Quando arrivano i cani
di Jessica Schiefauer
Camelozampa, 2022
Traduzione di Samanta K. Milton Knowles
pp. 304
€ 16,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Da dove viene la violenza, cosa ci fa? si chiede Jessica Schiefauer. È da questa domanda, inquietante e senza una vera risposta, che nasce Quando arrivano i cani, un romanzo che esplora gli abissi oscuri che possono abitare un corpo adolescente, le correnti sotterranee che, suo malgrado, lo agitano. Ecco perché metafora portante della narrazione è quella del lago, su cui affaccia l’apparentemente quieto borgo svedese in cui è ambientata la vicenda. Nume tutelare, o spirito antico, che vigila sulla comunità, il lago allunga su di essa i suoi influssi, e non si può predire se siano positivi o malefici. Le sue acque si fanno riflesso di ciò che sobbolle, tumultuoso e incontrollabile, dentro l’animo giovane.
Gli abissi neri sembrano quasi vivi, come se le nebbie fossero il respiro dell’acqua. Un movimento pacato laggiù, grandi polmoni che si allargano. Oppure un occhio enorme che si apre e si chiude, una pupilla, uno sguardo oscuro che si muove con le correnti. […] Sotto la superficie, l’abisso sembra gonfiarsi, dondolare, contorcersi. (pp. 132, 133).
La storia raccontata si consuma nell’arco di un anno, e la scansione dei capitoli coincide con la successione dei mesi. Protagonisti sono due fratelli adolescenti, Isak e Anton, le cui esistenza si trascina, come quella dei coetanei, senza grandi scossoni.
L'aria è fresca, tra poco calerà il crepuscolo e poi arriverà l'alba e poi di nuovo il crepuscolo, e a quanto pare la vita non offrirà molto più di così. (p. 21)
Schiefauer, tuttavia, sceglie di non attribuire – o di non attribuire soltanto – al contesto le ragioni del malessere esistenziale dei giovani. Anton e Isak sono cresciuti insieme, all’interno di una buona famiglia, presente e attenta, e qualche volta guardano film violenti per evadere dalla noia, ma le loro vie presto divergono: Isak travolto dal suo primo amore, che lo avvicina a Ester in una relazione che divampa improvvisa e inaspettata, e altrettanto rapidamente diventa totalizzante, e poi si consuma, e li consuma; Anton attratto nell’orbita di un gruppo di giovani fanatici di estrema destra, in cui per la prima volta sperimenta un senso di appartenenza e di cui diventa parte attiva, non semplicemente vittima.
Entrambi i ragazzi subiscono, in modo differente, la stessa difficoltà a dare un nome alla propria fragilità, a sentimenti, che si presentano turbinosi e difficili da identificare in quanto totalmente nuovi: per Anton è una rabbia strisciante e inspiegabile, il bisogno di sentirsi riconosciuto, un’inquietudine che ferisce; per Isak la passione, il travolgimento fisico, il progressivo distacco emotivo. Ester, invece, controparte femminile, sperimenta la dipendenza affettiva, l’insicurezza, l’annullamento di sé nell’altro. I tre ragazzi vengono colti nel momento in cui perdono l’equilibrio, la rassicurante certezza dei valori trasmessi dalle famiglie, e devono compiere un passo che ci si immagina verso il futuro, ma in realtà è in direzione contraria. In questo rivolgimento il romanzo di formazione inceppa il suo corso, si avvita su se stesso.
Quando
arrivano i cani è un testo
duro e con pochi tentativi di edulcorazione, che mostra l’adolescenza come un nucleo oscuro di pulsioni difficili da
controllare e pronte a esplodere, non sempre volte in energia vitale e
positiva.
Anton si lascia travolgere dalla violenza, macchiandosi di un crimine terribile e indelebile, e il marchio del suo agito si imprime in profondità sulla famiglia, travolge i comprimari, sconvolge la comunità e la interroga – senza che però la riflessione collettiva riesce a scendere al giusto livello di profondità. Nella narrazione si crea uno scarto, sempre più profondo e doloroso, tra la tragedia che vivono i protagonisti e lo sguardo superficiale e giudicante dell’opinione pubblica.
E più se ne parla, più diventa reale che la prigione a vita è l'unica soluzione accettabile. Che gli aggressori non hanno più diritto di essere considerati ragazzi, nemmeno ragazzi che hanno commesso un omicidio. E più se ne parla, più diviene evidente che sono dei mostri. E che dunque devono essere trattati come tali. (p. 202)
Anton ha ucciso e deve pagare, forse con la sua stessa vita. Anche i suoi parenti prossimi, però, sono considerati corresponsabili, complici anche solo per il loro naturale impulso a stringersi intorno al figlio o fratello. In controtendenza rispetto al sentire collettivo si pone invece l’autrice, a cui non interessa giudicare il delitto, quanto indagarne le radici e osservarne le conseguenze. L’attrazione per il male in Anton si manifesta come un serpeggiare interno, una forma di assuefazione sottile e complessa da definire («eccola di nuovo, la sensazione che gli si rivolta in petto. […] Non sa cos’è, questa sensazione, ma sa che lo riempie di vita. E non gli basta mai», p. 114, 115), e presto diventa spinta autodistruttiva, un gorgo che risucchia quella stessa vita di cui aveva creato l’illusione.
I cani, nel testo,
rappresentano la parte pulsionale,
irrazionale, che travolge ogni forma di buon senso, che diventa potenziale esplosivo, al di là di ogni
presa di posizione etica. I cani reagiscono agli impulsi, i cani sono puro
slancio istintuale. Così non è per le persone, che vivono inserite in una
società che spesso però non basta a contenerle, soprattutto quando non le
considera davvero, e ignora i segnali di pericolo. Anton è un adolescente non visto, non ascoltato, che non ha strumenti per dar voce al suo disagio, lo fa detonare in rabbia
disumana e distruttiva, e fatica poi a redimersi. Anche Isak e Ester, però, agiscono per lo più sulla base di slanci
momentanei, e rifiutano ogni forma di consiglio esterno, anche quando
ragionevole (o forse proprio per questo).
Il romanzo di Schiefauer non è didascalico, presenta i fatti,
non suggerisce esplicitamente la loro interpretazione, e spesso procede per simboli e suggestioni. Descrivendo il rapporto
tra i due fratelli (l’assassino e quello che resta) si interroga sulla possibilità di un contagio del male,
soprattutto quando alimentato da un dolore sordo e cieco («a volte, quando lo vedo, mi sembra che stia ribollendo dentro. Che sia
sul punto di esplodere, che non riesca a controllarsi», p. 241). Il tema della vista, trasversale alla
narrazione, è qui posto in negativo: gli occhi che fissano sono
inquisitori, minacciosi o giudicanti; gli altri, quelli amorevoli, sono
distratti e, anche se guardano, non vedono davvero; la verità si nasconde spesso appena oltre, si intuisce marginalmente. Il
mondo adulto appare nel testo non
assente, ma fragile, incapace di
fronteggiare la crisi dei figli e la propria. I ragazzi appaiono allora monadi
alla deriva, in balia di loro stessi e del loro sentire, spesso gravati da
responsabilità che non dovrebbero competere loro.
Quando arrivano i cani, edito da Camelozampa in caratteri ad alta leggibilità, affronta molte tematiche in grado di interpellare i lettori, non necessariamente giovani, rispetto ai temi di colpa e responsabilità, declinati non solo in ottica individuale, ma anche relazionale e sociale. Nello scenario che viene delineato ci vuole impegno per trovare un varco, per scalfire la superficie ghiacciata sempre più spessa che circonda le acque del lago – e il cuore dei protagonisti. Forse, allora, solo il tempo – che è quello delle stagioni che si susseguono, ma anche della vita che trascorre mentre l’adolescente diventa giovane adulto – può rimarginare le ferite, aprire nuove prospettive, offrire chiavi di decifrazione per le cicatrici che segnano pelle e cuore.
Carolina Pernigo
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