in

«Ogni giorno, un contenuto alla volta, mettevamo più a fuoco la vita che volevamo per noi. Ma dov'era?»: "Una splendida rovina" di Vincenzo Latronico

- -

 


Una splendida rovina
di Vincenzo Latronico
Einaudi, settembre 2026

pp. 248
€ 19,50 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

La memoria è una galassia di eventi; scrivere la propria storia vuol dire selezionare i più luminosi e tracciare la costellazione che compongono. Nello stesso cielo si possono disegnare costellazioni diverse; ma ciò non significa che alcune siano vere, altre no. Sono false sempre, perché le vediamo. (p. 12) 

Che lo vogliamo o meno, qualsiasi storia è una costruzione, e Vincenzo Latronico non si nasconde dietro alla mistificazione che la parola stessa porta con sé. Realtà e rappresentazione, binomio in cui il secondo termine porta sempre in sé e con sé una devianza, più o meno conscia, più o meno voluta. L'io narrante di Una splendida rovina già dal titolo ossimorico è molto consapevole: sa che quello che racconterà sarà un po' «la storia di un sonnambulo» (p. 68), parzialmente obnubilato dal tempo intercorso. Tempo che, invece, per altri versi, attiva una clamorosa capacità di analisi retrospettiva di quanto prima – nel momento in cui veniva vissuto – era ancora avvolto dalla caligine o dalla nebbia. E lì dentro, si sa, possiamo vedere le forme che più ci aggradano. 

Per il protagonista dentro a quell'aria offuscata c'è la prospettiva di un futuro insieme a Elsa, per quanto possa sembrare insensato, visto che i due si conoscono da poco:  

Ti innamori di qualcuno che ti somiglia perché ti senti visto; lo incontri e con una vertigine senti che siete esattamente nello stesso posto, e questa coincidenza ha qualcosa di irripetibile. Al contrario, io ed Elsa sapevamo di venire da posti molto lontani. Ma ci univa qualcosa che ci sembrava più importante: il posto dove volevamo andare era lo stesso. (p. 29) 

È lì che si incontrano, Elsa e l'io narrante: in un sogno ambiziosissimo. E il loro rapporto si nutre di futuro. Dopo essersi conosciuti in un ex monastero in Francia che riprende alcuni principi anarchici del suo fondatore, i due partono per vivere e sorvegliare un cottage in un luogo remoto della Francia detto Sassolino, vicino alla Camargue. Abituati entrambi a non farsi troppe domande e adattarsi («Eravamo lì, ci avevano già pagati, perché lamentarsi? Andava tutto bene», p. 15), non si aspettano i cambiamenti portati dalla vita bucolica, che apre le loro giornate a una dimensione diversa, più pratica e, al tempo stesso, lirica. L'io narrante, in cerca di un ritiro perfetto dove fare lo scrittore, prima era solito vivere in giro, senza una fissa dimora, approfittando dei proventi che gli fruttava l'affitto di un bilocale a Milano. Ma c'è qualcosa, in quel cottage, che sprona entrambi a restare: quella loro scelta, un po' avventata, di trasferirsi insieme lì sembra la premessa di una storia d'amore che nasce e respira con i tempi della campagna. «Non c'è mai stato un momento preciso in cui ce lo siamo detti, ma davamo per scontato che non ci saremmo separati più. Ma dove saremmo andati?» (p. 22). 

Ecco perché, una volta finita l'esperienza in Camargue, i due iniziano a immaginare altro. La loro ricerca di un luogo che non sia solo un luogo, ma un'idea di libertà, di ritiro per artisti, si ingigantisce e va oltre la ricerca di immagini e di annunci immobiliari; la scoperta di una "splendida rovina" in Pomerania prende via via sempre più concretezza. E dà origine a un sogno. O a una follia. Ristrutturare quell'enorme villa ottocentesca (di oltre mille metri quadrati!) con due ettari di giardini e boschi è ambizioso e sembra un'utopia, un'ipoteca (concreta e simbolica) enorme che impone sacrifici lunghi e fatiche quotidiane. Rimboccarsi le maniche in nome di una ricostruzione che costa soldi, rischi, investimenti continui, forza fisica ed energie mentali e richiede tantissime competenze nuove non è un progetto che si possa portare avanti da soli. E così appaiono sulla carta tanti personaggi secondari che hanno una visione altrettanto immaginifica di cosa potrebbe diventare quella splendida rovina. Ed è qui che inizia un sogno condiviso enorme, collettivo e strabordante, da un lato ammirevole e dall'altro quasi angosciante. Se Elsa è più legata alla burocrazia e compila carte su carte, con la speranza di ottenere fondi dallo Stato, il protagonista si rimbocca le maniche e accetta di immergersi nella micro comunità del villaggio con la sua tuta sempre più sporca e sdrucita ed essere considerato da tutti un cittadino sognatore: 

[...] mi meritavo gli sguardi divertiti che mi rivolgevano i venditori. Ma l'unica cosa che potevo fare era condividere il giustificato senso di ridicolo che suscitavo; accettare il ruolo di chi non sa niente e ha tutto da imparare; e imparare. (p. 108)

«Ogni storia è una storia di case», si legge in più punti (e Latronico lo sa bene, lo aveva già raccontato, con parole diverse, ne Le perfezioni, che torna in questi giorni in libreria in edizione tascabile per Einaudi). E così ci si chiede cosa accadrà alla splendida rovina ma anche alla storia tra i due protagonisti, perché le vicende non possono mai essere disgiunte, e la vera sfida semmai è restare uniti e non sentirsi soli davanti all'investimento più rischioso che si possa fare: quello di condividere i propri sogni con un'altra persona.

Profondamente ragionativo, metaletterario, anti-apologetico e al tempo stesso capace di accettare il passato, il narratore è un affabulatore inquieto nei pensieri ma ordinatissimo nella sintassi: dà ordine sulla carta a ciò che nella vita spesso accade in sincrono, senza logica né spiegazioni. E sta proprio qui il fascino di Una splendida rovina: chiede anche a chi legge di accettare una scommessa, ovvero investire su una storia che potrebbe al tempo stesso portare gioia e disperazione, successo e fallimento. 

GMGhioni