L’argine
di Irene Solà
di Irene Solà
Mondadori, agosto 2025
Traduzione di Amaranta Sbardella
pp. 252
€ 20 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)
Irene Solà, classe 1990, scrittrice e artista catalana, firma un esordio convincente e genuino. Pubblicato nel 2017 e seguito da una raccolta di poesie e da altri due romanzi già tradotti in italiano (tra cui Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre, recensito qui), L’argine esce invece quest’anno per la prima volta in Italia.
Con una cifra stilistica chiara e senza fronzoli, l’autrice scrive più che un romanzo unitario, quelli che sembrano racconti più o meno brevi che s’intrecciano, ricomponendo un’unità narrativa e un flusso temporale che non si sperde mai.
In una Catalogna un po’ di fantasia e un po’ reale, senza precisi riferimenti geografici, Ada ritorna dopo aver vissuto alcuni anni in Inghilterra. Rientra nel paese natale dal nome inventato di Sorrabonica e qui ritrova i familiari, il fratello minore Quim, la primogenita Nàdia, già sposata e con un figlio di pochi anni, la madre anziana che vive da sola dopo essere stata lasciata dal marito, che da tempo sta con un’altra donna. Disoccupata, Ada annuncia ai parenti di volersi mettere a scrivere e soprattutto di voler scrivere di tutti loro, previo permesso ricevuto: un’intenzione che non desta perplessità, né provoca animosità per la sua interferenza nella vita altrui, ma che anzi coinvolge e nutre interesse. La scrittura di Ada viene accolta morbidamente e senza resistenze, i brevi racconti sono letti da chi ne è protagonista.
Si vengono a intersecare la narrazione di Solà e quella di Ada, riprendendosi e inseguendosi come animaletti in un gioco di rimbecco. La tessitura narrativa sbalza tra presente e passato, tra realtà e fittizio, sul filo di un tempo tortuoso che ritorna sempre a riallacciarsi a se stesso, dando così una singolare sensazione di continuità circolare.
A contribuire a questa circolarità è l’insistente ma mai pesante uso dei pronomi dimostrativi “questa” e “questo” per introdurre le scene narrative.
Questa è Ada.La scrittrice non usa “c’era” o “c’erano”, non si avvale dei verbi per cominciare a narrare, ma di un espediente che dà concretezza alle azioni, che dà vicinanza e presenza, come se con questi pronomi, che indicano prossimità e definitezza, volesse portarci i personaggi in carne e ossa davanti ai nostri occhi. Riesce a tal punto a creare questa tangibilità che le due narratrici sembrano vagamente confondersi, quella fittizia e quella reale, Ada e Solà, perché il fittizio perde la sua propria vaghezza e diventa corporeo.
Questi sono i tasti del computer di Ada che, solleciti, attendono l’urto.
Queste sono le dita di Ada che scrivono: “Lluís si svegliò perché aveva un senso di protezione e responsabilità verso la casa e le sue cose molto sviluppato”. (p. 11)
Del resto, immaginiamo che sia proprio dalla sua esperienza personale che la scrittrice catalana abbia trovato l’oggetto del suo narrare: come spiega a conclusione del romanzo, ad esempio, i racconti folcloristici che inserisce nel testo sono quelli che le narrava e cantava la madre.
La metafora degli animaletti utilizzata poco sopra non è stata scelta qui a caso, ma risulta un po’ dall’atmosfera generale, di animalesco, di rustico, di terreno, che ho avvertito emergere dal romanzo, un testo che dopotutto comincia col racconto della faina. Non si tratta, a mio modo di vedere, di realismo magico vero e proprio, ma qualcosa che gli si avvicina molto, che si accosta all’onirismo nel modo in cui è narrato dall’autrice, così colmo di folclore e di attese.
A Sorrabonica Ada ritrova anche Vicenç, un amore passato che non è si è mai concluso. Qualcosa che non è tormentato, nemmeno lucido, ma silenzioso e materico, sessuale ma non solo. Con una descrittività asciutta, Solà già in questo suo primo romanzo ha l’abilità di far intendere molto con poco, delle relazioni umane, delle azioni dei personaggi, persino degli oggetti che subiscono l’azione; ha l’abilità di far comprendere al lettore non solo che c’è un sottotesto più profondo aldilà delle parole scritte, ma anche che cosa possa contenere quel sottotesto.
Con una narrazione già matura, seppure a tratti si perda in racconti e divagazioni che contribuiscono poco all’unità del romanzo, la giovane autrice catalana si fa notare per l’attenzione e la cura al linguaggio, per l’originalità e la passione narrativa e per la capacità di avvolgere ogni cosa in un ambiente terreno e al tempo stesso poetico.
Federica Cracchiolo
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