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#CriticARTe - Se l'Europa conta: un nuovo viaggio sulle tracce di una "identità inquieta" a Fotografia Europea 2023

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Fotografia Europea 2023
Europe Matters: visioni di un’identità inquieta

Reggio Emilia, 28 aprile – 11 giugno

biglietto intero € 18,00; ridotto 15,00/13,00
 

Ormai felice consuetudine, Fotografia Europea ci attende in questo 2023 con una tematica calda, tanto quanto l’invincibile estate dello scorso anno (di cui abbiamo parlato qui e qui). Sotto il titolo Europe Matters si nascondono infatti molteplici declinazioni possibili, che spaziano dal geografico al politico, dal naturalistico all’etico, e disvelano quell’identità inquieta esplicitamente evocata. Il mio accompagnatore nota con esattezza come la dimensione estetica, prevalente in alcune edizioni passate, in questa sia stata decisamente affiancata da una ricerca profonda sul messaggio, che non la cancella, ma la integra e la completa dandole nuovo senso.
Il nostro peregrinare quest’anno, complice il ponte del due giugno, si spalma su due giorni, a ricordarci che la visita giornaliera non è impossibile, ma costringe inevitabilmente a sacrificare qualcuna tra le molte proposte e sedi espositive. La parte del leone la fanno, come sempre, i Chiostri di San Pietro, dove la struttura architettonica si presta alla costruzione di percorsi articolati, crea un itinerario ideale che introduce il visitatore, spesso appena arrivato, al clima della rassegna.

Sabine Weiss (foto a cura della redazione)
Al pian terreno, nelle stesse sale in cui l’anno scorso era ospitata la bella monografica dedicata a Mary Ellen Mark, è accolto l’omaggio a un’altra grande artista, Sabine Weiss, mancata nel 2021, proprio mentre curava la realizzazione di questa retrospettiva. La sua è una fotografia sempre ispirata al reale, affiancabile a quella di altri artisti francesi attivi negli anni ’50, come Robert Doisneau. Attiva nel mondo della moda, attenta ritrattista dei grandi personaggi del suo tempo (artisti, intellettuali, filosofi, attrici), è però nella street photography che si riconosce l’anima più intensa dei suoi scatti, sia essa realizzata a New York, o in Israele, Danimarca, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, o nei molti altri luoghi in cui i suoi viaggi l’hanno portata. Ovunque il suo sguardo attento coglie e immortala riti, feste e momenti di comune immediatezza. Spesso le immagini rivelano uno sguardo intenso sul femminile (bambine, giovani donne, anziane, colte nel quotidiano), colto in attimi di spontaneità, di inconsapevolezza di una bellezza che gli scatti invece mettono in luce. Particolarmente toccante è il progetto dedicato alla comunità familiare per alienati di Dun-sur-Aone, dove donne affette da disturbi mentali e demenza senile vengono accolte in case famiglia per poter vivere con dignità. Nelle foto degli ’80, si osserva una crescente riflessione sulla vecchiaia e, in generale, il moltiplicarsi di foto meditative, malinconiche, seppur non necessariamente più statiche: le immagini si fanno meno nette, più sfocate, mistiche, rivelando la maturità sopraggiunta dell’artista che sempre più padroneggia il mezzo tecnico e le sue implicazioni a livello di trasmissione del messaggio.
 
Salendo al primo piano, le voci si fanno più fitte, i punti di vista si moltiplicano come in un caleidoscopio, e il tema della rassegna inizia ad emergere in maniera più netta.
APP (foto a cura della redazione)
In The Island, Mónica De Miranda riflette sull’identità in rapporto ai pregiudizi che spesso la determinano, mettendo in campo il proprio stesso volto, il proprio stesso corpo, in immagini che si muovono tra il concreto e il metaforico (nessun uomo è un’isola… o rischia di diventarlo? Quali sono le matrici dell’isolamento, quali le relazioni che ci definiscono?). Al tema dell’identità in rapporto alle narrazioni esterne, spesso segnanti, si rifà anche il progetto di Alessia Rollo, Parallel Eyes, che ci porta in un Meridione d’Italia carico di tradizioni e di mistero, o, in un’ottica più lirica e meditativa, più intimistica, anche Cédrine Schidig, che indaga il vissuto di giovani, migranti o residenti, dalla Martinica alle periferie parigine in De la mar à la terre.
Jean-Marc Caimi e Valentina Piccinni, in Güle güle (“arrivederci”), rappresentano invece la città di Istanbul, in un’indagine della sua complessità, dei problemi sociali, della stratificazione storica e culturale. Quella che viene proposta è una narrazione non lineare, che passa attraverso continue suggestioni, su una città in bilico tra autoritarismo e istanze di liberazione, tradizionalismo e modernità. Di grande impatto è la proiezione visiva che, alternando gli scatti in un ritmo sincopato accentuato dalla musica d’accompagnamento, sottolinea maggiormente queste discrasie, queste contraddizioni. La dimensione politica si fa sempre più forte nel procedere delle mostre: si va dall’esplicita denuncia dei materiali raccolti da The Archive of Public Protests a quella più sottile, ma nettissima, di Simon Roberts in Merrie Albion & The Brexit Lexicon. Qui gli scatti che, negli anni, immortalano feste, rituali, manifestazioni, celebrazioni pubbliche come espressioni di un sentire condiviso, di un senso di appartenenza a una comunità, vanno a indagare il tessuto sociale britannico e si scontrano da un lato con le molte ingiustizie sociali, dall’altro con il senso profondo, lacerante e divisivo, della Brexit. Di grande intensità espressiva, e suggestiva anche in virtù degli accadimenti dell’ultimo anno, risulta l’esposizione di Yelena Yemchuck, Odesa.
Yelena Yemchuck, Odesa
(foto a cura della redazione)
 Odessa viene riscoperta dall’artista, a partire dal 2015, poco dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, con lo sguardo di chi ha dovuto lasciarla e poi è tornato: le sue immagini, luminose ma in qualche modo drammatiche, ne colgono la realtà di mistero, l’incantesimo e la poesia, il sottotesto di storie da raccontare, soprattutto in relazione ai giovani che la abitano, iscritti all’Accademia militare e sul punto di lasciare la propria quotidianità per andare a combattere.
Parzialmente discosta dalle precedenti è l’esibizione di Geoffroy Mathieu, L’Or des ruines, in cui vengono esposti dei retabli di legno, quasi pale d’altare di una nuova sacralità che celebra un ritrovato rapporto tra uomo e natura nella semplicità del quotidiano, in una attività arcaica, primordiale, come quella della raccolta. L’oro viene raccolto tra le rovine, il frutto colto alle periferie urbane, la ricerca individuale si fa strumento di consolidamento di un tessuto famigliare e collettivo. Le nuove forme di sussistenza sono trasfigurate dall’intento, oltre che dallo scatto d’artista.

Fotografia Europea 2023 prosegue poi ai Chiostri di San Domenico, dove sono accolti i progetti vincitori della Open Call, oltre a quello legato alla committenza del Festival. Se Mattia Balsamini con Protege noctem – If darkness disappeared riflette sul tema del buio come patrimonio comune in pericolo e da tutelare, a una dimensione più prettamente geopolitica si rivolge Camilla de Maffei con Grande Padre. Focus del progetto è l’Albania, nello spazio-tempo compreso tra il violento regime di Enver Hoxha e la le conseguenze del suo crollo. In un allestimento che parte dal concetto del panopticon di Jeremy Bentham, in cui l’occhio del potere tutto osserva e tutto controlla, attraverso scatti e interviste si passa in rassegna la vita dei singoli nel contesto della sorveglianza assoluta e poi del vuoto di potere, mostrando le contraddizioni profonde che ancora adesso attanagliano il paese, e le nuove forme di controllo, più subdole, che hanno fatto seguito alla precedente.
Myriam Meloni,
Nelle giornate chiare si vede Europa
(foto a cura della redazione)
Nella scenografica sala delle colonne è poi allestita l’esibizione di Myriam Meloni, Nelle giornate chiare si vede Europa, incisiva nell’idea di fondo e quasi commovente per il modo in cui riesce a trattare, forse unica nel panorama delle mostre che ho potuto visitare, il tema dell’Europa in un’ottica decisamente positiva, di forza e speranza. Europa, nel suo progetto, è infatti donna, l’Europa del mito, trasfigurata nell’ottica della fondazione. In un’operazione che mi ha ricordato quella tentata dall’ultimo Rumiz (trovate qui la recensione al volume), le donne qui ritratte, novelle Europa, trapiantate in un contesto nuovo – a Tangeri, ponte ideale tra Africa ed Europa –
applicano una “rivoluzione gentile”: dal toro non vengono rapite ma lo cavalcano, orientando la riflessione critica e postcoloniale che proprio nelle reti di conoscenze, competenze e abilità trova senso e futuro. Cittadine del mondo, conoscono il significato dell’arrivo e della partenza, le sfumature del ricominciare ma anche del lasciare andare, in una perenne ricerca di completezza.
Dagli scatti di Myriam Meloni, si evince non solo che il futuro è forse da declinarsi al femminile, ma anche che Europa è complessità, movimento, stratificazione, scambio, arricchimento nato da un continuo confronto tra ciò che ciascuno porta con sé nel proprio viaggio e ciò che trova nel luogo d’arrivo. I trittici delicati, tenuti insieme da nuove costellazioni, uniscono le giovani fotografate a ciò che le identifica, a tracce del loro vissuto, ma anche a ciò a cui ambiscono, in un ideale percorso di definizione di sé, da cui è difficile non farsi implicare.

Collezione Ars Aevi 
(foto a cura della redazione)
A Palazzo da Mosto sono ospitati alcuni pezzi della collezione Ars Aevi (parziale anagramma della città di Sarajevo dove, durante il primo anno di assedio, nel 1992, è nata l’idea). Sebbene discontinua nei contenuti e nelle forme, per sua precisa natura, la collezione esprime a gran voce un’idea dell’arte come forma unica di resistenza. A questo si deve l’adesione generosa di moltissimi artisti contemporanei di fama (come Marina Abramović
, Sophie Calle, Alighiero Boetti con i suoi viaggi immaginari, o Renzo Piano, a cui si deve il progetto per il nuovo museo,) in virtù di una nuova appartenenza transnazionale, una “repubblica”, non più delle lettere ma dell’arte, extraterritoriale e “mediterranea”. Si rivela dunque particolarmente emblematica l’opera di Dean Jokanović Toumin, che in quattro lingue riporta un motto settecentesco, adottato come slogan di Ars Aevi: «Se stai cercando l’inferno, chiedi all’artista dov’è. Se non trovi l’artista sei già all’inferno».
 
L’ultima tappa della nostra esplorazione ci conduce al Palazzo dei Musei, dove nella cornice sempre suggestiva del Museo di scienze naturali si dispiega una nuova esposizione dedicata a Luigi Ghirri, intitolata Un piede nell’Eden e dedicata al tema dei giardini e dei paesaggi naturali, fuori e dentro il contesto urbano. La scelta di quest’anno conferma il rapporto stretto di Luigi Ghirri con la città di Reggio Emilia, dove è morto nel 1992. A chi possa pensare che i suoi scatti, nel mondo in cui tutti si improvvisano fotografi, possano risultare ormai desueti, la mostra ricorda che «le sue immagini non sono atti di mimesi (…) ma modi di esplorare la realtà, sottolineando il carattere fittizio della visione e della rappresentazione». Nella seconda sezione, agli scatti di Ghirri si affiancano quelli di altri autori internazionali, che portano traccia della realtà dei giardini in Europa: si tratta sempre di giardini reali, trasfigurati da un comune sentire in diverse forme espressive. Si passa quindi dai rebus visivi e surreali di Olivier Richon agli spazi urbani decadenti, di cui la natura si riappropria, di Verena Von Gagern, dalle malinconie color seppia di Ernesto Tuliozi ai chiaroscuri intensi di George Tatge o alla metafisica di Mimmo Jodice.
(foto a cura della redazione)
Nella terza e ultima sezione, si approfondisce la genesi di una pubblicazione particolare di Cesare Leonardi e Franca Stagi, L’architettura degli alberi. La vita professionale degli autori li conduce dall’architettura e dal design alla progettazione e alla ricerca sugli spazi urbani, e poi sulla natura in senso lato, la conoscenza della quale è fondamentale per la comprensione delle strutture che la possono incorniciare o comprendere. Il loro progetto sfrutta tutti i media e gli strumenti tecnici a disposizione (stampa, disegno, fotografia) e un critico lo definisce un «prodotto di amore e ossessione»; gli alberi vengono osservati inizialmente nella loro struttura, nelle loro forme, nudi e vestiti, indagati in tutte le stagioni, dopodiché iniziano ad assumere una valenza quasi metaforica, o metafisica.
Una volta esaurite le proposte di Fotografia Europea, vale la pena, avendolo a disposizione, di trascorrere del tempo nel museo, giacché il percorso lungo la storia della via Emilia, tra antico e moderno, è un esempio di allestimento museale contemporaneo e intelligente, ed è corredato da ulteriori approfondimenti fotografici legati al territorio.  
 
Come ogni anno, l’esperienza di questo Festival ci lascia appagati e pieni di spunti. Le riflessioni che ne emergono, le interferenze continue tra le diverse mostre, le suggestioni improvvise non possono essere trascritte integralmente per non rendere un pezzo già lungo davvero inaffrontabile. Resta forte il consiglio, quest’anno più che mai, di approfittare degli ultimi giorni per valutare in prima persona le implicazioni della considerazione iniziale, continuamente ribadite nelle sedi espositive e che non possiamo dimenticare: Europe Matters.  
 
Carolina Pernigo