Adieu
di Honoré de Balzac
di Honoré de Balzac
Il ramo e la foglia edizioni, febbraio 2026
Traduzione di Mariolina Bertini
pp. 144
€ 16 (cartaceo)
€ 16 (cartaceo)
Un “racconto in cui si fondono tanti generi, dal romanzo realistico alla fiaba, dalla narrazione di storia militare alla descrizione di un caso di alienazione mentale” (p. 5): così Alessandra Ginzburg introduce Adieu di Honoré de Balzac, nel suo saggio di accompagnamento all’edizione bilingue del racconto edita Il ramo e la foglia. Adieu è un racconto che non raggiunge nemmeno la lunghezza di un romanzo breve; eppure, la sua complessa costruzione e la struttura in tre movimenti sapientemente armonizzati racchiude in poche pagine il macrocosmo di un amore infelice, il fallimento della campagna napoleonica in Russia e la pazzia mentale.
Adieu, che troverà poi collocazione ne La comédie humaine, si apre su due vecchi amici, l’ex ufficiale Philippe de Sucy e il magistrato D’Albon, a caccia in un caldo giorno del 1819. Philippe ha preso parte alla disfatta napoleonica in Siberia, ed è segnato nel corpo e nello spirito dall’esperienza: oltre a dimostrare ben più dei suoi trent’anni, con un laconico “un giorno ti racconterò la mia vita” (p. 41) risponde alle accuse di freddezza del cuore da parte del suo amico.
Quando i due si imbattono in un antico convento in rovina, e D’Albon intravede una donna bizzarra. Il tono della narrazione è cambiato completamente: il luogo è descritto in toni a tratti barocchi, a tratti fiabeschi, l’edificio sembra a D’Albon “il palazzo della Bella Addormentata” (p. 45), e la donna è inizialmente creduta essere un fantasma. Così, Balzac ci introduce al secondo tema, e all’altra atmosfera del racconto: al piano della Storia, rappresentato dal personaggio di Philippe e dalle sue avventure belliche in Siberia, si affianca quello dell’amore e del trauma che rende folli, e confonde i confini tra realtà e delirio.
Da ogni parte l’edera aveva proteso le sue tortuose nervature e steso i suoi ricchi mantelli. Muschi bruni, verdastri, gialli o rossi tingevano dei loro romantici colori gli alberi, le panchine, i tetti, le pietre. […] Quello sfacelo creava nel quadro effetti d’incantevole poesia e induceva alla fantasticheria l’animo dello spettatore. (p. 45)
La donna, che si comporta in modo strano, volteggiando dagli alberi e rotolandosi sui prati davanti agli occhi dei due amici, pronuncia una sola parola: “Addio!”. È così che Philippe la riconosce, nonostante lo stato in cui qualcosa l’ha ridotta. Quella semplice parola, adieu, riapre le porte della memoria e del passato terrificante che Philippe e la donna – Stéphanie – hanno alle spalle.
“Addio!” disse con voce dolce e armoniosa, senza però che quella melodia, attesa con impazienza dai cacciatori, paresse rivelare in lei il minimo sentimento o la minima idea (p. 57)
Il secondo movimento racconta infatti della spedizione in Siberia, dove Philippe de Sucy si trova come ufficiale durante la ritirata napoleonica, e con una missione personale: salvare Stéphanie, sua innamorata dei tempi della gioventù costretta poi a sposare un maggiore molto più vecchio di lei che l’ha trascinata con sé in Russia durante la campagna napoleonica. Gli orrori della ritirata e del disastroso passaggio della Beresina sono raccontati da Balzac senza ritrosia di dettagli cruenti. Nessuna visione gloriosa della guerra è proposta, e la Storia sembra aver giocato un brutto tiro alle migliaia di sfortunati che finiscono congelati o morti di fame o travolti dall’avanzata russa.
Trattandosi di un racconto, non andremo oltre nel rivelare come Philippe e Stéphanie tornano entrambi in Francia e le ragioni che portano Stéphanie alla follia.
Scorse, alla luce delle fiamme, l'oro, i diamanti, l'argenteria, sparsi senza che nessuno cercasse di impadronirsi della minima parte di quel tesoro. Ognuno degli individui riuniti dal caso intorno a quel fuoco osservava un silenzio che aveva qualcosa di orribile, e faceva soltanto quel che gli sembrava necessario al suo benessere. Quella miseria era grottesca. Le facce, decomposte dal freddo, erano ricoperte da uno strato di fango su cui le lacrime tracciavano, dagli occhi fin sotto le guance, un solco che attestava lo spessore di quella maschera. (p. 81)
Limitiamoci a qualche considerazione sull’ultimo movimento del racconto: i tentativi di Philippe di farsi riconoscere da Stéphanie e, tramite l’amore, poter riconquistare il tempo perduto e la donna amata. In quest’ultima parte Balzac si concentra sull’emotività dei personaggi, con un linguaggio e uno stile che con maestria dà conto delle sfumature sentimentali di Philippe: l’amore per Stèphanie, la sua determinazione nel farla tornare in sé, nel farsi riconoscere, la speranza di fronte ai deboli segnali di connessione e poi l’enorme frustrazione di fronte ai suoi fallimenti.
Assio, la parola che per lei è tutta la lingua, un tempo la diceva raramente. Fleuriot aveva cercato di ridestare in lei qualche idea; ma non ha avuto successo è riuscito soltanto a farle pronunciare un po' più spesso quella triste parola. (p. 107)
Tra i due amati si è insinuata la Storia – alla quale, come sottolinea Ginzburg, Balzac era interessatissimo e che conserva un posto di prim’ordine nella Comédie humaine e in questo racconto – che ha fatto a brandelli le aspirazioni individuali e anche la ragione. In un ultimo, spettacolare, tentativo, di cui tutta la città chiacchiera, Philippe tenterà proprio di usare la Storia – o una sua ricostruzione posticcia e raccapricciante – per connettere le due sponde, lui e la donna che sa solo dire adieu, la ragione e la follia.
Adieu è un racconto sublime, che ameranno gli appassionati dell’opera balzachiana, così come chi vuole avvicinarsi per la prima volta allo scrittore che ha saputo tratteggiare la società francese – e il cuore umano – con eleganza intramontabile.
Due uomini soltanto, un magistrato e un vecchio medico, sapevano che il conte di Sucy era uno di quegli uomini forti cui Dio concede il nefasto potere di uscire ogni giorno trionfanti dall’orribile lotta ingaggiata con un mostro sconosciuto. Ma basta che per un attimo Dio ritiri da loro la sua mano possente, e quegli uomini soccombono. (p. 137)
Michela La Grotteria
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