Io andrei subito in carrozza! Primo novembre 1964, il «Corriere della Sera» titola: "Milano corre sul metrò". Hanno inaugurato la metropolitana, ma non è Milano che sta correndo: è tutta l’Italia che corre al ritmo dell’8 per cento del pil. L’Italia macina, macina, macina. Siamo nel 1964; nel ’63 c’è stata la crisi della lira, ma l’abbiamo superata con un saltino. Così, hop!
È con un viaggio in treno in partenza da Alessano (LE) che si apre la serata dedicata a Gran Galà con Delitto, in cui il pubblico smette di mormorare e si incanta all’improvviso. Questo accade durante il monologo di apertura di Simone Tempia che inizia con un salto in carrozza in viaggio verso Firenze, ma del 1964.
Un affresco che dalle radio a valvole arriva al frigorifero, simbolo di modernità dell'epoca, dal Carosello del '57 al marchio Bialetti, citando Belfagor o il fantasma del Louvre, fino a depositare l'ascoltatore nel 1963, l'anno immediatamente precedente a quello in cui si consuma il delitto raccontato nel romanzo.
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| Gran Galà con delitto di Simone Tempia Garzanti, aprile 2026 pp. 272 € 16,90 (cartaceo) € 9,99 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
Una villa isolata, otto personaggi (forse più), una contessa senza vita e un solo indizio certo, vergato su un biglietto: l'assassino è il maggiordomo. Ma quale? A dialogare con l'autore Simone Tempia, biellese classe 1983, firma di «Vogue» e collaboratore di «Wired», «GQ» e Missoni, sono Michela Santoro e Fabiana Renzo. Tempia arriva a questo esordio narrativo dopo un decennio di Vita con Lloyd, la pagina nata nel 2014 che ha generato cinque libri e più di mezzo milione di lettori fedeli, oltre alla presenza televisiva accanto a Caterina Balivo in Lingo su La7. Non è la prima volta che il maestro delle buone maniere irrompe nel romanzo: un tentativo del 2015, ammette senza reticenze, fu un flop dettato dall'impazienza.
Voi… voi scrittori… io vi conosco bene, siete machiavellici, siete intriganti, avete modi di pensare che non appartengono alle persone comuni. Voi intessete trame, create cortine fumogene di parole e fatti. (p. 191)
Il romanzo, inteso come prosa narrativa, è la maratona a cui uno scrittore può ambire, dice l'autore, un oggetto che richiede un rispetto quasi sacrale e gli ci sono voluti quarant'anni di vita e otto libri prima di sentirsi pronto a pubblicare quello che oggi possiamo stringere tra le mani, in un'epoca che considera con un certo disincanto rispetto alla stagione in cui le case editrici portavano i nomi dei fondatori. Giangiacomo Feltrinelli, Elvira Giorgianni e il marito Enzo Sellerio, Arnaldo Mondadori che scriveva di suo pugno ai giornalisti per lanciare Piero Chiara, sono solo alcuni dei nomi che possiamo ricordare e che hanno selezionato minuziosamente, anche correndo grossi rischi, le opere su cui apporre il proprio cognome. Negli anni Sessanta solo pochissimi autori potevano sostenere di aver scritto un romanzo, un po’ perché si stampava meno e un po’ perché, come dicevamo, per arrivare alle case editrici ci voleva molta ambizione.
Alla domanda di Santoro su cosa leghi i dialoghi di Lloyd al romanzo (dialoghi che ritroviamo tra le pagine e che si possono leggere sia cuciti all’interno della storia, sia a sé stanti), Tempia risponde che le due scritture sono tutt'altro che lontane ed entrambe nascono dall'osservazione dei pattern del comportamento umano.
«Io certe persone proprio non le capisco, Lloyd.»
«E allora non le capisca, sir.
«Ma dove li metti la comprensione, l’empatia, il rapporto umano?»
«A volte un po’ sotto i mal di testa e le frustrazioni che alcune persone sanno dare, sir.»
«Insomma, bisogna saper perdere e non sempre si può vincere, Lloyd.»
«Direi che bisogna sapere con chi vale la pena giocare, sir.» (p. 159)
Il giallo classico, riprende l’autore, è un gioco tra lo scrittore e il lettore. Non è noir, non è thriller, ma un gioco enigmistico in cui si è chiamati ad anticipare l’investigatore per capire chi, come e perché. Agatha Christie non è l’unico riferimento su cui Tempia ricama il giallo classico; l’autore rivendica anche l’impegno verso gli sceneggiati Rai degli anni Sessanta, come Il segno del comando e, il già citato, Belfagor, le inchieste del commissario Maigret con Gino Cervi e gli adattamenti cinematografici di Christie, più che i suoi romanzi. Da qui parte la struttura quasi teatrale del romanzo e noi spettatori ci muoviamo tra tre stanze, incontriamo personaggi che recitano una lingua volutamente artificiosa, che si allontana dalla naturalezza proprio come in tv negli anni Sessanta, ci sorprendiamo scorrendo le pupille sulle lettere di una scrittura filmica.
Tutto questo è il suo universo, fatto di meccanismi, di sguardi, di visioni, di telecamere, di registi che guardano le scene seguendo diversi punti di vista e lo spettatore si trova di fronte a uno sceneggiato ironico, divertente, che ha lo scopo di divertire come una puntata della signora Fletcher. Lo scopo dichiarato è il puro divertimento: la promessa di quindici o venti ore in cui, semplicemente leggendo, non può accaderci nulla di male, finché si legge non capita mai niente di brutto. Un'idea di cui Tempia ci dà prova risalendo ai primi viaggi in treno, quando la velocità inedita dei 60 km/h spaventava i passeggeri e le librerie di stazione permettevano l’affitto di libri a un solo scellino per rendere sopportabile il viaggio.
«La contessa è morta.» Il fu maggiordomo di casa irrompe nella stanza. La cravatta nera è allentata, il bottone del colletto slacciato, la giacca scomparsa. Rimangono una camicia stazzonata con le maniche arrotolate fin sopra il gomito e una sigaretta accesa che pende dalle labbra.
«Lo abbiamo capito che la contessa è morta! Lo sanno tutti che la contessa è morta!» Savoldi si fa nuovamente portatore isterico del pensiero comune. «Ha qualcosa di meno ovvio da comunicarci? E se fossi lei l’assassino del biglietto? Lei è il maggiordomo di questa casa. O forse no?» (p. 65)
Fabiana Renzo prosegue ed evidenzia il rapporto dell'autore con le parole, definendolo un collezionista capace di maneggiarle con leggerezza. Tempia rilancia con una riflessione più ampia sulla lingua italiana, che considera superiore persino alla cucina proprio perché frutto di secoli di conquiste e stratificazioni. Ogni popolo che ha calpestato il suolo del Bel Paese vi ha lasciato parole, per il visibile e per l'immateriale, ed è nelle librerie, tra scaffali di classici e novità, che questo patrimonio trova ancora il suo tempio laico. La sciatteria nella scrittura, dice, è una violenza autoimposta, come perdere dei doni preziosi.
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| Valentina Botrugno con l'autore |
«Lloyd?»
«Sì, sir?»
«C’è da ragionare.»
«Decisamente, sir.» (p. 237)
La chiusura della serata viene affidata al futuro e Michela Santoro prova a indagare su un secondo romanzo che Simone Tempia ammette essere già in gestazione. Non arriverà prima del 2029-2030, per rispettare i tempi dello strumento libro, mentre a dicembre uscirà per Utet un saggio, eccezione della regola che l'autore si è autoimposto: mai più di un libro all'anno.
Valentina Botrugno


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