«In un deserto è miele anche l’assenzio» (Silvio Raffo, Esserci)
Martedì sera, all’hotel Due Torri, le signore dell’Inner Wheel, costola femminile del Rotary Club veronese, ospitano lo scrittore Silvio Raffo, che presenta il suo ultimo romanzo, L’ombra gemella (Elliot, 2026). Accolto calorosamente da un circolo di sole donne, lo scrittore commenta: «È il mio destino, dalla nascita». Del resto il suo non è il primo intervento all’Inner Wheel: «Il mio è l’eterno ritorno», sorride. Nella «confederazione Pro Silvio» che lo circonda e supporta, racconta, ci sono soprattutto donne, e se pensa al suo passato è in termini soprattutto femminili che ricorda l’accudimento e la devozione. Sono state, in particolare, una madre e una zia molto presenti, e ricordate con affetto, che lo hanno introdotto all’arte dell’affabulazione, che lo hanno avvicinato al piacere delle storie.
Bastano poche battute a creare il clima della serata, una partecipazione attiva e coinvolta intorno a una personalità poliedrica e istrionica, che sa come avvincere, associando il commento sagace, la battuta brillante, la capacità di declamare versi in diverse lingue, a una solidissima cultura di fondo, che si dispiega improvvisa in diverse direzioni, con citazioni tratte dal cinema e dalla letteratura, inserti nella filosofia e nella psicanalisi, nella storia e nell’attualità (vissuta, dall’autore, con il sussiego che si riserva a ciò che è per natura impoetico).
Quella di Silvio Raffo è una produzione variegata, lui si sente al contempo poeta e narratore, e non rinuncerebbe a nessuna delle sue anime. La poesia viene infatti quando vuole lei, è improvvisa, si impone all’io quasi di sua propria volontà; la prosa richiede invece più lavoro, più metodo, più attenzione. Lui è sempre stato, racconta, appassionato lettore di romanzi, in particolare di romanzi gialli, privilegiando se possibile le scrittrici, in grado di creare atmosfere più misteriose rispetto ai colleghi uomini. Nel suo percorso di formazione - tanto di lettore quanto d’autore - ha unito la narrativa di mistero, la poesia dickinsoniana e la critica letteraria, e non ha mai voluto sacrificare nessuno di questi aspetti, trovando che si arricchissero e integrassero a vicenda, e fossero, ciascuno a suo modo, elementi fondanti della sua personalità. La stessa essenza composita, spiazzante e inaspettata, si ritrova del resto nel suo ultimo romanzo.
«Quando si presenta al mondo una creatura, appena nata», osserva Raffo, «secondo me bisogna raccontare com’è nata, la sua genesi». Alla radice di ogni nuova storia ci sono sempre i fantasmi del vissuto dello scrittore, ciò che lo ha segnato nella sua crescita. Protagonista della sua narrativa, spiega, è la psiche, che ha inevitabilmente a che fare col mistero, perché essa stessa lo è, forse il mistero più grande che esista. Nell’inconscio c’è sempre qualcosa di misterioso, e questo è fondamentale per ciascuna delle sue opere. Senza mistero lui si annoia. Anche per questo vuole creare «personaggi indimenticabili, straordinari, cioè che hanno delle caratteristiche uniche nel loro comportamento». Spesso si ispira a persone che ha conosciuto, che lo hanno colpito per qualcosa di personale, che vengono trasfigurate poi nella narrativa. Anche il giovane misterioso che, ne L’ombra gemella, si presenta al professore protagonista portandogli alcuni versi da leggere è ispirato a una figura reale («non glielo si può dire però, alle persone, che hanno ispirato personaggi pazzi, assassini, o che fanno una fine terribile, se no ci restano male…»).
La scrittura nasce sempre da qualcosa che è dentro di noi e ha lasciato un’impronta; da qualcosa che ti è accaduto o che ti hanno raccontato e ti ha colpito.
Oltre ai personaggi c’è poi sempre un paesaggio, quasi sempre non urbano. L’ombra gemella è ambientato a Nemi, che Raffo ha trovato un luogo magico, uno di quelli in cui si ritrova il “nume”, il “daimon”, qualcosa di misterico che ha a che fare in modo profondo e viscerale con la natura. A Nemi, racconta, ci sono molti elementi che portano in questa direzione: c’è l’ombra maledetta di Caligola, il culto di Diana, una tradizione di riti sacrificali… 
L'ombra gemella
di Silvio Raffo
Elliot, 2026
pp. 192
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Tutto è iniziato da un evento fortuito, un momento denso e strano che non poteva che impressionarlo: sulle sponde del lago di Nemi, un giorno, gli è capitato di vedere una ragazza dalla pelle scura, vestita di bianco, che passeggiava lungo la riva portando un mazzo di rose rosse. Una volta appurato che non fosse un fantasma e anche che la persona che era con lui la vedesse, l’autore l’ha intercettata per farsi raccontare la sua storia: si trattava di una giovane americana, che ogni anno raggiungeva il lago di Nemi per portare delle rose sull’altare di Diana, di cui ora restano solo i ruderi. Un incontro come questo, commenta Raffo, non può lasciare indifferenti. Come la ragazza, anche lui è devoto di Diana, «la sua divinità preferita», vergine, amazzone, non domata. Da questo incontro nasce una scena, anzi, più scene: un altare e qualcuno che vi porta delle rose; le navi di Caligola sul lago; l’ipnotista, personaggio reale, che suggerisce l’idea del gemello “assorbito”. Al centro del nuovo scritto, come si evince dal titolo e dalla suggestiva copertina, è il tema della gemellarità.
Raffo si riallaccia all’idea che, dal punto di vista teologico, l’anima si innesti già nel feto, quando ancora si trova nel grembo materno. Da qui la sua storia, profondamente connessa col tema della reincarnazione: lo spirito del gemello non nato si può reincarnare in un altro essere. Proprio intorno a questo spunto, e a un incontro fatale, si articola il romanzo. La gemellarità del resto implica il doppio, tema caro all’autore, molto esplorato nella letteratura europea (da Dostoevskij a Stevenson, da Wilde a Hoffmann…), ma poco in quella italiana. «Poco male, mi sono detto, lo faccio io!», commenta Raffo, sornione. Il romanzo italiano, prosegue, deve muoversi entro confini rassicuranti, anche spazio-temporali. La narrativa fantastica è poco battuta entro i confini nazionali, eppure è estremamente intrigante, soprattutto per la sua ambiguità: non si ha mai la prova che quello che si legge sia reale. Il bravo narratore del fantastico è quello che scrive un romanzo che ha almeno due finali possibili (si pensi a Giro di Vite di Henry James). Anche ne L’ombra gemella, c’è il dénouement, lo svelamento, ma in qualche modo il mistero alla fine permane (e nulla di più si può svelare, per non rovinare la lettura a chi non abbia ancora avuto modo di ultimarla).
Nel presentare la sua opera, Silvio rievoca anche le precedenti.
Lo scrittore - quello vero, che ha bisogno di scrivere, non quello che lo fa per vendere, o su commissione - non saprebbe mai scegliere un figlio prediletto. Anzi, quando si avvia verso la fine dell’opera, cerca di rimandare la conclusione, perché poi subentra una sorta di depressione post parto.
Lui, dal canto suo, aggiunge a questa sua difficoltà la fatica che prova nel rileggere i suoi scritti:
Vengo spesso colto dalla noia, uno dei sentimenti dominanti della mia vita, anche verso me stesso. Per questo la mia misura narrativa è breve, poco più di cento pagine. Il mio romanzo modello di brevitas è Bonjour Tristesse di Françoise Sagan, una scrittrice straordinaria.
L’incontro prosegue con la lettura condivisa dell’incipit del romanzo, che ci presenta come spesso nell’opera di Raffo, un narratore inaffidabile, incerto e instabile. «Un inizio che, pur se involontariamente, ricorda Edgar Allan Poe», commenta. In quello che viene definito un “thriller metafisico”, Raffo lavora incastrando le tessere di un mosaico, che alla fine devono combaciare, nonostante gli elementi diversivi. Nulla è superfluo, qui sta l’abilità dello scrittore di romanzi gialli. Alla fine della storia c’è invece un disastro - inteso in senso etimologico, la caduta della stella - che però è un disastro catartico, che scioglie un nodo. In un punto fondamentale del romanzo, viene citata la scena di un film, funzionale allo sviluppo della trama. Lui stesso del resto, racconta, è cresciuto al cinema, dove scappava dopo aver fatto in fretta i compiti (sbaglia, sorride, chi immagina che fossi uno studente sempre chino sui libri). Ovviamente andava a guardare i film gialli classici, e contestualmente cercava sulle bancarelle i libri “vecchi”: «Ero già vintage da bambino. Come Gozzano… ci affascina il passato che non abbiamo conosciuto». L’attualità non lo riguarda, non gli interessa, nella scrittura. Il presente non è interessante come l’eterno, l’universale. Lo stesso valeva anche per la sua amata Emily Dickinson. Lui non vuole essere un intellettuale “impegnato”, perché è impegnato, ma con qualcosa di diverso dall’attualità.
(A me, intanto, risuonano a gran voce nelle orecchie le parole di Kafka a Oskar Pollak: «Bisognerebbe leggere, credo, soltanto libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella sul cranio, perché dunque lo leggiamo?»).
Alla fine dell’incontro, Silvio regala al pubblico un inserto poetico, in cui esordisce con una meravigliosa lettura dei versi di Emily Dickinson, che dialogano con i suoi (e con noi) in quel modo misterioso, generoso e reciproco che solo i versi sanno trovare. Cita da un suo antico volume, Esserci, in cui ha riversato quasi quattrocento quartine isolate, da cui ha tratto una sorta di breviario laico, destinando una poesia a ogni giorno di un anno bisestile. «I ricordi e i sogni spesso si confondono», nota, aggiungendo con un sorriso: «ricordo meglio i versi di Emily dei miei». Quando parla della poetessa, della sua capacità straordinaria di innovare il linguaggio, il poeta a sua volta si anima, e lo si ascolterebbe per ore, mentre la parola si impenna e chiama in causa ombre effimere - gli angeli, l’amore, una felicità che sfugge, ferite e cicatrici, la resilienza che porta l’essere umano a trovare un senso e un posto nella propria vita… Non è bene circondarsi di persone sempre negative, fa notare. E poi aggiunge: «Il dolore nel mio caso va bene, soprattutto se viene esorcizzato nella scrittura». Le sue storie sono travagliate, ma la sua vita no. La scrittura è infatti terapeutica, catartica, permette di sublimare i fantasmi e trasformarli in qualcosa di meraviglioso. Le storie non devono rassicurare, conclude, devono illuminare qualcosa di te che non ti ricordavi, e che ora ti permette di scoprire qualcosa di te o del mondo che prima non sapevi.
Carolina Pernigo
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