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"Parlavo una lingua di neve" di Caroline Dawson: il caso letterario del Québec sbarca in Italia

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Parlavo una lingua di neve
di Caroline Dawson
L'Orma Editore, maggio 2026

Traduzione di Elena Riva

pp. 228
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

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Là où je me terre è il titolo con cui Caroline Dawson consegnò il suo libro ai lettori francofoni e L’Orma Editore lo restituisce ora, nella traduzione di Elena Riva, ai lettori italiani con Parlavo una lingua di neve. Questa scelta radicale tradisce e rivela al contempo, consegnando al lettore una chiave di lettura critica, già ben strutturata. Dobbiamo essere pronti a leggere una storia di sopravvivenza che, nella versione francese, si focalizza sul luogo dove l’autrice, nonché protagonista, si rifugia (se terrer significa ‘rintanarsi, rinchiudersi’ come una volpe nel suo antro); la versione italiana sposta l’attenzione sulla lingua: una lingua che Caroline parlava, indossava e che, scoprirà, non potrà più restituire. 

Quel libro ha ribaltato tutto il mio rapporto con il francese e quindi con la letteratura. Era la prima volta che scoprivo nella lingua un gioco. Che intravedevo la bellezza di un testo complesso senza cogliere tutto ciò che conteneva. La poesia ha assunto un altro significato rispetto a quello verticale degli acrostici a scuola. È lì che ho imparato davvero che chi ci ama ci può ferire, che la solitudine fa parte dell’amore e che l’infanzia non è l’età dell’innocenza. Ho capito chi ero: la dismisura era salvifica, l’assoluto diventava ammaliante, lo scombussolamento imperativo. Forse, attraverso le parole, avrei potuto ridare colore a una parte della piccola Caroline sbiadita. (p. 119) 

Siamo nel Natale del 1986, una bambina di sette anni teme, sull'aereo che la porta fuori dal Cile assediato dalla dittatura di Pinochet, che Babbo Natale non riesca più a trovarla. L'immagine è tenera e, proprio per questo, spiazzante. A Montréal, non c'è solo la spessa, ostile neve ad aspettarla, ma una distanza ancora più fredda come l'accento che tradisce, la merenda diversa, i capelli troppo scuri in un'aula di compagne bionde e tutte uguali. Prima di imparare il francese, Caroline impara il lessico dell’esclusione. 

Caroline Dawson non ha fatto in tempo a leggere questa edizione italiana. È morta nel maggio 2024, a quarantaquattro anni, per un cancro alle ossa contro cui combatteva da tempo, pochi anni dopo aver pubblicato, nel 2020 in Québec, il romanzo d'esordio che l'avrebbe resa una delle voci più discusse della sua generazione. Dopo, sarebbero arrivati una raccolta di poesie e un libro per l'infanzia. Poi più nulla. Parlavo una lingua di neve raggiunge dunque l'Italia a maggio 2026 già come un classico postumo, un esordio che è anche, retrospettivamente, un testamento, senza per questo perdere nulla della propria irriverenza. 

Dawson, sociologa di formazione e per anni insegnante della materia, non smette mai di tenere sotto analisi il nucleo del libro, ovvero il prezzo da pagare per ogni reintegrazione riuscita.

Diventare un'immigrata esemplare, per la piccola Caroline, significa spegnere pezzi di sé, la propria parte più latina come la voce troppo alta o i gusti sbagliati. A otto anni la protagonista decide di non distinguersi mai più dal gruppo. 

Lo faccio ancora: prima rifiuto le cose che mi vengono presentate, respingo quelle che mi vengono offerte, per poi prenderle meglio, con discrezione, o addirittura accaparrarmele di nascosto. A partire da quel giorno di libertà rubata ho cominciato a osservare dalle porte socchiuse, a camminare in punta di piedi per non farmi notare. A girarmi di soppiatto per assicurarmi di non essere stata vista. Fragile come un istante furtivo. (p. 39) 

Più tagliente ancora è il passaggio dedicato alla madre. Educatrice per l'infanzia in Cile, in Canada si ritrova a pulire uffici e banche di notte, una donna invisibile. Dawson non solo lo racconta, ma lo teorizza da sociologa, mostrando come parte del femminismo occidentale abbia liberato le donne bianche dal lavoro domestico semplicemente scaricandolo su altre donne (immigrate, razzializzate, sottopagate). L’affermazione è decisamente scomoda, ma la più onesta politicamente di tutto il libro.

Non esiste ascesa collettiva di alcune donne che non abbia, da qualche parte, un'altra donna a pagarne il conto. Una grande conquista del femminismo è stata liberare le donne bianche da una parte dei lavori domestici per farli svolgere ad altre donne, immigrate come mia madre, che si doveva sorbire il doppio compito di essere al contempo massaia in casa sua e subalterna alle famiglie piene di grana. (p. 147) 

Su questo sfondo si consuma il disprezzo, dapprima silenzioso e poi meno, che Dawson adolescente riserva alle letture della madre, ai suoi gusti, a tutto ciò che in lei sembrava tradire un'origine da cancellare al più presto. L’autrice mette a nudo, senza sconti per sé stessa, il meccanismo più comune e il più crudele di ogni ascesa sociale, vale a dire il disprezzo del genitore, proprio ciò che ha reso possibile la propria emancipazione. 

 Non mi aspettavo di reagire così; grosse lacrime incontenibili hanno iniziato a scendermi sulle guance olivastre. Le ho riconosciute immediatamente: le lacrime di mia madre. (p. 171) 

L’errore più prevedibile sarebbe leggere tutto questo solo come un lamento o un atto d'accusa. La scrittura di Dawson ha un'ironia tagliente che affiora proprio nei passaggi più duri e il libro rifiuta con pari fermezza sia il compiacimento della miseria sia la retorica consolatoria della gratitudine migrante. Non c'è, in queste pagine, alcun ringraziamento rivolto al paese che accoglie. C'è, semmai, un conto aperto. 

In Québec il romanzo, uscito nel 2020 per les éditions du remue-ménage, aveva già conquistato un pubblico ampio e trasversale, fino al Prix littéraire des collégiens, il premio scelto dagli studenti quebecchesi: un riconoscimento che evidenzia la capacità del libro di parlare a chi riconosce la lingua dell'esclusione sulla propria pelle. Dopo la morte di Dawson, Radio-Canada le ha intitolato un premio per autori emergenti in lingua francese e la scrittrice che raccontava la propria estraneità alla lingua dominante è diventata un'istituzione di quella stessa lingua. 

Parlavo una lingua di neve appartiene al filone oggi ben riconoscibile dell'autosociobiografia francese: quello aperto da Annie Ernaux con Il posto e Una donna, e radicalizzato da Didier Eribon in Ritorno a Reims. Non a caso proprio L'Orma Editore – la casa editrice che in Italia ha costruito la fama di Ernaux ben prima del Nobel e che pubblica anche Eribon – accoglie ora Dawson nello stesso catalogo ed è la stessa Annie Ernaux, in quarta di copertina, a scrivere di aver ritrovato in queste pagine la possibilità di capire cosa significhi essere, insieme, straniera e povera; ed è Eribon in persona a firmare la postfazione italiana, intitolata, non a caso, Odissea della riappropriazione. 

Dawson aggiunge a questa genealogia un secondo asse di spaesamento che non è solo la classe, come per transfughi rimasti comunque dentro i confini della propria lingua e del proprio paese, ma anche la geografia e la lingua. Si cambia il continente e la lingua nello stesso momento in cui si cambia classe e la violenza si esercita così su un fronte più ampio

La lingua in cui mi avevano cullata è diventata ben presto approssimativa, timorosa e discreta. La parlavo a casa, ma aveva smesso di servirmi per raccontare il mondo in cui vivevo, per trovarvi il mio posto e definire me stessa. Il francese ha sostituito lo spagnolo, che ho pian piano abbandonato. E lui ha fatto altrettanto con me. È il prezzo da pagare per cambiare classe sociale. Il luogo in cui diventa ogni giorno più difficile tornare. (p. 202)

Valentina Botrugno