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Un romanzo scomodo, che ha messo in difficoltà ogni convinzione: "Spatriati" di Mario Desiati

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Spatriati
di Mario Desiati
Einaudi, 2021

pp. 288
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Lo danno come favorito al Premio Strega di quest'anno, e in effetti probabilmente questo è uno dei libri scritti meglio che ho letto negli ultimi tempi. Voglio però ammettere, in tutta franchezza, che questo articolo esce tardi e non mi arrischio a chiamarlo recensione, perché ho letto Spatriati in questi giorni, per la seconda volta, e di nuovo ho provato le stesse sensazioni di un anno fa. Un anno fa, per inciso, mi sono fermata circa a metà del romanzo e l'ho abbandonato. Il motivo? Pur trovando strepitosa la scrittura di Desiati (che si conferma tra gli autori più interessanti della letteratura contemporanea), ho faticato a entrare nella trama: non dico a immedesimarmi (chi se ne importa?), ma proprio a lasciarmi coinvolgere, perlomeno intellettualmente, quel tanto che basta a voler girare pagina e scoprire cosa accadrà ai protagonisti. Andiamo a vedere perché e mi scuso per la soggettività delle impressioni, che non aspirano a fregiarsi di nessuna coccarda. 

I protagonisti assoluti sono Francesco e Claudia: più introverso e timido lui, legato a un cattolicesimo tradizionale, da osservare con devozione; più ribelle, provocatoria e imprevedibile lei, che quasi con aria di sfida si avvicina a Francesco e gli chiede se sia al corrente della relazione tra la madre di lui e il padre di lei. Un fulmine a ciel sereno nella vita familiare fino a quel momento basata sulle tante stampelle del quotidiano. Eppure niente è un collante migliore per avvicinare i due protagonisti, coalizzati e complici al di là di qualsiasi semplice definizione. Sono amici? Innamorati? Non si sa, anche se per Francesco è più semplice rispondere, dal momento che è lui l'io-narrante della storia, che ci fa percepire tutte le sue riflessioni più profonde e le contraddizioni tra desideri e loro frustrazione. Diciamo solo che sono accolti l'uno dall'altra, e non è poco quando le proprie certezze sembrano crollare. In ogni caso, ci vuole poco a fare scandalo, in un posto come il loro quartiere di Martina Franca, cittadina verso cui entrambi i protagonisti provano attaccamento e, in contemporanea, desiderio di prendere le distanze dalle proprie origini. 

Il dialogo con le famiglie e la propria terra è continuo («Le nostre origini ci rimangono addosso come una voglia gigante sulla pelle, che puoi coprire con tutti i vestiti che vuoi, ma resta sotto e quando ti spogli la vedi»). Prosegue anche quando Claudia, infinitamente più coraggiosa di Francesco, con quel tocco di irresponsabilità dettata dalla sua perenne inquietudine, decide di partire e ricominciare daccapo in altre città, prima in Italia e poi in Germania, a Berlino. Francesco, da sempre attratto dall'amica e coinvolto da un sentimento difficile da definire, ma da cui è marchiato a fuoco, la osserva a distanza, proteggendo l'immaginazione che ha costruito su di lei - o su di loro -. Semmai la riadatta e si accontenta, seguendo i nuovi incontri-scontri che cambiano Claudia e la portano a riconsiderare i suoi gusti sessuali, la sua idea di coppia e, più in generale, i suoi obiettivi per il futuro. «Eravamo due solitudini perfette, due monadi», commenta l'io narrante Francesco; in effetti, nel loro camminare parallelamente e a volte incrociarsi, avvengono singolari prese di coscienza del carattere dell'altro. Non passano sotto silenzio neanche le trasformazioni che la crescita ha comportato, e sono prese di coscienza dolorose («Le nostre vite erano andate troppo lontano rispetto a quando ci eravamo candidamente amati»), che non costituiscono però veri e propri strappi. 
Riuscirà forse anche Francesco a vivere con più libertà la sua attrazione verso i ragazzi, seguendo l'esempio di Claudia? Anche quando Francesco decide di raggiungere Claudia («l'unica patria che sapeva riconoscermi»), il suo è un inseguimento un po' folle e forzato («anche se fosse stata Atlantide, l'isola dei Feaci o Martae, io non avrei mai smesso di inseguirla»), e il protagonista è destinato a restare sempre un passo indietro rispetto alle decisioni imprevedibili e vorticose dell'amica. 
E vorticoso e imprevedibile è l'andirivieni di questi protagonisti, "spatriati", termine polisemico che conserva sia il valore di chi se ne è andato dalla propria terra (o ne è stato cacciato), sia in molti dialetti meridionali trattiene un'allusione negativa a chi è senza una patria, ramingo, senza uno scopo di vita; insomma, sostanzialmente irrisolto. E la ricerca di sé è qualcosa che procede per tentativi più o meno consci, lungo rocambolesche giornate piene di niente, di sesso, di corpi.

Cosa mi ha generato questo loro essere "spatriati"? Sostanzialmente tanta inquietudine: la mancanza di un obiettivo di vita (talvolta mi sono chiesta: ma questi protagonisti vogliono perlomeno essere felici?), il turbamento costante, il bisogno di cercare se stessi ovunque, dentro e fuori altri corpi di sconosciuti, la facilità con cui viene azzerato tutto per ricominciare altrove o con qualcun altro, la sostanziale mancanza di attitudini mi hanno svuotata. Manca una bussola ai protagonisti di Desiati, proprio come manca a tanti di noi, ma questo vivere nell'ombra di qualcuno (nel caso di Francesco) o il prendere decisioni di pancia (Claudia), spesso senza pensare alle ripercussioni che queste avranno sugli altri, mi ha disturbata. Perché pare la ricerca disperata di forme diverse di egoismo; perché parlare di valori è fuori moda nel Duemila, ma questo svuotamento di senso è devastante, lascia annichiliti a osservare due protagonisti che sono l'uno patria dell'altro, ma non sanno neanche loro perché. 

Forse è in questa dimensione di scomodità che ho trovato il valore di questo romanzo per me: è un romanzo che ho interrotto, perché ha messo alla prova i miei gusti, la mia idea di romanzo di formazione, di amicizia e d'amore, eppure è così stravagante (in senso etimologico) dalle letture abituali che vale la pena di leggerlo, anche solo per apprezzare il fascino di una lingua calibrata ed esatta, a tratti poetica e altrove crudissima. Un romanzo pieno di contrappunti e antitesi, dentro la trama e nel divenire della lingua. Desiati sa come nominare le cose e anche come farcele sentire; lo sa fare molto bene, e forse è proprio per questo che è così difficile fare i conti con una storia che tratteggia un'idea di vita, di amore e di amicizia che si fa a tratti qualunquista, altrove egoriferita e incostante, tra slanci di generosità immotivati e inspiegabili, privi di qualsiasi disegno. 

GMGhioni