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Bruciate l'Eneide! Le ultime ore di vita e i tormenti poetici di Publio Virgilio Marone ne "La morte di Virgilio" di Hermann Broch

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Morte di Virgilio Hermann Broch


La morte di Virgilio
di Hermann Broch
Bibliotheka, novembre 2025
 
Traduzione di Vito Punzi

pp. 440
€ 23,00 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)

Così giaceva, lui, il poeta dell'Eneide, lui, Publio Virgilio Marone, giaceva con ridotta coscienza, quasi umiliato per la sua impotenza, quasi esasperato per un simile destino, e fissava la ricurva, perlacea conchiglia del cielo: perché aveva ceduto alle pressioni di Augusto? Perché aveva lasciato Atene? (p. 18)

Approdato a Brindisi, Virgilio sa che gli resta poco da vivere. Attorno a lui, vivi e morti si confondono, il richiamo per l'eternità e le catene del terreno sono in lotta tra di loro. Ma non è il pensiero della morte a turbare le ultime ore del poeta: è il pensiero che la sua opera, l'Eneide, non sia degna di sopravvivergli. Non è un'opera onesta, non ha catturato la verità, non deve perdurare nei secoli: chiede quindi agli amici al capezzale, Lucio Vario Rufo e Plozio Tucca, di dare alle fiamme il manoscritto. Sviscerate nel dettaglio, tra sogni e serrati dibattiti, le ultime ore di vita di Virgilio sono un congedo della poesia, un'arte che si arrende nella sua incapacità di cogliere, raccontare e modellare la realtà. Così come Enea è tornato a mani vuote dall'Averno, così il poeta non è in grado di trovare il proprio posto di rilievo nel mondo.

«Il mondo non diventerà più ricco o più povero per pochi versi; su questo siamo sempre stati d'accordo, Plozio». (p. 219)

Hannah Arendt lo considerava un romanzo avanguardista; Thomas Mann lo riteneva un esperimento radicale; il filosofo Günther Anders lo definì un romanzo che non si rivolgeva a nessuno. Poco letto dai critici, temuto da lettori e lettrici per via della mole considerevole, fuori dal tempo, dai gruppi di discussione e da mode letterarie, La morte di Virgilio è un romanzo che, ancora oggi, rientra in poche liste di lettura. Nato originariamente come racconto radiofonico per celebrare il bimillennario della nascita di Virgilio, il romanzo rimase in gestazione e scrittura dal 1937 al 1945, anno in cui uscì in doppia lingua, inglese e tedesco, a seguito di un'operazione che oggi definiremmo di crowfunding. Anni emblematici a cui si aggiunge il fatto che Hermann Broch, ebreo austriaco, dopo essere stato arrestato in occasione dell’Anschluss, riparò negli Stati Uniti e diventò docente a Princeton.

Prima di iniziare la lettura del romanzo, da poco ripubblicato da Bibliotheka con la traduzione di Vito Punzi, è bene sapere cosa non si troverà all'interno. Non bisogna aspettarsi una narrazione da peplum che solo pochi anni dopo la pubblicazione il cinema hollywoodiano avrebbe riportato in auge: lontani Sienkiewicz di Quo vadis? e Bulwer-Lytton di Gli ultimi giorni di Pompei; si incontra una narrazione e uno stile più accomunabili a Joyce. Non bisogna nemmeno ricercare l'eco della Storia dell'impero romano perché, a parte qualche accenno, non se ne trova traccia.

Diviso in quattro sezioni – Acqua, Fuoco, Terra, Etere – le pagine accompagnano nei profondi turbamenti del poeta che, a un passo dalla morte, deve confrontarsi con ciò che lascia dietro di sé. Prendendo spunto dalla testimonianza di Aulo Gellio che racconta del desiderio di Virgilio di distruggere la propria opera, la lunga agonia si agita tra figure psicopompe che tirano il poeta verso la morte e amici e sostenitori che cercano di dissuaderlo dal gesto. Se le prime due sezioni sono un onirico rivolgimento che «si svincolò in lui nella forma di un respiro, di un sospiro, di un grido: Bruciare l'Eneide!» (p. 167), la terza è il momento del confronto, un ritorno prepotente al piano dei vivi dove il dibattito con Ottaviano Augusto cerca di indagare le motivazioni di quella scelta estrema. Nello squisito scambio filosofico e dialettico, si apprende che non è solo Virgilio a congedarsi al mondo, ma la poesia e l'arte stessa.
Da un lato, Ottaviano Augusto non può che difendere l'opera, legittimazione e innalzamento del suo operato in quanto vincitore di Azio e imperatore.

«Non importa. Non so di quali carenze possa essere afflitto il resto del poema, ma tu stesso ammetti che lo spirito romano è al di sopra di piccoli difetti formali, e non può essere altro che questo... la tua poesia è spirito romano, non artificiosità, ed è ciò che conta... Sì, il tuo poema è spirito romano, ed è magnifico». (p. 282)

Dall'altro, Virgilio, pur ammettendo che sa «che è un grande poema, anche se piccolo rispetto ai canti omerici» (p. 280) non è riuscito a raggiungere obiettivi tali da far sì che la sua opera meriti di sopravvivere. Il popolo può permettersi di pensare che bellezza e saggezza siano l'obiettivo della poesia, ma il poeta sa che lo scopo dell'arte è quello di indagare la Morte. Tra le parole di Virgilio:

«Ho circondato la morte solo di metafore, Augusto; ma la morte è più astuta dei simboli della poesia, e sfugge loro... metafora non è conoscenza». (p. 294)

e quelle dello schiavo Lisania che, insieme a Plozia, è figura psicopompa:

«Non è più alcun tempo, e non è più consentito parlare d'arte; l'arte non può nulla, non può abolire la morte. Perché la mia forza è più grande». (p. 304)

allora si comprende l'angosciosa domanda che scava la mente di Broch: perché la Morte? Perché tutte quelle morti in Europa? Perché l'arte non è stata in grado di fermarle? Perché le opere terrene, come l'impero di Augusto e la Soluzione Finale del Terzo Reich sono destinate a durare, mentre l'arte è impotente? 

«Cesare, la tua opera, il tuo Stato sono la metafora del tutto valida dello spirito romano, non l'Eneide, e quindi la tua opera durerà, mentre l'Eneide è destinata alla dimenticanza e quindi condannata alla rovina». (p. 299)

La disperazione e la rassegnazione di chi ha visto il mondo andare in una direzione che mai si sarebbe pensata, una direzione dove bellezza e saggezza nulla possono pervadono le malinconiche pagine di questo testo: la poesia, insieme al mentore del più grande viaggio nell'Aldilà mai raccontato, si congeda, abdica a qualunque ruolo potesse mai aver, con presunzione, pensato di occupare.
Pensare di poter comprendere in pieno un testo come La morte di Virgilio con una sola lettura è presuntuoso; servono tempo, concentrazione, lentezza, un tipo di lettura a cui siamo sempre meno avvezzi e avvezze. Una disanima a livelli linguistici e stilistici resta al di là delle mie competenze. Ma la potenza del messaggio emerge a ogni riga. Forse è davvero un libro per nessuno: non vogliamo, noi che amiamo e perseguiamo l'arte, quale che sia la forma prescelta, pensare che non possa fare alcuna differenza se non quella di perdere, con i suoi vuoti simboli, contro la forza della Morte.

Giulia Pretta