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La guerra vista da terra: corpi, attese e resistenza quotidiana in "Piccola guerra perfetta" di Elvira Dones

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Piccola guerra perfetta
di Elvira Dones
La nave di Teseo, 2026

pp. 176
€ 20,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)


La “piccola guerra perfetta” evocata dal titolo è l’operazione militare NATO avviata il 24 marzo 1999 contro la Jugoslavia. Nelle intenzioni strategiche doveva essere un conflitto rapido, chirurgico, quasi asettico. Ma Elvira Dones ribalta subito la prospettiva: la guerra, vista da terra, non è mai perfetta. È frammentata, confusa, quotidiana. E soprattutto è abitata da corpi che resistono.

Dones sceglie di raccontare il conflitto attraverso tre donne, Hana, Rea e Nita, che non fuggono. Non per eroismo, ma per necessità. La loro resistenza non è epica, ma domestica: fatta di attese, di gesti minimi, di una sopravvivenza che passa attraverso il pane, l’acqua, una telefonata. Fin dalle prime pagine, la scrittura chiarisce che la guerra non entra come evento spettacolare, ma come condizione che si deposita lentamente nei corpi. La sofferenza non esplode: scava.
Le parole arricciate in fondo al ventre, il cervello in fiamme per il dolore che lo divorerà fin quando non avrà ritrovato i figli. (p. 9)
Questa immagine iniziale è programmatica. Il dolore non è gridato, ma trattenuto “in fondo al ventre”: è fisico, femminile, radicato. La perdita dei figli diventa la ferita originaria che struttura l’intero romanzo, trasformando la maternità in uno spazio di angoscia permanente. La guerra, per Dones, non è mai astratta: è una minaccia che attraversa la carne.

Uno degli aspetti più potenti di Piccola guerra perfetta è il modo in cui la violenza bellica si intreccia con quella patriarcale. La guerra amplifica dinamiche già esistenti, rendendo ancora più fragile la posizione delle donne. La scena del parto di una bambina, accolta con delusione perché non maschio, mostra come il controllo sui corpi femminili preceda e sopravviva al conflitto armato:
«Chiamala come vuoi», aveva borbottato Begët,
«è tua figlia, mettile il nome che ti pare.»
«Blerime”, aveva detto Hana, “la chiamo Blerime.» (p. 45)
In questo breve scambio si concentra una forma silenziosa di resistenza. Dare un nome a una figlia, in un contesto che ne avrebbe voluto cancellare l’esistenza simbolica, diventa un atto politico. Non è una rivendicazione urlata, ma una scelta ostinata, che afferma l’esistenza contro l’indifferenza e il disprezzo.
La scrittura di Dones è asciutta, tesa, priva di enfasi. Non spiega, non giudica: registra. È una prosa che rifiuta il patetico e lascia emergere il dramma attraverso la normalità spezzata. Questo è particolarmente evidente nelle scene ambientate in ospedale, dove la guerra entra sotto forma di stanchezza, paura, occupazione strisciante degli spazi:
L’ospedale è pieno di serbi ed è già bello che posso usare il telefono. (p. 115)
Questa frase, apparentemente semplice, restituisce tutta la precarietà dell’esistenza sotto assedio. Il telefono, oggetto banale in tempo di pace, diventa un privilegio, una concessione temporanea. La guerra non si manifesta solo nelle bombe, ma nella limitazione progressiva dei diritti, nella costante negoziazione della sopravvivenza.

Piccola guerra perfetta è un romanzo che racconta la guerra dal basso, dal cuore delle case, dai corridoi degli ospedali, dai silenzi. Le protagoniste non diventano eroine nel senso tradizionale del termine: diventano testimoni. La loro forza sta nella continuità del vivere, nel non cedere alla disumanizzazione che la guerra impone.

Elvira Dones firma un libro essenziale, che restituisce voce a chi troppo spesso resta invisibile nelle narrazioni ufficiali dei conflitti. Non c’è retorica, non c’è compiacimento nel dolore. C’è, invece, una scrittura che pulsa come una ferita aperta e ci costringe a guardare ciò che la parola “guerra” tende a nascondere: la vita che continua, ostinatamente, sotto le macerie.

Alessia Alfonsi