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Là dove il mondo adulto non arriva: "Anime scalze" di Fabio Geda

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Anime scalze
di Fabio Geda
Einaudi, 2019

pp. 232


A Ercole e Asia resta solo il padre, che beve troppo, vive di espedienti e non si ricorda neanche un compleanno. La mamma è andata via quando erano piccoli, senza lasciare tracce dietro di sé, e loro hanno dovuto cavarsela da soli, facendo la gincana tra gli assistenti sociali e le “persone di buon cuore”, che nel tentativo di far del bene avrebbero potuto compromettere l’unità di quel piccolo nucleo famigliare superstite. L’adolescenza arriva però per Ercole, che di eroico sente di avere ben poco, come un tornado: da un lato l’amore, che ha le fattezze delicate di Viola, con i suoi capelli rossi, la sua casa elegante, i genitori affettuosi, che lo capisce ma che lui in qualche modo tiene lontana, forse per la paura irrazionale di perderla esibendo le incrinature del proprio esistere; dall’altro la decisione di Asia di prendersi i propri spazi, andando a convivere con il compagno e lasciando per la prima volta il domicilio comune. Ercole si sente ferito, tradito, solo. La rabbia è una forza devastatrice che rischia di trascinare tutto con sé, soprattutto se si associa al dolore, alla confusione delle verità non dette ed esplose all’improvviso.
È stato come rotolare giù da una pietraia, che è una cosa che una volta mi è successa: cadi, cerchi di aggrapparti, ma le pietre cui ti afferri sono denti marci e saltano via; ti franano addosso a sono quelle a farti male. (p. 87)
Per questo il giovane, sulla scia di alcune cartoline inviate dalla madre tanto tempo prima, si mette sulle sue tracce. Il ritrovamento ha la forma di un vero e proprio cammino di formazione, che lo conduce in un remoto borgo montano, dove la donna vive. Quando la trova, Giulia non è sola: c’è con lei Luca, il fratellino che Ercole non sapeva di avere. Con la spontaneità dei bambini, Luca accetta immediatamente l’idea di avere accanto un quindicenne mai visto prima, perfetto compagno di giochi, idolo da imitare. Per Ercole, invece, l’adattamento alla nuova realtà è molto più complesso. La madre infatti, pur accogliente e amorevole, non sembra poi molto cambiata e il loro rapporto si ricostruisce intorno ai non detti.
È straordinaria la nostra capacità di fare finta di niente, di soffocare le domande; perché per quanto non sapere possa farci stare male, c’è sempre la possibilità che la risposta possa farci stare peggio. […]
Perché sei andata via […]?
Perché non hai cercato di spiegare?
Perché non hai lasciato una lettera?
Ti sei mai pentita?
Ti sono mancato? (pp. 120-121)
Nel susseguirsi dei giorni e delle settimane, il ragazzino deve fare i conti con il fatto che le motivazioni degli adulti non sono sempre plausibili, che spesso le scelte vengano sostenute da alibi atti a mascherare fragilità e nodi irrisolti, che l’essere genitori non rende necessariamente persone adeguate a educare. Ercole, che ha sempre avuto paura dei mostri, pensava fossero annidati all’interno delle pareti, li vedeva far capolino dalle crepe. Capisce invece poco alla volta che i mostri di cui bisogna aver paura sono quelli che ci si porta dentro, quelli che ci spingono a dimenticare gli altri, a non aver cura di sé e contestualmente di chi si ama. Non è un caso che la parola “cura” ritorni spesso in quest’opera di Geda: è alla base di uno degli insegnamenti più importanti appresi dal protagonista (“Ogni volta che facciamo qualcosa con cura distruggiamo il male che è in noi”, p. 123), ma anche il messaggio più importante dell’intero romanzo. La cura, che Ercole e Asia non hanno ricevuto, e che hanno imparato a riservare l’uno all’altra, è una lezione da non dimenticare. È l’atteggiamento da riservare a chi ci è affidato, come scopre l’adolescente quando realizza di essere un fratello maggiore e cerca di essere all’altezza delle aspettative del piccolo Luca:
Era bello essere un fratello maggiore, oltre che uno minore. Nell’essere un fratello maggiore c’era una responsabilità nuova; era elettrizzante. Luca faceva un sacco di domande cui non sapevo rispondere, e mi è venuto da pensare che siamo tutti adulti rispetto a qualcun altro e che esserlo non significa sapere tutto; ma quando faceva una domanda cui non sapevo rispondere, da qualche parte, in un posto profondissimo dentro di me, mi sentivo in difetto. Mi veniva voglia di andare a studiare, per soddisfare la sua curiosità. Ho pensato che grandi e piccoli si educano a vicenda, e che la curiosità è la cosa più importante del mondo. (p. 135)
È anche però il trattamento da riservare a sé, il valore che bisogna darsi perché poi lo si possa ricevere anche dagli altri. La consapevolezza di essere anime scalze, da proteggere perché si conservino quella ingenuità e quella purezza che non sono disvalori, ma anzi beni preziosi da tutelare rispetto a un mondo adulto che spesso li ha già dimenticati. È anche qualcosa da rivendicare con la forza se serve – e questo forse può spiegare la scena con cui si apre il romanzo: Ercole e Luca sul tetto di un centro commerciale, un fucile impugnato, e la polizia che dal basso li invita a non fare sciocchezze. Per ricostruire i passi che li hanno portati lì e le conseguenze di quel momento bisogna però arrivare alle ultime pagine del libro, o agli ultimi minuti dell’audiolibro, letto in maniera davvero convincente dalla voce giovane di Riccardo Ricobello, che riesce a restituire perfettamente, anche attraverso le sfumature espressive, i sentimenti sfaccettati dell’io narrante. Fabio Geda si conferma ancora una volta scrittore in grado di parlare ai giovani e dei giovani con delicatezza e senza banalizzazioni. Senza eccedere nella costruzione dell’intreccio (al di là di quanto l’incipit romanzesco potrebbe far pensare), riesce al contrario a tratteggiare dinamiche psicologiche verosimili, esplorando quel momento delicato in cui l’adolescente inizia a percepire i limiti e le mancanze degli adulti che lo circondano e a definirsi rispetto a loro, già guardando a un futuro che vuole soltanto suo.
 
 
Carolina Pernigo