liberazione, adesso che a chilometri di distanza da casa, adesso che non dovevo dare spiegazioni a nessuno sulle mie giornate, adesso che me la cavavo da sola, ero finalmente Michela, senza nessun altro appellativo accanto. Avevo smesso di essere la figlia di Don Luigi del negozio di ferramenta a viale Marconi, la nipote del panettiere, l’apprendista pasticcera di Donna Vincenza, la sorella di. Ero Michela […] (p. 41)

Comincia per la giovane protagonista una fase di sospensione rispetto alle identità imposte dall’origine familiare: Michela non è più definita attraverso il filtro di queste relazioni, ma vive per la prima volta la costruzione diretta della propria identità adulta. 

Ma è davvero possibile liberarsi del tutto dai legami di sangue e dalle responsabilità che essi comportano? Quando circostanze dolorose la costringeranno a tornare a Napoli, Michela dovrà confrontarsi ancora una volta con il proprio passato.

Senza indulgere in facili soluzioni, Anacleria costruisce un romanzo capace di sorprendere, evitando gli esiti più prevedibili e interrogandosi sulla possibilità di trasformare il dolore in una rinascita. La scrittura di Valentina Anacleria è limpida, diretta e al tempo stesso delicata ed elegante, capace di sostenere efficacemente la dimensione emotiva della vicenda senza mai appesantirla. Ciò che colpisce maggiormente è la struttura narrativa che procede per forti contrasti, perché alterna momenti di apertura, libertà e leggerezza a improvvise fratture e cadute nel dolore. All’interno di questo impianto, la centralità di  Michela è assoluta: la scelta della prima persona rafforza una prospettiva interamente filtrata dal suo sguardo e dalla sua esperienza che diventa il perno narrativo del romanzo. È stata una esperienza di lettura coinvolgente, l’autrice sa come farci entrare nei panni della voce narrante: Ninfee & Macaron è un libro piacevole, coi suoi momenti colorati e i suoi pugni nello stomaco non lascerà indifferente il lettore.

Marianna Inserra