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Nel nome del padre: una scoperta violenta e umana nell'Africa di "L'africano" di J.M.G Le Clézio

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L'africano
di J.M.G Le Clézio
La nave di Teseo, luglio 2026

Traduzione di Maurizia Balmelli

pp. 126
€18 (cartaceo)
€9.99 (ebook)

Ogni essere umano è il risultato di un padre e di una madre. Si può non riconoscerli, non amarli, dubitare di loro. Eppure sono lì, [...] ci hanno trasmesso ogni cosa. (p. 11)

Ha inizio così il breve ma intenso viaggio nei ricordi dell'autore, Jean-Marie-Gustave Le Clézio, premio Nobel per la Letteratura nel 2008. Questo viaggio segna una doppia consapevolezza: la scoperta dell'uomo oltre suo padre e dell'immensità del continente africano. Ciò che colpisce fin dalle prime righe è la potenza della scrittura. Questa è fortemente evocativa trattandosi di un racconto autobiografico, e restituisce al lettore una forte carica di emozioni contrastanti. L'autore narra della sua estate del 1948 in cui lui ha otto anni e lascia Nizza, in Francia, per trasferirsi in Nigeria, da un padre medico che non conosce e non vuole farsi conoscere. Nel capitolo intitolato Il corpo, Le Clézio descrive l'Africa come «la violenza delle sensazioni», perché il suo primo ricordo del continente coincide infatti con un disagio corporeo dovuto a un'improvvisa comparsa di vesciche causate dal forte caldo. «L'Africa mi aveva portato via il volto e ora mi restituiva un corpo, sofferente, febbricitante, quel corpo che la Francia mi aveva tenuto nascosto» (p. 17). 

In L’Africano, Le Clézio si misura con il tentativo di ricomporre la figura del padre, un uomo rimasto a lungo un'ombra distante e indecifrabile. Fino a quel momento l'autore bambino è cresciuto libero e senza limiti sotto la tutela indulgente e affettuosa della madre e della nonna. Il primo impatto sul suolo nigeriano ha quindi i contorni di un trauma. Lo scrittore si trova di fronte a un estraneo rigido, avvezzo a una disciplina di stampo militare e pronto a imporre divieti e punizioni. Sarà una convivenza complessa e priva di slanci d'affetto, destinata a protrarsi solo per pochi anni, prima in Africa e poi nuovamente in Francia, dove la famiglia rientra nel 1950 a seguito del pensionamento del padre.

Mio padre è arrivato in Africa nel 1928, dopo due anni passati come medico itinerante sui fiumi della Guyana inglese. È ripartito all'inizio degli anni cinquanta, quando aveva superato l'età del pensionamento e per l'esercito non era più di alcuna utilità. Per oltre vent'anni ha vissuto nella brousse (un termine allora diffuso che oggi non si usa più), unico medico in territori vasti quanto interi Paesi, responsabile della salute di migliaia di persone. (p. 43)

Molto tempo dopo la sua scomparsa, giunto alla maturità, Le Clézio avverte il bisogno di guardare a quel padre con uno sguardo nuovo. Pur nell'assenza di un vero legame affettivo, lo scrittore non può fare a meno di riconoscerne il profondo spirito di abnegazione: una vita intera spesa in contesti impervi e ostili per prestare cure a popolazioni dimenticate e distrutte dalle malattie tropicali. La parabola del padre, Raoul Le Clézio prende il via nell'Isola Mauritius, dove nasce nel 1896. Allora possedimento francese, l'isola passa sotto il dominio britannico nel 1910. Un decennio più tardi, spinta da circostanze dolorose mai del tutto chiarite, la famiglia si trasferisce a Londra. Qui Raoul intraprende gli studi di medicina, ma al termine del percorso, segnato dal rifiuto di sottostare all'arroganza di un primario, sceglie di arruolarsi come ufficiale medico presso il Ministero delle Colonie. Ha così inizio il suo lungo itinerario: prima in Guyana nel 1926, poi nel Camerun britannico, tra Bamenda e Banso (l'odierna Kumbo). Quelli in Camerun sono anni intesi ma felici. Nonostante la vastità del territorio e la gravosità dell'incarico, la bellezza dei paesaggi e la cordiale gratitudine delle popolazioni locali rendono l'esperienza appagante. Durante questo soggiorno Raoul sposa una cugina residente in Francia, dalla quale avrà due figli. Nel 1938 la donna rientra in patria per il parto e Raoul riesce a raggiungerla brevemente nel 1939 per conoscere il primogenito, prima di essere riassegnato a Ogoja, in Nigeria.

È con lo scoppio della Seconda guerra mondiale che la situazione precipita. Mentre a Nizza la famiglia vive sotto l'incubo costante delle deportazioni naziste, in Nigeria Raoul sprofonda in un isolamento opprimente. L'ospedale è sprovvisto di contatti con l'esterno, le notizie da casa non arrivano e i tentativi di attraversare il deserto per rientrare in Europa falliscono. A differenza di quella camerunense, la popolazione locale si dimostra diffidente e ostile; il medico soffre la solitudine e questo sentimento lo logora e lo divora

Era stata la guerra, quell'interminabile silenzio, a fare di mio padre l'uomo pessimista, scontroso e autoritario che abbiamo imparato a temere più che ad amare? Oppure l'Africa? Ma allora, quale Africa? (p. 45)

Tornando a distanza di anni nei luoghi che potremmo chiamare paterni, l'autore riesce infine a decifrare l'austerità e il carattere schivo che avevano segnato l'esistenza del genitore. Compie così un viaggio di comprensione, riscoprendo un'Africa lontana dai cliché coloniali e dalle comodità delle città costiere: l'Africa profonda della brousse, delle grandi pianure, dei sentieri impervi tra le montagne e delle comunità rurali colte nella loro quotidianità. «L'arrivo in Africa segna il mio ingresso nell'anticamera del mondo adulto». (p. 53) 

L'opera è impreziosita da suggestive fotografie in bianco e nero, scattate dal padre stesso. Questo testo, immenso e critico, e dotato di una forte umanità, si configura come un percorso di conoscenza, ma anche un grande esercizio di stile e di forma. Un modo violento di ripercorre la propria infanzia immersa negli spazi sconfinati dell'Africa per ricucire il dialogo con un padre che, in quel mondo lontano, ha edificato e consumato la propria esistenza al servizio di un'umanità dimenticata.

Questo era l'uomo che ho incontrato nel 1948, al termine della sua vita africana. Non l'ho riconosciuto, non l'ho capito. Era troppo diverso da tutti quelli che conoscevo, un estraneo, anzi peggio, quasi un nemico. (p. 99)

 Carlotta Lini