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La prigione della memoria materna fra passato e presente, in un toccante e lucido memoir sull'Alzheimer: "La secondina" di Nikos Davvetas

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La secondina
di Nikos Davvetas
Gramma Feltrinelli, maggio 2026

Traduzione di Maurizio De Rosa

pp. 128
€16 (cartaceo)


La secondina di Nikos Davvetas è una di quelle opere che dimostrano come la letteratura possa trasformare la memoria in uno spazio di confronto più che di giudizio. Attraverso una scrittura misurata e intensa, Nikos Davvetas affronta il difficile rapporto con la madre, una ex guardia carceraria greca. L'autore sceglie di raccontarlo quando ormai l’Alzheimer ha iniziato a cancellarne identità e ricordi. La narrazione si alterna infatti fra passato e presente: i capitoli brevi ed incisivi, offrono uno sguardo sincero sul declino di una malattia da cui non si può sfuggire, solo accettare. Da un lato ci viene mostrato il carcere di Averof, teatro di repressione politica e di scelte moralmente complesse, dall’altro la quotidianità della malattia, dove i ruoli sembrano invertirsi e chi un tempo custodiva le celle finisce prigioniero della propria mente. Davvetas evita ogni facile assoluzione o condanna. Preferisce esplorare la zona più scomoda dell’esperienza umana: quella in cui convivono responsabilità, frustrazione e senso di colpa.

"Non capisci che rischi di perdere completamente la memoria?" grido in tono adirato.Rivolge uno sguardo stupito alla luce. "In tal caso, le tue pillole le inghiottirò tutte insieme per farla finita." "Perché vuoi morire?""Perché non posso più volare!" Una risposta convincente. (p. 33)

La forza del libro risiede proprio in questa sospensione di giudizio. La madre non viene ridotta al simbolo di vittima della storia: resta una donna imperfetta, fatta di contraddizioni, e mentre il figlio comprende che raccontarla significa inevitabilmente raccontare anche sé stesso, la memoria individuale e quella collettiva finiscono così per intrecciarsi, mostrando quanto il passato continui a rivivere nel presente, anche quando sembra destinato all’oblio. Lo stile di Davvetas è essenziale, senza indulgere nel sentimentalismo (a tratti pare una pièce teatrale per il suo lirismo), tuttavia questa lucidità di cronaca riesce ampiamente a emozionare e commuovere. Ogni scena appare scelta con cura, lasciando che siano i silenzi e i frammenti di memoria a costruire il peso emotivo della vicenda. 

La memoria è tutto. Senza memoria siamo qualcosa di inutile, di ignoto, di inaccessibile, sguazziamo completamente nudi sopra l'abisso. (p.41)

Ne nasce una storia breve ma estremamente toccante, capace di interrogare i lettori sul significato dell’eredità familiare e sul confine sottile tra comprendere e perdonare. Il complicato rapporto genitore-figlio è da sempre indagine del mondo letterario, ciò che mi ha colpita di quest'opera è l'abilità di narrazione. Non è facile parlare di una malattia simile, soprattutto se parlarne significa esporsi in prima persona come essere umano. Qui la scrittura non diventa un rifugio sicuro di sfogo o compassione, la scrittura diventa l'arma per aprire la gabbia in cui è racchiusa la mente materna e dar libertà a se stessi, alla proprie paure e fragilità. In quella prigione, c'era infatti anche l'autore stesso, non solo la madre. 

Se mai dirigerò un film sulla sua vita, nell'ultima scena lei non ci sarà. La sua immagine in bianco e nero troverà finalmente posto nella vecchia cornice, accanto ai genitori e alle sorelle, ma con il volto ormai gonfio e la camicia da notte inzuppata di urina. (p.48)

Con La secondina Davvetas consegna una riflessione profonda su ciò che resta dell’amore quando le certezze vacillano e la persona che ci ha cresciuti, nel bene e nel male, diventa un'estranea, un ingombro, un ricordo. L'autore dimostra come a volte, la letteratura sia l’unico luogo in cui le persone possano essere davvero accolte nella loro irriducibile complessità.

Carlotta Lini