Diventare bestia
di Sacha Naspini
edizioni e/o, 2026
p. 410
€ 21,00 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
C'erano momenti in cui restavo senza respiro all'idea di quanto io e la pantera fossimo uguali. Avevamo praticamente la stessa storia: entrambi sradicati e buttati là, nel folto senza scampo, come rigettati dal mondo. Le nostre vite recenti erano cominciate con una fuga. Come lei, avevo strillato di paura, allo sbando delle notti e sotto la pioggia. Come lei, mi ero inoltrato nei macchioni contorcendomi dal pianto. Guidati da un richiamo durato mesi, alla fine eccoci in un angolo di bosco, chissà dove, a dormire l'una sull'altro, stesi su un letto di foglie, facendoci caldo a vicenda. (p. 209)
Dopo gli ultimi “racconti di Maremma”, Sacha
Naspini torna in libreria con un romanzo
di ampio respiro, che ripercorre i luoghi
familiari della sua terra e i temi a
lui più cari, ma con una diversa
profondità. Il protagonista dell’opera, Giacomo, è «un ometto sugli undici anni» (p. 9), pieno di rabbia perché i
genitori continuano a trattarlo come un bambino, quel “Giacomino” in cui non si
ritrova più. Alle soglie di un’estate torrida, nessun pretesto lo allontana più
dalla zona rurale in cui abita («Agonizzavo
nella noia, […] identico alle bestie», p. 10), né dalla grevità del padre,
dalle soffocanti attenzioni della madre. Troppo piccolo per lavorare, e troppe
grande per giocare, trova requie soltanto nel progetto per la realizzazione di
un capanno sull’argine del fosso.
Fin dalle prime pagine è trasversale il motivo dell’animalità: Giacomo è ossessionato dagli
animali, con cui sente una vicinanza
viscerale, istintiva, ma spesso anche guardando ai suoi famigliari
percepisce in loro un’anima ferina – e la distanza dalla scuola, che lui
percepisce come “una salvezza”, implica anche per lui tornare a sprofondare in
una condizione preumana, lontana dal
linguaggio e dalla civiltà. La baracca ultimata diventa una “tana”, un
“mondo segreto”, quello in cui rifugiarsi per rivendicare un proprio spazio, una propria autonomia, impermeabile
alle direttive spesso incomprensibili del mondo adulto.
Eppure la fine dell’estate, invece che
rappresentare un ritorno alla normalità, fa sentire Giacomo ancora più estraneo: il passaggio alle
scuole medie comporta, letteralmente, uno spaesamento, una rottura degli equilibri.
E l’arrivo della pantera, fuggita dallo zoo privato di un avvocato eccentrico,
e nascosta tra le fratte della Maremma, oltre ad essere un inquietante fatto di cronaca che terrorizza la popolazione,
diventa anche espressione di qualcosa di
diverso, più subdolo e profondo.
Dal momento che la narrazione è in prima persona
e la focalizzazione interna, solo
raramente riusciamo a intuire le prospettive differenti, come le preoccupazioni
genuine o le fragilità dei genitori. Tutto è filtrato dallo sguardo spesso impietoso del
preadolescente, cui non spetta la responsabilità di farsi carico delle
insicurezze e dei fallimenti altrui, ma solo dei propri. Per potersi ricavare a
forza uno spazio all’interno del poco accogliente sistema sociale delle scuole
medie, Giacomo inizia anche a mentire, a indossare
panni che non sono i suoi, e che lui stesso non riesce a prendere del tutto
sul serio («mi ero venduto come una
specie di Tarzan della Val di Pecora», p. 55).
Nel frattempo, cresce il malessere legato a un senso di predestinazione
negativa, come se il luogo d’origine fosse una palude in grado di
inghiottire i destini di chi mette al mondo («in quella zona, per un motivo per un altro, si restava incagliati in
qualche fatto, che poi diventava una catena o una croce da portare», p.
94). Non a caso la prima sezione si intitola, con una sfumatura luttuosa, ma
anche con l’idea di un contagio
ereditario, “Il sangue della terra”, e poi, ancora e altrove, viene citato
“il peso della terra”, di una terra,
la Maremma, che sembra incollarsi addosso, col suo gravame di miseria e determinismo, trasmettersi come un miasma
contagioso. In questa terra non c’è sale che non sia quello che brucia i campi,
o che fluisce nel sudore dei lavoratori condannati a spaccarsi la schiena su di
essi.
Quando Giacomo inizia a prendere coscienza di questa sensazione, la pantera, da minaccia, diventa per lui una proiezione di sé: troppo a lungo privata della libertà, e ora sola, braccata, pronta a scattare.
La pantera che non trovavano in Maremma sembrava girare in tondo nel mio stomaco: dopo aver conosciuto i boschi e la libertà, l'avevano catturata e spedita di nuovo in gabbia. Solo che adesso si spaccava gli unghioni contro le sbarre e prendeva il muro a testate, perché per un attimo aveva intravisto la sua natura. (p. 92)
Naspini però va ancora oltre nello stratificare i
piani, nel moltiplicare le chiavi di lettura. Perché quella tra l’adolescente e
la bestia non è soltanto un’affinità elettiva, ma un’identificazione quasi totale, una sovrapposizione che nasce da un dato biologico e si trasforma però, a livello narrativo, in una metafora esistenziale. Giacomo,
dapprima spaventato e inorridito dalla scoperta di essere portatore di una rara
patologia, desidera conoscere la bestia
che lo abita. Continuamente ricerca “l’attimo perfetto”, quello in cui
poter trovare un bilanciamento tra sé e il mostro, da cui spera di ottenere una
forza e una sicurezza che esulano dalla sua parte razionale.
La bestia, tuttavia, non si può imbrigliare, arriva a tradimento, si sporca le mani (e le zanne) di sangue. Nella seconda sezione del volume, prende il sopravvento e trascina il ragazzo nel fitto, costringendolo all’oblio della vita precedente:
in lei restava qualcosa di me, anche durante la trasformazione. In me non restava niente di lei, nemmeno un briciolo di ricordo. [….] Il mio compito era guardare, respirare, fare. […] Bastava che usassi una parola per pensare, e subito venivo ingoiato dalla malattia. (p. 203)
La prima persona plurale rimpiazza sempre più spesso la singolare. Prendere coscienza della bestia è solo il passo preliminare ad abbandonarsi a lei, a ciò che non si può controllare ma solo accettare. È così possibile trovare una nuova sintonia col mondo, istintuale, sempre meno condizionata dalle sovrastrutture.
Ci ho messo mesi per trovare il coraggio di
iniziare la lettura. Perché ormai ho imparato a conoscere la prosa – duttile,
straordinaria – di Sacha Naspini. Perché so che colpisce, graffia, scarnifica.
Perché l’immersione nella Val di Pecora, fin dalle prime pagine, ti sbatte in
faccia la realtà della cultura, e del
privilegio, dalla quale forse provieni, opponendole un contesto di degrado profondo, disperato poiché senza speranza, né desiderio, di redenzione. Perché ci sono tanti strati, letterali e allegorici,
in cui bisogna addentrarsi.
I due giovani protagonisti di Diventare Bestia, Giacomo e Matteo,
hanno gli stessi nomi di quelli di Ragazzo.
Sono diversi, eppure in qualche modo simili. Tutti devono confrontarsi con un cambiamento che pare feroce e
inaccettabile, con una interiorità che parla una lingua ancora sconosciuta,
con un mondo esterno crudele, che tende a respingere e rifiutare il diverso,
ovvero ciò che non può assimilare. Non a caso un campo semantico ricorrente nel
testo è quello della frattura, della
spaccatura, dello squarcio. Quello necessario alla crescita, rinnegato dai genitori, abitato
dall’adolescente. La crescita è un’esperienza che taglia fuori il mondo adulto,
che richiede una separazione, una
solitudine – il confronto e il riconoscimento scatta solo con i propri
simili. Ed è, anche, un’esperienza che ha
a che fare con la perdita, e con l’accettazione dolorosa che questa
comporta. È uno smarrirsi nei boschi, sporcarsi di terra, a volte perdere il
controllo di sé stessi. Il ritorno alla civiltà, se e quando si verifica, ha un
prezzo altissimo, che però deve essere necessariamente pagato.
Se quello della selva, e dell’incontro con le
fiere che ostacolano il passo, è un topos
letterario antico e ben noto, Naspini riesce a darne un’interpretazione spiazzante e inedita. E non bisogna far l’errore
di pensare che quello che scrive sia un testo concettuale o filosofico: Diventare bestia rimane comunque un romanzo di trama – e, soprattutto
nella seconda parte, avvincente. Ci sono fughe, morti, rapimenti, inseguimenti
e scelte radicali. Ci sono anche alcuni sconvolgenti colpi di scena. La cronaca
si intreccia alla superstizione, e non è facile capire dove sia il limite tra
l’una e l’altra. Eppure il romanzo non è, certamente, solo questo, ed è bene
che ne sia consapevole chi vi si addentra.
Personalmente, mi sono interrogata a lungo sulle ragioni della mia difficoltà ad affrontare le tematiche toccate dal testo. Poi mi è tornato in mente ciò che Kafka scriveva all’amico Oskar Pollak: «bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo?». Naspini è uno dei rari scrittori contemporanei che riesce a produrre in me questo effetto, ambivalente e fondamentale. Non ci si può rassegnare all’amarezza, al male, alla disperazione che permeano alcune delle pagine di questo romanzo. Eppure in quelle stesse pagine c’è tutta la ferita che può essere l’adolescenza, tutta la vita che troppe volte – da adulti – troviamo più rassicurante non guardare.
Carolina
Pernigo
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