«C'è qualcosa per cui ti faresti esplodere?» (p.122)
È davvero un romanzo esplosivo Cellulosa di Sofia Pirandello. Possiede le caratteristiche di un romanzo di formazione, senza esserlo veramente: racconta le vicende di un gruppo di amici che, adolescenti, vivono in un immaginario paesino dal nome evocativo di Trecase, nascosto e dimenticato sulle colline del centro Italia, agli inizi degli anni Duemila. Tutto ruota attorno alla cartiera, la fabbrica che da decenni resiste e dà lavoro e morte ai suoi operai, il luogo che è insieme il passato e il futuro dell'intera comunità. Futura, Orlando, Ida, Pietro e Re Bomba in una torrida estate decidono di cambiare il loro futuro che pare già scritto e che li vedrà operai della cartiera, esattamente come i loro genitori: uniscono la loro frustrazione collettiva elaborando piani di fuga e di cambiamento che prendono una forma ben definita quando, un loro amico di poco più grande, muore in un incidente sul lavoro.
La fabbrica si prende gli alberi e i giovani, avvelena l'aria e il lago per continuare a produrre imperterrita una cosa fuori dal tempo, che scompare dal mondo ogni giorno di più. Sono un mucchio di soldati che continuano a presidiare un avamposto quando la guerra è finita. (p. 90)
Rivoluzione è la parola che accarezzano, sognano, condividono e allevano fino a farla letteralmente esplodere: il piano è quello di far brillare la cartiera per sostituire il mondo con un mondo nuovo. Le loro sono le idee di un gruppo di ragazzini che hanno sentito qualche frase al bar del paese o dai genitori in casa e le hanno condite di immaginazione e voglia di cambiamento. I loro mezzi sono improbabili e sconclusionate sono le loro teorie, tuttavia ben saldo è il loro obiettivo:
La parte più complessa della rivoluzione è la resistenza, continuare ancora e ancora, per non dimenticare mai. La parte più difficile, senza dubbio, è non fare niente e aspettare, ricordare, immobili. Orlando lo sapeva perché sua madre lo ripeteva sempre: «Comunque la notte deve passare». È esperto di rivolta solo chi sembra tutta un'altra cosa. (p. 152)
E la cellula, così si definiscono i protagonisti, ha entusiasmo, tempo e un piano per far cambiare le cose, nascosti dietro i loro pochi anni e la loro ingenuità che li rende invisibili agli occhi degli adulti, in quanto innocui e insignificanti. E il finale non può che essere davvero esplosivo.
Sono moltissimi i temi trattati da Pirandello in questa storia che ha il sapore del Bianciardi de La vita agra, autore citato anche nell'extratesto del romanzo: restare nella provincia che soffoca e toglie futuro con le sue tre case, oppure andarsene verso la città intesa come tutte le possibilità che possono riscattarci da un destino già segnato. A Trecase si pratica la restanza, perché chi rimane, di certo sa di cosa morirà e esattamente come Re Bomba, crede che
l'unica forma di vero cosmopolitismo è stare allegri nei propri boschi, restare dove si è nati per fare il meglio che si può fare con quello che si ha. (p. 39)
C'è anche chi si allontana, come Orlando, che si laurea a Roma e ha la possibilità di un futuro brillante davanti a sé, ma anziché prendere il volo, decide di ritornare per impiegarsi proprio in fabbrica, alla cartiera.
In filigrana possiamo leggere anche lo scontro generazionale che si gioca tra i protagonisti, che sognano un mondo migliore e ci mostrano che è possibile un futuro diverso per il quale è necessario lottare, e tra i loro genitori, il mondo degli adulti che hanno smesso di sognare e cedono alla loro immobilità, avvizziti dopo essersi impregnati delle idee rivoluzionarie mai realizzate della loro giovinezza. Certo, i giovani individuano una strada improbabile cha sa tanto di terrorismo, ma non hanno maestri da seguire che possano indicare loro la strada e nel vuoto culturale lasciato dagli adulti, fanno ciò che possono con quel che hanno a disposizione:
«Ci sei mai stato in un posto così? Guarda che è in questo modo che si diventa terroristi. Avete mai provato a passare sei ore al giorno a gambe larghe sulle sedie di plastica del Bar Centrale? Prima ti annoi, poi ti arrabbi. Si fa di tutto per tirarsi fuori da un guaio così grande: nessuna prospettiva e la pelle del culo sempre incollata a uno strato di polyrattan». (p. 181)
L'aspetto che più colpisce di questo romanzo è certamente lo scarto che Pirandello crea tra la gravità dei fatti narrati e il tono con il quale essi vengono narrati: è questo a rendere tragicomica una storia che nella sua irrealtà appare però assai veritiera. C'è tanta ironia e c'è tanto cinismo a smorzare i toni in un racconto che a tratti diviene spietato nella sua leggerezza anche quando si racconta di fatti che popolano la cronaca dei giorni nostri quali ad esempio le morti sul lavoro:
D'altronde, che si deve morire è l'unica cosa di cui siamo avvertiti quando veniamo al mondo e non si capisce perché poi, quando succede, pianti, lacrime, disperazione. La gente non sa proprio perdere. Per non parlare di questa tendenza emulativa che affligge gli operai: morire schiacciati, segati, pressati, incastrati. (p. 80)
Avere attribuito caratteristiche antropomorfe alla fabbrica che è viva ed «esige un sacrificio di tanto in tanto», la cartiera che osserva, insegue, borbotta, ride, guarda le azioni degli uomini, intensifica e dà forza alla narrazione.
Cellulosa ci fa riflettere dunque sul fatto che anche una cosa percepita come innocua e naturale, come la cellulosa appunto, può essere una bomba potentissima in grado di far letteralmente brillare il futuro per creare un mondo nuovo, ancora tutto da costruire.
Silvana Maria Baroni
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