Universality
di Natasha Brown
NN Editore, 2026
Traduzione di Martina Testa
pp. 224
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Ben più dell’Universality che campeggia, insieme a un
lingotto (12,5 kg, Fine Gold) quasi
sospeso su un fondo nero, sulla copertina del nuovo romanzo di Natasha Brown,
risulta immediato e suggestivo il titolo che apre la prima sezione del volume. Il
quasi ossimorico “Oro matto” rimette
subito in discussione il concetto condiviso di valore: ciò che è prezioso per
eccellenza diventa elemento incongruo,
sfuggente, la sottile copertura di
una realtà ambigua. Lo stesso Dante, facendo riferimento a una falsa
etimologia, associava l’ipocrisia a
chi nascondeva la verità di sé sotto una luccicante apparenza, che nell’Inferno
diventa una cappa di piombo. “Oro matto” è anche il titolo del reportage che apre il romanzo, narrando
una storia grottesca, quasi surreale.
Gli ingredienti principali sono una fattoria occupata, una setta ambientalista,
un’aggressione avvenuta durante un rave, in piena pandemia, e – appunto – un
lingotto d’oro scomparso. L’autrice, Hannah, giornalista mediocre e di scarso
successo, ottiene imprevedibilmente dal pezzo grande notorietà e financo un
certo ritorno economico, nel momento in cui ne vengono acquisiti i diritti per
il cinema. A fare scalpore è soprattutto la sua indagine sulle tracce dei protagonisti della vicenda: il
proprietario del lingotto, Richard Spencer, «broker di altissimo livello presso una grande banca di investimento»,
che «godeva di un potere, un’influenza e
una ricchezza immensi» (p. 12), ma che esce dal ritratto meschino, gretto sotto il profilo umano
e morale; Lenny, polemista, politicamente
scorretta e sempre al cuore dei dibattiti provocatori del Paese, paladina
contro quello che definisce il nuovo “capitalismo woke”; Lenny è anche,
sorprendentemente, madre di Jake, il giovane
spiantato che ha sottratto l’oro. Ci sono poi gli “universalisti”, attivisti ambientalisti che sognano di fondare una
comunità sostenibile e autosufficiente, basata sull’uguaglianza dei diritti, in
attesa di liberare il mondo dal male del capitalismo. Il capo della setta,
Pegaso, è stato colpito alla testa da Jake con il lingotto poi scomparso, e
interpreta l’accaduto come «la migliore
metafora possibile. Il perfetto esempio di come il sistema capitalistico ci
frega tutti quanti. Qualunque cosa pura viene distrutta» (p. 55). Di fatto,
il lingotto viene presentato come ciò intorno a cui ruotano direttamente e
indirettamente le vicende, e le vite di tutti, un Graal del tempo delle banche, della crisi economica, della pandemia
globale e dell’isolamento sociale. E l’oro è matto perché continuamente si sottrae, perché più che dare, a
tutti toglie – diventa kryptonite.
Tanto con la sua opera
d’esordio, Assembly, quanto con Universality l’autrice, Natasha Brown, è
stata candidata per l’Orwell Prize for Political Fiction.
L’opera viene presentata infatti, anche nel lancio italiano, come una satira politica, ma tale etichetta
richiede una ulteriore specificazione: la politica indubbiamente c’è, se la si
intende come sguardo sulle problematiche
della collettività contemporanea, la satira solo nel senso originario del termine
e del genere letterario, quella della critica
sferzante. Manca la componente umoristica che ci si sarebbe potuti
attendere, o forse è qualcosa di troppo ancorato al mondo britannico, cui si
riferisce, per diventare dominante per il lettore estero. L’elemento più
interessante del volume diventa allora la disgregazione
dei punti di vista, e di conseguenza della verità; le prospettive di
sovrappongono e spesso delineano quadri contrastanti; la parola è vettore di
storie, non sempre coincidenti, anche quando apparentemente dovrebbero essere
la stessa.
Il pezzo di Hannah era una combinazione di diversi resoconti, di diverse "verità", che creavano un quadro complesso, e stava al lettore interpretarlo. Questa pluralità non rende il suo giornalismo meno vero. (p. 133)
Il messaggio che ne deriva è piuttosto amaro: tutti provano a controllare, a riscrivere il reale per trasformarlo in una narrazione mainstream, ma il processo è un tritacarne che miete vittime e non genera veri vincitori. “Si va in scena”, titola l’ultimo capitolo, a denunciare che l’esistenza è un teatro e gli individui portano in giro ed esibiscono le loro maschere, come aveva intuito più di un autore illustre nella letteratura. Ciò che si evince qui però è che ciò che ciascuno rappresenta, a proprio modo, è più tragedia che commedia, e i ruoli non sono assegnati in via definitiva. La spunta il più furbo, o il più determinato. Nel caso specifico, il deus ex machina, Lenny, che si muove però partendo da una spietata osservazione del suo tempo, e che si propone come un agente dell’interesse pubblico, quando l’impressione è che stia facendo principalmente il suo, ricollocandosi astutamente nello scenario politico e sociale che più conviene al momento.
Non è un caso che proprio a lei sia dato il più ampio spazio di espressione in prima persona, sia a livello di trama che strutturale (e non si inganni chi pensa che il reportage iniziale sia un’antitesi a questa asserzione…). Proprio lei, ancora una volta per un motivo ben preciso, è poi la portatrice delle più significative riflessioni sul linguaggio:
“Tu avrai sempre le tue parole. Anche quando sei in svantaggio, quello che dici e scrivi può completamente ribaltare la situazione. […] La tua interfaccia con questo mondo è il linguaggio. Le parole sono le tue armi, il tuo strumento, la tua valuta di scambio”. (p. 180)
Le parole sono mezzo e fine, strumento e arma; le parole rimangono, in un mondo che cambia, e non necessariamente in meglio, e di questo anche il citato Orwell era perfettamente consapevole. Sono, come riferisce Lenny nel testo a una giovane e ambiziosa stagista, «valuta di scambio», perché chi ha il controllo delle parole ha quello della società, e può ridefinire il concetto di status e potere. Forse prima di tutto in questo risiede l’ombra della distopia che aleggia sul romanzo, senza mai essere apertamente disvelata, ma contribuendo a creare tensione, anche grazie a un fraseggio nitido, pulito, e a una penna tagliente, che scorre rapidissima.
Sfugge completamente perché Natasha Brown dovrebbe essere “una moderna Jane Austen”, come la definisce il «Financial Times». Il focus narrativo è infatti molto più incentrato sugli individui che sul loro tessuto relazionale, che il più delle volte viene presentato come fragile, o opportunistico (si veda, per esempio, il tentativo quasi disperato di Hannah di rientrare nella sua antica cerchia di amici che – scopriamo noi, non lei – in realtà non solo non la stima, ma addirittura sottilmente la disprezza – chissà se a ragione). I personaggi appaiono monadi solitarie, impegnate in una ricerca di senso quasi sempre mal direzionata. Solo il cinismo in qualche modo premia, e a un prezzo troppo alto, quantomeno dal punto di vista della compromissione morale. Anche il concetto di universalità si rovescia, come quasi tutti i presupposti iniziali, in corso d’opera: da slancio utopistico per un mondo migliore diventa sinonimo di riconoscibilità, ma anche di rinuncia alla propria individualità per offrirsi come merce di massa («la riconoscibilità – l’universalità – non richiede dettagli», commenta Lenny a p. 208). La sfida allora è conciliare queste istanze contraddittorie, parlare la lingua di tutti e restare soggetto, non rinunciare a opporre una resistenza a un flusso trascinante, che si fa sempre più forte.
Carolina Pernigo
Social Network