Dimenticate l'inferno dantesco e immaginate che, una volta morti, il vostro destino sia di essere assegnati a un luogo in cui il vostro unico compito sia quello di leggere, forse, per l'eternità. Un luogo in cui ogni vostro desiderio culinario si avveri. Volete un panino con il roast-beef? Fatto. Anche una spremuta d'arancia? Pronta. E via all'infinito. Detta così, sembra più il paradiso che l'inferno. Come se non bastasse, anche i vostri acciacchi e le vostre imperfezioni e perfino la vostra età vengono rigenerati e risolti e voi siete voi, ma in una versione più giovane e prestante. Ci sono però delle regole da rispettare, ovviamente, ma anche queste appaiono innocue: le principali sono di essere gentili e trattare i libri con cura. Sicuri di essere all'inferno? Decisamente, sì.
Soren Jonasson, quarantacinque anni, felicemente sposato, quattro figli, mormone e geologo, muore di tumore al cervello e si ritrova in una sorta di sala d'attesa infernale, insieme ad altri individui, mentre aspetta indicazioni sullo smistamento verso l'inferno a ciascuno più idoneo. Un demone perfidamente cordiale li accoglie e rivela loro che tutto quello in cui hanno creduto è sbagliato. L'unica vera religione è lo zoroastrismo. Qui la sottile satira a tutte le principali religioni del mondo inizia a prendere forma: come può un Dio buono infliggere torture alle sue creature? E come può permettere che soffrano così tanto restandone immune? Viene da chiedersi se forse non sia così buono come è sempre stato dipinto.
Ero angustiato dalle domande. Avrei dovuto pregare? Il demone aveva detto che Dio si chiamava Ahura Mazda. Era gentile e amorevole? Qual era la sua natura? Era davvero un lui, come il Dio che avevo venerato per tutta la mia vita da mormone? Poteva essere una Dea? Non avevo modo di saperlo. Come si può pregare se non sai nemmeno com'è Dio? Forse Dio era un demone...quello avrebbe spiegato molto sulla sofferenza della vita terrena. (p. 27)
In un crescendo di tensione narrativa, angoscia e panico, le ossa si rompono come tutte le nostre certezze e le speranze crollano nell'abisso. Non si muore mai all'inferno. Se si viene uccisi, il giorno dopo si viene ripristinati come se nulla fosse. C'è un modo per uscire? Trovare il libro in cui ci sia scritta la propria storia. I più speranzosi vedono dunque la sosta infernale come una breve tappa di soggiorno, ma la verità è ben più agghiacciante e la ricerca del proprio libro diventerà un duello eterno tra la noia e l'impotenza. L'iniziale clima di beatitudine si rivela essere un'amara illusione e la stessa atmosfera di convivialità fra i peccatori, tutti belli, bianchi, americani e privi di varietà etnica, renderà questo non-breve soggiorno all'inferno una spietata condanna alla follia, al delirio e al desiderio di porre fine a quell'agonia. Il richiamo a La biblioteca di Babele di Borges è più che evidente, o meglio è proprio esplicitato:
Benvenuti all'inferno. Questo inferno si basa su un racconto di Jorge Luis Borges proveniente dal vostro mondo intitolato «La biblioteca di babele». Qui troverete tutti i libri che possono essere scritti. Quando sarete pronti ad andarvene, rinvenite il libro che narra la storia della vostra vita terrena [...]. Se la storia verrà accettata, sarete accolti in un glorioso paradiso colmo di meraviglie e gioie oltre la vostra immaginazione. (pp. 32-33)
La speranza di poter dunque soggiornare brevemente in questo insolito inferno sembra resa possibile, ma l'autore si fa beffe del protagonista e del lettore in un sadico rituale volto a concedere a entrambi tanta luce quanta oscurità. L'intero volume sembra voler rispondere a un'unica domanda: cos'è davvero la dannazione eterna? La stesura di quest'opera, per la prima volta in lingua italiana grazie al prezioso lavoro di Blackie e del traduttore Stefano Ternavasio, vede il suo trionfo tra gli scaffali di quello che speriamo non sia ancora il nostro inferno terreste (qualche dubbio, tuttavia resta). Peck firma un'opera che è una sorta di lungo monologo filosofico esistenzialista sulla religione, sulla bestialità dell'uomo e sul bisogno di avere speranze e certezze per sentirsi vivi.
Avere delle aspettative è un dono. Forse non ne esistono di più grandi. L'aspettativa nasce dalla speranza. Anzi, è la miglior espressione della speranza. Quando la speranza viene meno, tuttavia, diventa il più grande sconforto. (p. 154)
Quando ho terminato la lettura di Un soggiorno all'inferno mi sono sentita svuotata e appesantita allo stesso tempo. Il mio corpo si era come separato dalla mia anima e mi stava abbracciando, in un vano tentativo di autoconsolazione. Sentivo la voglia di parlarne, di scriverne, ma non trovavo le parole giuste. Giuste nel senso di quelle che potessero davvero rendere giustizia al genio di Peck.
Un soggiorno all'inferno è un romanzo capace di dare i brividi per la sua spietata sincerità. Ho sempre amato la filosofia, ma quest'opera oltre a far riflettere sul significato della vita fa rimuginare su quanto, dopo la morte, la nostra esistenza diventi insignificante. Una storia d'orrore, un'agonia straziante con tratti fortemente ironici. Sconvolge perché l'orrore non sta nei demoni, nel divino o nel maligno. L'orrore è umano e mi ha così tanto turbata, perché racconta un futuro possibile. Il mio, il vostro, il nostro.
Carlotta Lini

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