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Di metamorfosi e grazia: il Giappone di Muriel Barbery in "Una rosa sola"

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Una rosa sola
di Muriel Barbery
edizioni e/o, 2021

Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

pp. 176
€ 16,50 (cartaceo)
€ 11,99 (eBook)

«Sii l'acero e viaggia delle tue metamorfosi». Il romanzo della Barbery è pervaso dal tema della metamorfosi e non è un caso che il luogo d'elezione per parlare di questi cambiamenti sia quello delle piante. Rosa, la protagonista, è infatti una botanica francese, che non ha mai conosciuto il padre Haru, un mercante d'arte giapponese con cui la madre ebbe un'avventura quarant'anni prima. Sarà la lettura del testamento di questo padre mai conosciuto a portarla a Kyoto, dove la attende Paul, un belga assistente del padre, che la porterà in giro fra templi e giardini, con l'intento di farle conoscere in maniera postuma Haru. Scoprire il padre mai conosciuto diventa un processo di riscoperta di sé, anche e soprattutto attraverso il contatto con la cultura giapponese, con i suoi vialetti di sabbia rastrellata, con le sue cerimonie da tè e con la grazia paziente degli orientali.
A volte ho avvertito un poco il sentore di una stereotipizzazione del Giappone, una narrazione in cui non mancava proprio nulla: i fiori di ciliegio, i kimono, il sakè e i discorsi criptici e suggestivi come gli haiku. Ma soprattutto l'idea così radicata e consolidata che un occidentale invaso dalla mancanza di senso e dal nichilismo della propria esistenza possa trovare tale senso solo andando verso Est. Ma, al di là di queste notazioni, la struttura del romanzo costituisce una bella sintesi dell'incontro fra l'Occidente e l'Oriente. Ogni capitolo, infatti, viene inframezzato da brevi racconti o leggende giapponesi, che costituiscono la chiave esegetica del capitolo che li segue. Ogni capitolo, inoltre, porta il titolo di un fiore o di albero. Rosa, ripetiamo: di professione botanica, in realtà non sa "guardare" i fiori; li schematizza, li studia, ma non li sente, non li percepisce. 
«Sarebbe ora che li trovassi» sghignazzò lui. Poi si versò ancora saké. «"Una rosa sola sono tutte le rose"» disse. «Questo è Rilke, altro che la tua scienza del cavolo! Credi che tuo padre non guardasse le rose? Ha fatto una vita da mercante e non ha mai capito niente di donne, ma era un samurai, sapeva che le linee dritte sono fatali» (pp. 132-133).

La "linea dritta" è la fissità, l'incapacità di assumere nuove  prospettive, il cristallizzarsi in una forma morta, mentre «il bambù insegna la deviazione». Il percorso di Rosa a Kyoto sarà proprio un percorso di deviazione,  secondo il ciclo mai immobile della natura. Rosa aderisce a un ritmo non più umano, sfascia le dighe di contenimento del suo "io" triste e disilluso, tanto che Beth - un'altra occidentale trasferita a Kyoto - le dirà:

La vita è stupefacente (...). L'avevo giudicata male, lei non è affatto incapace di cambiare (p. 157).

Il percorso di rinascita di Rosa le fa attraversare anche l'essenza del ciliegio:

Il fiore del ciliegio è un fiore potente. La sua bellezza è una maschera. La sua foga e la sua esuberanza simboleggiano l'appetito insaziabile, l'impulso a vivere, il desiderio di provarci o morire (pp.158-159).

Si approda all'acero, cioè all'accogliere tutte le mutazioni in sé. Rosa si sente finalmente a casa, trovando la capacità di donarsi e di accogliere le parole del padre, che le giungono tramite una lettera. 

È bene liberarsi dai ricordi de "L'eleganza del riccio" per leggere l'ultima fatica di Muriel Barbery; non vi è traccia di quella ironia o di quel lucido disincanto sulla filosofia e i suoi sofismi. A volte si rimpiange anche quella scrittura netta e priva di lirismo. Tuttavia, Una rosa sola sa riservare un bel crescendo finale, una delicatezza di toni e un messaggio di speranza. Anche dell'autrice, come della sua protagonista, si può senza dubbio affermare che non ha avuto paura delle metamorfosi, sperimentando un altro stile narrativo, senza riproporre quello che tanta fortuna le aveva dato. In questi tempi di ricerca ossessiva del facile plauso della critica e del pubblico, questo "essere bambù ed acero" della Barbery deve essere accolto come un salutare atto di coraggio.

Deborah Donato