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La misoginia, il rifiuto e il male: «Medusa» di Martine Desjardins

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Medusa
di Martine Desjardins
traduzione di Ornella Tajani
Alter Ego, 2021

pp. 228
€ 17 (cartaceo)

Ma la vergogna di mostrare i miei Terrori ha trattenuto la mano, si capisce. Nel mio istinto non avevo ancora accettato di essere una mostruosità. (p. 136) 

Partiamo dalle basi: Martine Desjardins, autrice canadese che prima di Medusa ha avuto all’attivo altri cinque romanzi, ha scritto un libro che a tutti gli effetti risulta di stampo gotico, in quanto l’ambientazione richiama le atmosfere tipiche del primo Novecento, un’epoca vicina a noi sotto molti aspetti ma che è ancora colma di pregiudizi verso quanto non è conforme alla norma. E come già accaduto in Frankenstein – solo per citare un esempio – anche qui il ripudio del diverso e la mancanza di empatia conducono inevitabilmente il "mostro" verso l’altro lato della bilancia morale. Come a dire che il male si trasmette per osmosi, passa da un corpo all’altro fino a infestare l’intera comunità. Il richiamo del male è forte quando ovunque intorno a noi troviamo solo il rifiuto.

Partiamo di nuovo dalle basi: Martine Desjardins, originaria del Quebec, ha scritto un libro sulla scoperta e l’accettazione di sé e soprattutto della propria femminilità. La misoginia è al centro di Medusa, lo notiamo perché i personaggi femminili sono sempre sottoposti al dominio di quelli maschili, non hanno caratteri forti, vivono soggiogati all’ombra dell’uomo. Ciò che manca è un legame forte e quel che accade è che, anziché fare rete come ci si aspetta da chi è in posizione subalterna, le donne del romanzo, a cominciare da quelle della famiglia, si rivoltano contro la protagonista in quanto incapace di rappresentare al meglio il femminile. Proprio a Medusa spetta, il cui nome risulta quasi dimenticato, l’arduo compito di comprendere e accettare se stessa e realizzare che i propri difetti sono in realtà l’arma più forte di cui è a disposizione.

Da un lato, quindi, c'è l’azione violenta del male che evolve per propagazione un po’ come le muffe; dall’altro la scoperta di sé, della propria femminilità e del proprio potere. Unendo le due cose ecco che abbiamo il quadro completo di Medusa, un romanzo di stampo gotico in cui a primeggiare è quel male che anche quando fa del bene lo fa solo per vendetta e mai per giustizia. D’altronde, come aspettarsi lo sbocciare del fiore più bello in una landa deserta e ricoperta di rovi? Come può la protagonista, che ha «imparato a camminare come se fossi gobba, con la testa china sotto il giogo dell’obbrobrio, le spalle curve, il mento attaccato allo sterno e le palpebre semichiuse» (p. 13), e che per tutta la vita continuerà a essere trattata come fenomeno da baraccone o mero strumento di gioco, senza la minima traccia di empatia se non in un paio di casi sporadici – come può, si diceva, una tale protagonista diventare l’eroina di cui il suo mondo ha bisogno? Più probabile, proseguendo nella pseudo-citazione del commissario Gordon, che diventi l’eroina che il mondo in cui vive merita.

Attraverso un linguaggio perfetto e una storia gotica che sfocia più volte nel grottesco e tocca lo splatter, Desjardins ci parla di mostri fisici ma soprattutto di mostri morali, di come l’empatia sia alla base della società e di come la sua empatia abbia come conseguenze dirette il naufragio di ogni umanità.

David Valentini