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Dalla parte di Dane Kirby - su "Hard Cash Valley" di Brian Panowich

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Hard Cash Valley. All’ombra di Bull Mountain
di Brian Panowich
NN Editore, 2021

Traduzione di Matteo Camporesi

pp. 384
€18,00 (cartaceo)
€9,99 (ebook)


Uno dei maggiori e più proficui piaceri estetici che si possano avere è quello di comprendere appieno ciò che si guarda, si ascolta, si tocca e si pensa. Si ha piacere quando si arriva a capire una teoria filosofica, quando si intuisce il processo di soluzione di un problema matematico che ci ha tenuti svegli giorni, mesi o anni, quando si comprende il comportamento fino allora ritenuto strano del familiare, dell’amico o di chiunque altro ci interessi, oppure anche quando si apre la cassa dell’orologio e si comprende come lavorano gli ingranaggi e si vede la loro sincronia. O, almeno, questo vale per me. In ogni caso, bisogna anche dire che tutto il genere mystery, e in parte anche quelli thriller e noir (non voglio addentrarmi troppo nelle discussioni sul piacere estetico, non ne sarei in grado), basa il suo successo proprio su questa precisa aspettativa d’esperienza estetica e sulla spesso inconscia e narcisistica volontà del lettore di comprendere e di sentirsi più bravo di qualcun altro, anche solo del protagonista. È come se il presupposto, l’avvertenza sottintesa posta in calce a ogni romanzo, e in particolar modo a ogni romanzo del genere poliziesco e thriller, fosse questo: «Bene, lettore, siamo solo noi. Gioca con me. Riesci a entrare nel mio mondo, a seguire gli indizi, a risolvere il bandolo della matassa prima che te lo spiattelli davanti agli occhi? Riesci a capire i miei sottintesi? Bene, lettore, se sei pronto, iniziamo!» È una palese sfida, una sfida tra l’autore, il testo e il lettore che esiste in ogni opera scritta e che, in queste, si palesa; e non c’è nulla di più sincero di questo e nulla di più appagante del cercare di capire, di comprendere come una storia può andare a finire. E io questo piacere, in parte, l’ho provato durante la lettura di Hard Cash Valley.

Non che l’intreccio sia molto complesso, e questo fatto mi ha tolto parte del piacere che si ottiene solo dopo aver fatto tanta fatica, solo dopo la difficoltà e il sudore (come la splendida e rasserenante vista di una valle con un ruscello dalla cima della montagna dopo una scalata sfiancante); tuttavia, ho provato ugualmente un certo sentimento che mi ha appagato nel momento dello sbrogliamento della matassa. Il punto di forza di questo libro, infatti, non è la trama (spesso la complessità su questo punto va a braccetto con la volontà di creare qualcosa che non si riesce a fare): è principalmente il protagonista, quel Dane Kirby con cui non puoi fare altro che empatizzare. È lui che porta avanti il libro, è lui che fa sì che il mondo costruito da Brian Panowich non crolli, è lui che dà ritmo agli eventi e che, in parte, li crea. È un personaggio con un passato, un personaggio figlio di quell’America profonda di cui l’autore pare essere innamorato e di cui sembra voler intessere ogni suo romanzo. Ed è proprio quell’America lontana, che su carta affascina e strega ogni volta, che fa da ottimo sfondo alla storia e che fa sì che il protagonista possa risultare così riuscito.

Nonostante ne abbia la struttura, nonostante nella traduzione ci siano stilemi propri del genere noir e poliziesco (Matteo Camporesi è stato molto bravo, è entrato nel testo e alla traduzione ha dato un suo taglio ben preciso), Hard Cash Valley non è un thriller o un mystery, né un western con tinte noir (cosa che ho letto in giro); questo libro è la narrazione di un distacco, della difficoltà di lasciare una persona amata. Poi, che nel mentre accadano delle vicende illegali e che il protagonista sia un agente del GBI prestato all’FBI per un caso con svariati morti e con un bimbo da ritrovare poco importa.
Un’ultima considerazione sull’oggetto-libro (ho in un’altra recensione sottolineato come un libro non sia solo il testo che si legge, ma sia anche il formato, il contenitore, l’odore e il colore della carta usata). Mi sembra che ormai NN Editore abbia raggiunto una sua linea editoriale che la rende distinguibile e unica, fondamentale per sopravvivere nel marasma delle pubblicazioni quotidiane, un modo di presentare il testo riconoscibilissimo, e questo non può che essere degno di plauso. In più, le copertine, anche questa, sono molto belle, cosa che mi appaga ogni volta.


Giorgio Pozzessere