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L'inizio di una nuova saga nel Giappone del Seicento, tra foglie d'acero e fiori di ciliegio: "La maschera del Nō" di Camille Monceaux

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Le cronache dell’acero e del ciliegio
Libro 1. La maschera del Nō

di Camille Monceaux
traduzione di Fabrizio Ascari
L’ippocampo, 2021

pp. 416
€ 15,90 (cartaceo)



Lunghi capelli al vento, occhi bassi a seguire la strada, semplici sandali infradito ai piedi, veste consunta trattenuta da una cintura, un bastone in una mano e una spada di traverso sul dorso: la figura solitaria che emerge dal fondo scuro della copertina di La maschera del Nō, e che avanza con aria assorta tra edifici, lanterne e insegne di inequivocabile foggia orientale, sembra proprio avere le caratteristiche del viandante e del guerriero d’altri tempi. Ma non è una semplice impressione: avventurandosi nella lettura di questo primo libro della tetralogia a firma di Camille Monceaux – tanto epico quanto lirico il titolo della saga: Le cronache dell’acero e del ciliegio – si ha presto conferma che le cose stanno proprio così. Perché la sorte di Ichirō – questo il nome del protagonista – è proprio quella dell’eterno pellegrino e del combattente, e lo si apprende subito, senza filtri ulteriori, dalla sua voce di io narrante. Perché chi è, dunque, il protagonista di questa storia ambientata nel Giappone del Seicento? Per prima cosa è un orfano, ritrovato poco più che neonato tra le rovine di un tempio con indosso un pendente prezioso a forma di mezza foglia d’acero; poco dopo è un bambino, allevato lontano dalla civiltà e messo fin da subito sulla via della spada da un maestro che sarà per lui anche padre adottivo; più tardi è un adolescente, costretto alla solitudine e alla fuga da una serie di eventi tragici e misteriosi. Ma più di ogni altra cosa Ichirō è un predestinato: un personaggio senza radici e senza la certezza di un’origine, epperò più che mai deciso a battersi per sopravvivere e scoprire la propria vera identità e quella di chi ne ha così drammaticamente segnato l’esistenza.

Senza altro bene che non sia il suo ciondolo e senza alcuna esperienza di mondo, strappato con violenza alla condotta eremitica a cui aveva ormai fatto l’abitudine nonostante la giovane età, Ichirō intraprende così un faticosissimo viaggio che lo porta fino alla città di Edo, sede urbana di vita e malavita, affare e malaffare. Lontano dalle atmosfere e dagli equilibri del suo esilio naturale, si adatta suo malgrado e con non poco patimento fisico e psicologico a dinamiche sociali e culturali regolate da un severo sistema gerarchico e da una netta compartimentazione per quartieri e per caste. Ma più di tutto, rendendosi conto di come la sua condizione di minorenne senza legami non faccia particolare pietà a nessuno – al contrario: c’è sempre chi non si farebbe scrupoli a circuirlo e venderlo per avviarlo a qualche forma di sfruttamento e di prostituzione – prova sulla propria pelle e senza sconto alcuno gli effetti della fame e della sete, le conseguenze e le complicanze di una condotta randagia, sommando i traumi dei dolori del corpo a quelli dell’anima.

A un certo punto – e dopo un’infinita serie di disagi e pericoli in cui si alternano patimenti, pestaggi, digiuni e incarcerazioni – le cose cambiano: grazie all’incontro con Daichi, poeta e sceneggiatore squattrinato ma generoso, ottiene un impiego presso una fabbrica di saké il cui proprietario ha una passione per le rappresentazioni clandestine dell’emergente teatro Kabuki. Per Ichirō, che dapprima ha modo di prendere parte all’organizzazione delle messe in scena e poi anche alle vere e proprie recite, si tratta di una svolta esistenziale determinante: lui che già era stato educato alla scrittura e alla lettura, sperimenta quasi fosse la prima volta il fatto che l’arte – così come un cibo quando si è affamati, una bevanda quando si è assetati, un amico (di nome Shin) quando si ha bisogno di aiuto e di accoglienza – possa nutrire e ristorare in modo salvifico il fisico e la mente. Anche l’universo femminile, per lui fino a quel momento così estraneo, gli si offre adesso in una molteplice varietà di manifestazioni, per quanto complesse e ambigue: a partire dalle attrici, emblema seducente della simulazione e della doppiezza, ma soprattutto nel momento in cui conosce la misteriosa Hiinahime, una fanciulla costretta a vivere segregata nei suoi appartamenti e a indossare da sempre una delle maschere classiche del teatro del (forma espressiva che peraltro ama infinitamente); un incontro fatale, dunque, come può esserlo quello tra due individui inquieti e appassionati, alla reciproca ricerca di conferme sulla propria identità e in lotta contro un sistema ostile e spietato che nega loro la possibilità di essere liberi e soddisfatti, in primis proprio nelle risposte alle domande che contano e che nessuno sembra disposto a dare. Sullo sfondo di una situazione politica in crisi, con la guerra in procinto di scatenarsi, anche Ichirō, nel cui petto batte il cuore onorevole di un samurai (nulla a che spartire con quelli saturi di boria e di vizio che ha avuto la ventura di incontrare), sarà costretto a fare le sue scelte, e ovviamente non saranno indolori: perché morte, persecuzione e fuga sembrano essere una costante nella sua pur giovane vita, alla pari dei misteri che da sempre (ovvero dalla nascita) le accompagnano.

Pubblicata nel 2020 in Francia dalle prestigiose Éditions Gallimard Jeunesse e appena data alle stampe in Italia da L’Ippocampo, questa prima prova di Camille Monceaux è un perfetto e voluminoso connubio tra romanzo storico, romanzo di formazione, romanzo d’avventura e romanzo a episodi che mira a conquistare soprattutto un pubblico di ragazzi e adolescenti a partire dall’originalità dell’ambientazione, per l’appunto il Giappone del XVII secolo. In poco più di quattrocento pagine (ben trentaquattro i capitoli oltre al prologo e all’epilogo, e non è che l’inizio di una storia che si articolerà in ulteriori tre “puntate”) l’autrice restituisce in forma letteraria la sua fascinazione per la terra del Sol Levante, la stessa che, dopo gli studi in Europa, l’ha portata a esplorare il paese viaggiando in lungo e in largo, perfetta erede nomade di quegli stessi artisti europei che a fine Ottocento furono conquistati (ma senza spostarsi mai dal suolo patrio) dalle seduzioni del più puro giapponismo. E se proprio questo punto di vista esterno è evidentemente un fattore non secondario nell’economia del lavoro e della sua percezione – per ogni occidentale che scrive di Oriente il rischio dello stereotipo esotico è sempre in agguato, e il periodo narrato è tra quelli più soggetti a narrazioni e descrizioni basate su intramontabili cliché – Monceaux riesce da parte sua a scampare il pericolo di un Giappone bozzettistico e di maniera; il che è forse tra i pregi principali del romanzo, che altri, anche per compiacere il lettore, avrebbero saturato di descrizioni fini a se stesse, e che la scrittrice riesce invece a dosare nel flusso di una prosa senza fronzoli in eccesso, in cui azione/reazione/colpo di scena tormentano il protagonista come si addice a ogni vicenda che abbia in sé le caratteristiche dell’iniziazione.

Vera e propria rarità in casa L’ippocampo – une realtà felicemente nota e apprezzata per i curatissimi libri illustrati e fotografici in cui la narrazione “pura”, quando presente, non risulta mai disgiunta dalla componente visiva – La maschera del Nō non rompe tuttavia l’equilibrio all’interno dell’ampio catalogo: difatti, con la sua ambientazione così importante, il romanzo di Camille Monceaux arricchisce a perfezione l’offerta delle pubblicazioni che la casa editrice ha già dedicato all’Estremo Oriente, e anzi rappresenta quasi il giusto complemento ai saggi e ai cataloghi in cui la cultura giapponese viene ampiamente presentata attraverso l’opera grafica dei suoi maestri incisori, l’abbigliamento, il design, i tatuaggi e la vita quotidiana generalmente intesa. La scelta, ad ogni modo, ha tutte le carte in regola per guadagnare un’ulteriore categoria di pubblico oltre a quella dei cultori filo-nipponici, ovvero (soprattutto, ma non solo) quella dei giovani adulti con la passione per i romanzi corposi e dalle trame complicate, in cui un personaggio principale sia alle prese con un’avventurosa evoluzione che abbia bisogno non di uno, non di due, non di tre ma addirittura di quattro tomi per potersi dire compiuta e conclusa. Anche stavolta, comunque, l’occhio avrà la sua giusta (per quanto piccola) parte, e non solo per la bella copertina: oltre al logo del romanzo e ai motivi decorativi che compaiono sul taglio celeste del libro, l’autrice ha difatti disegnato da sé la mappa in bianco e nero del Giappone che si trova stampata in modo speculare al frontespizio, assai utile per orientarsi in una topografia dai nomi esotici e per seguire Ichirō nei vari spostamenti all’interno del paese e della città di Edo. Non resta dunque che preparare una molto opportuna tazza di tè e dare il via alla lettura di queste “cronache”; il loro primo seguito, a quanto pare, non tarderà ad arrivare, e sarà più che mai sulla via delle spada (quella dei Sanada).

Cecilia Mariani