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Non solo un altro libro sul mondo della scuola: una toccante ricerca della felicità. "Dimmi che rimani", romanzo d'esordio di Roberta di Lorenzo.

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Dimmi che rimani
di Roberta Di Lorenzo
Garzanti, settembre 2026

pp. 272
€ 17,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Tra i tanti romanzi dedicati alla scuola che in questi anni mi sono capitati sulla scrivania, non ne ho trovato neanche uno che racconti l'esperienza della scuola in ospedale. Eppure è una circostanza in cui si amplificano le emozioni, il legame che si stabilisce tra insegnante e discente è ancora più forte, ma non mancano le difficoltà. A cominciare dal dolore, che deconcentra e rivoluziona le priorità di chi apprende e rischia di tenere a distanza chi dovrebbe insegnare. Sì, perché il dolore fa paura: tanto a chi lo vive quanto a chi vi assiste. 

Se si resiste, se si trova una crepa in quel dolore e si riesce a comunicare davvero, qualcosa però accade. Ed è questo che racconta Dimmi che rimani, romanzo d'esordio di Roberta Di Lorenzo, docente di Lettere in un istituto professionale. 

A muoversi nelle prime pagine c'è Cecilia Moretti, supplente di Lettere un po' goffa e impacciata, come lo siamo tutte e tutti nei primi anni di insegnamento e come è bene restarlo un po', per non sacrificare mai la spontaneità. Alle prese con una macchina che parte a stento, le visite fin troppo frequenti nell'ufficio della Dirigenza, un giorno in classe riceve una domanda che fa breccia dentro di lei: 

«Vuoi chiedermi qualcosa?» le domando con dolcezza. 
«Sì, prof... cioè... vorrei sapere... ma lei davvero si è messa a fare analisi logica perché è felice?»
«Perché me lo chiedi?»
«Perché, boh, prof, cioè, io vorrei davvero sapere se è felice». 
Sono Cecilia. Ho trentatré anni. Ed è la prima volta che qualcuno mi fa con schiettezza questa domanda. (pp. 16-17)

Rispondere alla studentessa non è immediato, ma anzi questa è una domanda che accompagnerà le pagine di tutto il romanzo. Una domanda che smuove, perché chiede di andare oltre l'apparenza, il quotidiano tran-tran delle lezioni e della programmazione. A innescare un ulteriore scollamento dal prevedibile ci si mette poi l'occasione di insegnare come volontaria in ospedale. Cecilia ci capita un po' per caso, con l'avventatezza e la mezza convinzione che si ha quando un collega o una collega d'esperienza invita chi è appena arrivato a buttarsi in qualcosa di formativo. 

E in ospedale conosce Matilde, ma già prima dell'incontro noi lettori scopriamo a poco a poco il mondo interiore della ragazza attraverso pagine del suo diario che intervallano in corsivo la narrazione principale. Matilde ha una sofferenza interiore grande, che non riesce a esprimere, e il suo disturbo alimentare ne è una prova, ma lei non è la sua patologia. Solo che quasi nessuno si ferma per conoscerla davvero, per andare oltre il muro di silenzio che ha eretto. Anche i supplenti degli anni precedenti non sono rimasti, e ogni addio – spesso improvviso – non fa che minare ulteriormente la fiducia già fragilissima di Matilde. 

Ecco quindi la difficoltà principale che si trova Cecilia: andare oltre le difese di Matilde, prometterle di rimanere, nonostante tutto, nonostante le giornate più dure in cui il dolore e la stanchezza hanno la meglio,  nonostante i silenzi e la solitudine. La poesia, Matilde non lo sa ancora, è un linguaggio straordinario, capace di varcare i confini della razionalità, privilegiare le sensazioni e le emozioni. A dimostrarglielo con le letture, una rifrazione di sguardi, ci sarà proprio Cecilia, con i suoi libri di Alda Merini e Antonia Pozzi e tanti altri testi che escono dalla sua borsa piena di cose. 

Ma c'è dell'altro: anche Cecilia ha una vita che non la soddisfa appieno, e questo la influenza. Per Matilde imparare a dialogare con lei, a misurarsi con le solitudini e le tristezze altrui è qualcosa di nuovo, che apre a un dialogo più autentico. E si toccano temi delicati, a cui non è semplice replicare: 

Matilde alza le spalle. "A scuola importa, essere capaci, riuscire. Nella vita importa. A nessuno credo interessi come si fanno le cose. Il risultato, quello sì che è importante". (p. 78)

In apertura di un anno scolastico in cui, ancora una volta, vengono incoraggiate le discipline STEM e mortificate – diciamocelo apertamente – le materie umanistiche, scoprire il potere della poesia in questo romanzo è l'ennesima prova che le parole possono fare tanto. E non solo per la formazione personale o per la costruzione del proprio futuro, ma anche per la lettura di sé stessi, del presente e di ciò che si desidera. 

E la doppia storia di formazione messa in campo in questo romanzo è una toccante conferma di quanto essere insegnanti e studenti richieda anzitutto capacità e volontà di ascoltare chi abbiamo davanti.  

GMGhioni