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Lo sradicamento, la nostalgia, la violenza: il "Paese infinito" di Patricia Engel e un vuoto da colmare

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Paese infinito
di Patricia Engel
Fazi, 2022

Traduzione di Enrica Budetta

pp. 300
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Che cos’è l’America, quali voci compongono la sua letteratura nazionale e meglio la raccontano? Mi sono posta spesso queste domande, un po’ per studio un po’ per interesse personale. Negli anni di volta in volta ho trovato risposte diverse: cambiava il mio sguardo su quella realtà, si allontanava sempre più dall’immagine stereotipata che con una certa ingenuità avevo costruito da ragazzina, si apriva all’ascolto e alla comprensione di stratificazioni e spunti diversi, per restituirmi l’immagine di una società variegata, spesso contraddittoria, polifonica. Per molto tempo tuttavia le voci letterarie che l’hanno raccontata appartenevano quasi sempre a una categoria specifica e privilegiata: maschio, bianco, spesso della middleclass. Voci che ne hanno segnato significativamente l’identità e la narrazione, forgiato il canone letterario e imponendolo sulla scena culturale internazionale, certo, ma che rappresentano solo la punta dell’iceberg – per usare un simbolo tanto caro a una certa narrativa nordamericana - e che da un certo punto in poi non mi sono più sembrate abbastanza. Faulkner, Hemingway, Carver, Salinger e, ancora, Roth, Offutt, Haruf, Saunders, Vonnegut, capisaldi della mia biblioteca ideale, non bastavano a raccontare una realtà tanto variegata, mutevole, complessa.

Le voci femminili, si sono sempre intrecciate per me a quelle narrazioni, saldamente convinta non debbano esistere distinzioni di genere in ambito letterario: Eudora Welty, Flannery O’Connor, Shirley Jackson, Susan Sontag, Joan Didion, mi hanno raccontato un’America ancora diversa, ognuna a proprio modo.
Ma a un certo punto risultava evidente quanto ancora tutte queste voci, differenti e lontanissime fra loro nel tempo, nello spazio, nello sguardo, non fossero ancora che un solo modo di osservare il mondo, che non teneva conto di una parte importante della società e delle persone che la compongono. James Baldwin, Percival Everett, Colson Whitehead, Toni Morrison, Alice Walker, hanno dato voce a chi per lunghissimo tempo voce non ha avuto e continuano a riflettere sulla questione razziale ognuno secondo i tratti peculiari che ne caratterizzano la scrittura e lo sguardo sul mondo. Voci ed esigenze diverse attraverso cui leggere un Paese, scoprirne le molteplici identità, le contraddizioni, i conflitti. È una ricerca continua, che non si esaurisce mai, nel tentativo di abbracciare quanta più varietà e moltitudine possibile e rifuggire da un solo punto di vista sul mondo.

Riflettere oggi sugli Stati Uniti, da un punto di vista culturale quanto sociale e politico, significa anche smettere di ignorare un’altra parte considerevole della sua popolazione: la comunità ispanica. È per tutte queste ragioni – oltre naturalmente al valore letterario del libro in questione – che Paese infinito di Patricia Engel, scrittrice statunitense figlia di genitori colombiani, rappresenta una delle letture dell’ultimo periodo più interessanti, fondamentali, dense di spunti e questioni che vanno ben oltre la pagina scritta. Una direzione intrapresa un paio di anni fa con i meravigliosi racconti di Kali Fajardo Anstine, Sabrina&Corina, editi da Racconti edizioni – di cui adesso aspettiamo con particolare curiosità il romanzo appena uscito negli States – le origini chicane, la cultura navajo, la gentrificazione – altro tema questo particolarmente interessante e prolifero – , la questione femminile, al centro della narrazione. O, ancora racconti, le storie di Bryan Washington, afroamericano che in Lot racconta la Houston dei suoi quartieri popolari, multietnica, l’appartenenza a una certa minoranza (neri e latinoamericani soprattutto).

Il romanzo di Engel punta un faro su una mancanza, sulla generale indifferenza verso una cultura e una parte tanto considerevole della popolazione da non poter essere etichettata appunto come “minoranza”. È chiaro che Engel non sia la prima autrice ispanoamericana a riflettere su identità, discriminazione, società multietnica, immigrazione, ma il suo romanzo si pone all’attenzione internazionale anche per il particolare momento storico in cui è stato concepito e la consapevolezza con la quale, si diceva, guardiamo alle numerose identità che compongono l’idea di Stati Uniti d’America. E lo fa con una scrittura che non cede mai a sentimentalismi pur toccando tematiche come lo sradicamento, l’immigrazione, la povertà e la paura, né d’altro canto confezionando una favola in cui ogni cosa scivola verso l’happy ending.

Quella di Engel è una storia che inizia in Colombia – in media res, catapultandoci subito al cuore della narrazione – con la fuga di Talia dal riformatorio sulle montagne presso cui sta scontando la pena per un inaspettato atto violento; una pena che non può attendere di espiare fino alla fine perché ha in tasca un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti, dove finalmente dopo quindici anni rivedrà la madre e l’altra metà della propria famiglia.
Quando lasci un paese per un altro, nessuno ti dice che gli anni stringeranno fino a confondersi fra di loro come pioggia su un foglio di giornale. Un anno diventa cinque e cinque anni diventano dieci. Dieci anni diventano quindici. (p. 145)
Nata sul suolo americano, Talia era tornata in Colombia appena neonata, affidata alle cure della nonna materna, mentre il padre, vittima dei propri fantasmi e dolori, ha vissuto anni per strada annebbiati dall’alcol, prima di rimettersi in sesto in qualche modo e tornare nella vita di Talia. Da qui la narrazione torna indietro nel tempo, per raccontarci – attraverso il discorso indiretto libero, con una terza persona che ha i tratti della prima, solo alla fine svelata nella sua molteplicità – la storia di questa famiglia divisa, la paura e la precarietà, le tante forme della nostalgia. A cavallo di due Paesi, il romanzo si muove su un terreno pericoloso, senza cedere mai si diceva al pietismo, ma riuscendo a raccontare efficacemente molteplici aspetti e contraddizioni della condizione di migrante, la speranza, la clandestinità, il pericolo, la lacerazione. La violenza della Bogotà degli anni Ottanta e Novanta, il sogno di una vita più giusta che si scontra con una realtà durissima, con la discriminazione, con altre forme di violenza, con l’omertà. Il sogno che fa i conti con una realtà ben diversa da quanto immaginato, similmente a quanto accadeva per esempio in Anche noi l’America di Cristina Henriquez, NN, con risultati narrativi però assai differenti.  

È chiaro come molteplici e di quale portata siano gli spunti di riflessione generati dalla lettura di Paese infinito, la cui chiave di lettura più identificativa a mio avviso si racchiude in una parola: contraddizioni. Sono quelle che prova chi come Talia, i suoi genitori, è lacerato fra desiderio di restare nel luogo natio e la speranza di una vita più dignitosa, ma che si trova a fare i conti con una realtà altrettanto difficile, violenta, discriminante:
Ogni nazione delle Americhe aveva una storia segreta di violenza interna. Indossava solo maschere diverse, portava armi diverse e si giustificava con storie diverse. (p. 193)
Gli Stati Uniti di Engel non sono una terra promessa, ma una realtà che all’indomani della vittoria di Trump alla presidenza ha esacerbato la sua intolleranza verso gli altri e le minoranze, un sentimento che certo non nasce in quel periodo ma che pareva trovare giustificazione, riconoscimento ufficiale perfino e che trova voce in uno dei passaggi più intensi del romanzo:
Ci sono cose che vorrei dire a mia sorella prima del suo arrivo. Per esempio che puoi amare gli Stati Uniti e averne paura ugualmente. Il giorno dopo le ultime elezioni alcuni ragazzi sono entrati in classe saltellando come se stessero festeggiando la vittoria di una guerra. Le battute sulla cocaina e i consueti insulti da corridoio del tipo Tornatevene nel vostro paese non erano di certo una novità per me e per Nando, ma nel loro modo di fare c’era una sfrontatezza nuova, come una mano guantata che cercava di stringerci la gola, ricordandoci che non eravamo i benvenuti. (p. 152)
Contraddizioni, si diceva, la parola chiave con cui addentrarsi in questa storia di amore e violenza, nostalgia e precarietà, dove forse solo sull’amore tra Mauro ed Elena – i genitori di Talia separati per tanto tempo – Engel decide di indugiare un po’ ingenuamente, forse per bilanciare in qualche modo il caos tutto intorno. Contraddizioni, di un paese che si considera in pace e libero, ma attraversato da tante forme di violenza:
Che cosa aveva di speciale quel paese da tenere tutti in ostaggio della sua fantasia? Il mese prima, su quello stesso suolo, un cittadino americano era andato a lavorare in una fabbrica e aveva sparato a quattordici dei suoi colleghi, e soltanto la primavera precedente c’erano state quattro diverse sparatorie in quattro scuole. Una nazione in guerra con se stessa, eppure la gente ne parlava ancora come di una specie di paradiso. (p. 110)
Storie molto simili l’una all’altra, troppo ricorrenti nella realtà. Colombia, Stati Uniti, forme diverse di violenza, ma una simile sensazione di terrore. È da un lato all’altro del confine, quando fratelli e sorelle divisi guardano l’uno la realtà degli altri, che le contraddizioni risultano particolarmente evidenti: il senso della separazione e del distacco, la clandestinità, la paura, casa, famiglia.
Paese infinito ti spezza, e lo fa con la forza di una narrazione non sentimentale, che non scende a patti né prende parti, aderente alla realtà, scegliendo di raccontare da punti di vista molteplici, marginali. E qui, tra le pagine, lampi di luce e bellezza abbaglianti.
Ho riflettuto sulla matrice della separazione e del distacco, sui nostri anni legati al dolore fantasma di una patria perduta […]. E forse non esistono nazioni o cittadinanze; sono solo territori disegnati su una mappa, dì dove dovrebbe esserci la famiglia, dove dovrebbe esserci l’amore, il paese infinito. (finale)