in

Il colonialismo da due prospettive remote ma simili: J.M. Coetzee, "Terre al crepuscolo"

- -

 



Terre al crepuscolo (Dusklands, 1974)
di J. M. Coetzee
Einaudi, 2003
 
Traduzione di Maria Baiocchi
 
pp. 176 

€ 9,00 (cartaceo)

€ 6,99 (ebook)

 

Vedi il libro su Amazon

 

John Maxwell Coetzee è un autore già comparso sulle pagine di Critica Letteraria, con recensioni ad alcuni dei suoi lavori quali Vergogna, Aspettando i Barbari, L’infanzia diGesù, Foe, Il polacco. Questo Terre al crepuscolo è il suo romanzo d’esordio, con il quale l’autore si presentava al pubblico mostrando immediatamente la cifra del suo stile letterario: diretto, impietoso, a tratti surreale, attento e quasi maniacale nel descrivere azioni e processi cognitivi, spesso volutamente sgradevole e fatto di narrazioni in prima persona che a tratti ricordano un flusso di coscienza, mediante il sapiente utilizzo dell’inaffidabilità del narratore.

 

Il romanzo, pubblicato nel 1974 ma giunto nel nostro Paese solo nel 2003, a seguito del conferimento del Nobel allo scrittore, pone lo sguardo sul colonialismo e sull’esercizio del potere, procedendo da due diverse prospettive: nella prima parte il narratore è un consulente dell’esercito USA incaricato di sviluppare un progetto volto a implementare tecniche di guerra psicologica da porre in atto in Vietnam (la storia è ambientata nel 1973, quando gli Stati Uniti si stavano avviando al disimpegno da una guerra ormai persa), mentre la seconda si svolge a metà del Settecento ed è il resoconto di un viaggio nelle immense e sconosciute lande dell’odierno Sudafrica a opera di un esploratore boero.

 

Due storie diverse, due contesti che in apparenze nulla avrebbero in comune; tuttavia, da una lettura minimamente ragionata, emerge in tutta evidenza il fil rouge che lega le due parti: nel 1973 come nel 1760, in Estremo Oriente come nell’Africa profonda, le dinamiche di sopraffazione e di supposta superiorità razziale sono identiche nella concettualizzazione, nei tentativi di giustificazione e nelle manifestazioni.

 

Ma andiamo con ordine: la prima parte è narrata da Eugene Dawn, un funzionario (un sociologo? uno psicologo? uno statistico? questo non viene chiarito) al servizio del Pentagono con il compito di studiare tecniche alternative a quelle strettamente militari che possano rivelarsi efficaci nel ribaltare le sorti della guerra in Vietnam; dalle bozze del suo rapporto e  dal suo raccontarsi affiora l’immagine di un uomo problematico e instabile, che non ha remore nel descrivere un popolo, quello vietnamita, come se fosse un unicum e non un insieme di individui, alternando toni paternalistici a veri e propri giudizi morali, sempre incardinati su una prospettiva etnocentrica. Il titolo del progetto, «Nuova vita per il Vietnam» è già di per sé indicativo, come se da un contesto completamente diverso, praticamente da un altro mondo, si potesse decidere in modo unilaterale cosa sia meglio (si fa per dire) per una popolazione intera.

Eugene racconta di sé, della poca considerazione dimostratagli dal suo supervisore Coetzee (non è lo scrittore, ma questo cognome tornerà più volte), del rapporto con una moglie da cui si sente ignorato e con un figlio che lui stesso non ama, come se cercasse nella sua insoddisfazione un bisogno di sicurezza mediante l’autoconvincimento che tutto è giustificabile in un mondo ingiusto: con sé ha sempre una cartella di fotografie che ritraggono soldati americani in atteggiamenti vessatori e umilianti nei confronti di vietnamiti combattenti e non, e che documentano abusi di natura che possiamo immaginare su ragazze locali. Foto che Dawn usa come strumento di eccitazione e di autopunizione, riempiendosi di «deliziosa vergogna», in un progressivo scivolamento verso la follia pura.

Da qui partono le incursioni nel giustificare la sottomissione di un intero popolo attraverso la sua cancellazione (a pensarci bene, argomento di una certa attualità) e la necessità di affiancare alle psyops le già collaudate tecniche di bombardamento a tappeto, di avvelenamento su larga scala del terreno o semplicemente di omicidi di massa come soluzione definitiva per il conflitto.

«Le accuse di atrocità sono vuote se non possono essere dimostrate. Il novantacinque per cento dei villaggi che abbiamo spazzato via non erano mai stati sulle carte geografiche». (p. 29)

Alla fine di questa prima parte sapremo che Eugene Dawn ci sta parlando da una clinica psichiatrica, dove è stato rinchiuso dopo aver rapito e accoltellato il figlio al termine di un inarrestabile crollo psichico, evidente fin dalle prime pagine del suo racconto.

 

La seconda parte ci catapulta nell’Africa meridionale intorno all’anno 1760: Jacobus Coetzee (di nuovo, ma sulla reiterazione nell’uso del cognome dell’autore torno fra poco) presenta il resoconto di un viaggio in terre parzialmente sconosciute, popolate da tribù di Boscimani e Ottentotti, e del rapporto con queste popolazioni, considerate alla stregua di animali parlanti secondo la consueta prospettiva di superiorità dell’uomo bianco, cui tutto è naturalmente dovuto e, se proprio vogliamo essere generosi, cui spetta la responsabilità di educare, evangelizzare e civilizzare il selvaggio (ricordate Kipling e il suo “fardello dell’uomo bianco”? eccolo qui). Alla fine, il senso del viaggio dell’esploratore boero, che si snoda fra mille difficoltà create da una natura ostile e da un accesso febbrile che lo rende inabile per diversi giorni, è proprio questo: elevare i selvaggi e renderli umani, con qualsiasi mezzo:

«In quanto esploratore della natura selvaggia ho sempre pensato a me stesso come a un evangelista, e ho tentato di portare ai pagani il vangelo del passero, che cade, ma cade secondo un disegno». (p. 110)

La differenza principale fra i due narratori sta nel diverso (opposto) punto di osservazione: se Eugene Dawn decide le sorti dei vietnamiti tenendosi geograficamente lontano dal sangue, dalla morte e dai pericoli della guerra, Jacobus Coetzee in quel contesto è immerso fino al collo. E allo stesso tempo emergono anche le similitudini: se il primo teorizza l’annientamento dei vietnamiti non sottomessi, il secondo organizza una spedizione punitiva dopo che un gruppo di Ottentotti lo aveva scacciato dal proprio villaggio per aver picchiato selvaggiamente dei bambini che non gli avevano portato il rispetto dovuto all’uomo bianco.

 

A questo punto le immagini evocate dai due racconti si sovrappongono: i boeri che incendiano il villaggio, radunano gli abitanti e li uccidono a sangue freddo ricordano quelle che sono giunte a noi dai villaggi sudvietnamiti dove, a circa duecento anni di distanza, accadevano le stesse cose a opera dei soldati americani nelle missioni search and destroy. E potremmo continuare aggiungendo altre immagini praticamente identiche, prese da ogni contesto in cui, nel corso del tempo e fino ai giorni nostri, si verificano dinamiche di mera sopraffazione riconducibili a concetti di superiorità razziale più o meno sottintesi.

 

Ma il romanzo in realtà ha anche una terza parte, ossia una postfazione a opera di un tale dottor S.J. Coetzee (eccone un altro) che J.M. Coetzee (che qui è il traduttore fittizio, non lo scrittore) allega al racconto di Jacobus, nella quale l’esploratore viene descritto come un eroe ingiustamente misconosciuto e con la quale le dinamiche coloniali, l’uso spregiudicato del potere e il concetto di superiorità razziale vengono giustificati mediante una tesi esposta in toni accademici da parte di un rappresentante della classe bianca dominante.

«Tra gli eroi che per primi si avventurarono nell’interno del Sudafrica e riportarono notizie di quello che avevamo ereditato, Jacobus Coetzee ha finora occupato un posto onorevole, seppure minore». (p. 118)

Vale la pena ricordare che Coetzee (quello vero, finalmente), sudafricano, non sposta mai lo sguardo dal suo Paese, che fino ai primi anni Novanta del secolo scorso rimase schiacciato da un regime di separazione razziale implacabile ed estremamente violento.

 

Quanti Coetzee, in questo romanzo: lo scrittore gioca con il proprio cognome ma fino a un certo punto, perché Jacobus Coetzee, l’esploratore, è realmente esistito ed è un antenato dell’autore dell’opera, che anche nei lavori successivi abituerà il lettore a tecniche narrative insolite e a un grado elevato di imprevedibilità.

 

Stefano Crivelli