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Alla memoria di tutti coloro che sono stati ridotti al silenzio: lo struggente romanzo di Vaddey Ratner

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All'ombra del baniano
di Vaddey Ratner
O barra O edizioni, 8 luglio 2021

Traduzione di Pietro Ferrari

pp. 392
€ 19,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

La storia di Raami, in sostanza, è la mia storia. Avevo cinque anni quando, il 17 aprile 1975, i khmer rossi fecero irruzione nella capitale della Cambogia, Phnom Penn, e annunciarono un nuovo governo, un nuovo stile di vita. [...] Come Raami, io fui tormentata dalla sparizione di mio padre poco dopo l'avvento al potere dei khmer rossi, quando fu convocato dai dirigenti del regime in quanto principe, membro della classe "nemica". I lutti e le brutalità degli anni successivi acuirono il mio desiderio di comprendere che cosa fosse accaduto a lui, ai miei cari e al mio Paese.

Nella postfazione al romanzo, Vadney Ratner mette subito in chiaro la cifra autobiografica de All'ombra del baniano e anche la sua finalità: onorare lo spirito del padre scomparso, conservare la memoria sua e di «tutti coloro che sono stati ridotti al silenzio». La Ratner ha deciso di affidare ad un romanzo il compito che spesso i libri di storia non hanno ampiamente ancora assolto: narrare la follia e l'orrore della rivoluzione khmer in Cambogia, un paese governato fino al 1975 da un sovrano, che si definiva "discendente degli dei", un paese incantato dei volti dal sorriso ineffabile del Bajon, delle meraviglie di Angkor, della gentilezza del buddhismo theravada. E questo incanto, questa delicatezza quasi fiabesca la ritroviamo nella scrittura della Ratner, nonostante i temi crudi e disperati. Uno degli elementi più affascinanti di questo struggente romanzo è proprio lo sguardo di Raami, il suo scorgere demoni e spiriti, il suo stupore di fronte l'esistenza. Lo sguardo di Raami è lo sguardo che il padre le ha insegnato. Il cuore pulsante del romanzo è infatti il rapporto tra padre e figlia; la forza della loro immaginazione e della forza poetante del mondo che il padre di Raami le dona ogni giorno sono l'unico antidoto all'orrore della Storia, alla caduta del cosmo nel caos della guerra civile. 

«Le parole, vedi» riprese lui, di nuovo guardandomi «ci permettono sempre di rendere permanente ciò che di per sé è passeggero. Di mutare un mondo pieno di ingiustizia e di dolore in un luogo di bellezza e di poesia».

Questa funzione della parola, quindi della letteratura, di salvaguardare, rammemorare è un elemento che ho amato moltissimo nello spirito di questo romanzo.  Perché si raccontano le storie? Il padre di Raami fornisce una risposta splendida: 

Ti raccontavo le storie per darti le ali, Raami, in modo che nulla potesse mai intrappolarti, il tuo nome, il tuo titolo, i limiti del tuo corpo, la sofferenza del mondo..

Il 17 aprile 1975, Raami ha sette anni. È la figlia di un principe, la sua famiglia è imparentata con la famiglia reale. Ciò farà di suo padre e della sua intera famiglia un bersaglio del furore dei khmer rossi. Nell'arco di pochi giorni, la vita di Raami viene sconvolta: la sua famiglia - come tutta la popolazione di Phnom Penn - è costretta ad evacuare e subisce la deportazione in campi di lavoro per una "rieducazione". Come spesso è accaduto nella Storia del Novecento, una parola apparentemente neutrale quale "rieducazione" nasconde le più gravi atrocità: lavori forzati, assassinii e torture, popolazione ridotta alla fame. La piccola Raami per quattro anni verrà separata progressivamente dal resto della famiglia, perderà dopo il padre, la sorellina e lo zio e poi tutti gli altri parenti, tranne la madre, verrà sradicata da ogni luogo. Contro la furia dei khmer rossi - e quanto attuali risuonano oggi, in cui siamo inorriditi dalle immagini che provengono dall'Afghanistan, le pagine in cui si parla di rastrellamenti casa per casa, di volontà iconoclastica di cancellare la memoria e la dignità di un popolo - che volevano che il popolo cambogiano dimenticasse la propria religione, i propri miti, le proprie credenze e la propria storia, la piccola Raami capisce che la sua funzione è ricordare, per sé e per gli altri. Perché noi, le aveva spiegato il padre, «Siamo tutti echi gli uni degli altri».

Per ogni vita portata via, una parte di essa passava a me. Non sapevo il suo nome. Tutto ciò che potevo afferrare era l'appello a ricordare. Ricorda. Vissi per quella parola.

Vi è il concetto di compassione buddhista che permea le pagine della Ratner, ma soprattutto una forza interiore che porterà la madre e la protagonista del romanzo a oltrepassare in maniera rocambolesca il confine, verso la Thailandia. Qui troveranno le forze dell'ONU a prelevarli. A bordo di un elicottero, sorvolano per l'ultima volta il corso del Mekong. Tutti i profughi scoppiano a piangere, nello struggimento inconsolabile della patria perduta. 

All'ombra del baniano è un testo doloroso, che ci costringe a fare i conti con il lato luciferino della natura umana, con le forze irrazionali che spesso - direi: quasi sempre - irrompono nella Storia. Un testo doloroso, ma non disperante. La grandezza del romanzo e dell'autrice è non avere azzerato la bellezza del mondo a causa del dramma subito, ma di avere compreso e condiviso con i lettori il messaggio insegnatole dal padre:

Qualunque bruttura e distruzione tu possa osservare attorno a te, io voglio che tu creda sempre che il più piccolo scorcio di bellezza qua e là sia un riflesso della dimora degli dèi. Quella dimora è vera, Raami. Esiste un posto simile, un simile spazio sacro. Devi solo immaginarlo, osare sognarlo. È dentro di te, dentro tutti noi.

Deborah Donato