lunedì 11 novembre 2019

La perfezione dell'esistenza nell'ultimo romanzo di Sandro Veronesi


Il colibrì
di Sandro Veronesi
La Nave di Teseo, 2019

pp. 368
€ 20,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito via via sempre più valore al cambiamento, anche a quello fine a se stesso, e il cambiamento è quello che vogliono tutti. Così, non c’è niente da fare, alla fine chi si muove è coraggioso e chi resta fermo è pavido, chi cambia è illuminato e chi non cambia è un ottuso. È ciò che ha deciso il nostro tempo. (p. 312)
È vero, si pensa leggendo queste parole mentre siamo già in dirittura d’arrivo di un romanzo che vede al centro la vita del dottor Marco Carrera – e dunque, essendo in dirittura d’arrivo, siamo nella fase in cui il protagonista sta facendo i conti con la propria esistenza, accettando che tutto ciò che è accaduto ha contribuito a renderlo quello che è, nel bene e nel male –, è vero, si pensa: il nostro è un tempo che considera fondamentale apprendere la delicata arte del cambiamento, anche di un cambiamento a tutti i costi, sempre e comunque, persino al punto di rinunciare alla propria identità e di manipolare la narrazione che si fa del nostro passato e della nostra memoria.
Eppure ci vuole coraggio anche a restare mentre tutti se ne vanno, a mantenersi saldi nelle convinzioni – su se stessi, sugli altri, sull’idea che ci è fatti di ciò che è giusto e sbagliato – mentre il mondo che abbiamo conosciuto muta davanti ai nostri occhi. Marco Carrera, classe 1959 come Veronesi, è l’esempio di una generazione che ha visto stravolgerlo questo nostro mondo: sono cambiati i costumi, è cambiata la musica, sono cambiati i rapporti umani, ma soprattutto è esplosa la tecnologia che pur coprendo in pochi istanti distanze ritenute incolmabili spesso rende più distanti.
O forse, ci si chiede leggendo questo Colibrì, non è la tecnologia a rendere più distanti, ché in effetti non si può non dar ragione al protagonista quando scrive al fratello che «Le cose sono innocenti» (p. 50): sono le persone a creare dei muri di silenzio, a vestire il rancore come fossero abiti alla moda, per poi ritrovarsi dopo una vita a chiedersi perché si è trascorsa l'esistenza a spendere tante energie per odiarsi quando si avrebbe potuto amare senza restrizioni e senza freni.

Il contrario del cambiamento, si sa, è la stasi. Ma sarebbe sbagliato affermare che Marco Carrera sia rimasto immobile nel corso della sua vita. Saldo, sì, fermo, ma non statico. La sua è in effetti l’arte della resilienza – altra parola, insieme a “empatia” e “cambiamento”, di cui tendiamo ad abusare, ma che qui ci sta bene, è il termine adeguato –, ossia la capacità di resistere agli urti e anzi di trarre vantaggio da questi scossoni in grado di travolgere interi universi. Se consideriamo che qui abbiamo a che fare con un normale essere umano, e non con un super eroe, bensì qualcuno come noi, come il nostro vicino o il nostro medico, ecco che allora la resistenza diventa una qualità superomistica: perché se il corpo, ma soprattutto la mente, sono progettati per resistere a un certo numero di onde d’urto e a volte basta un colpo in più per mandare in pezzi una persona, ecco allora che saper resistere è fondamentale. Sapersi reinventare pur rimanendo fedeli a se stessi è un atto di eroismo. Saper rimanere degli esseri buoni è un gesto divino.

Il colibrì è il romanzo di una vita e Sandro Veronesi sa leggerla bene questa vita di cui ci racconta. Porta davanti ai nostri occhi lo spettacolo dell’esistenza con la delicatezza di un gran narratore e la cordialità di un amico. Rende ossa, nervi e carne le pagine bianche del libro. La sua è una scrittura grandiosa, che non sbava mai, che non cade in fallo, che resta limpida anche davanti al nubifragio.
Il colibrì è un romanzo semplicemente perfetto.

David Valentini










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